Altanum, la sentenza d’appello da non sottovalutare in Valle

Gli occhi della cronaca valdostana sono rimasti, com’era immaginabile, ancora per buona parte della giornata di ieri sull’incidente di Ollomont. E’ però arrivata, da Reggio Calabria, anche la sentenza d’appello del processo Altanum, per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato. Il procedimento, nato dalle indagini della Dda reggina e dei Carabinieri, riguardava le frizioni tra due cellule di ‘ndrangheta e il verdetto, anche se conferma le assoluzioni per l’omicidio di Salvatore Raso nel 2011 (che rimane quindi ancora senza responsabili), è da non sottovalutare per più motivi.

Anzitutto, perché porta ad un ulteriore grado di giudizio (ancorché non definitivo) la certificazione dell’esistenza della cosca Facchineri di Cittanova, viste le condanne per associazione di tipo mafioso comminate ai presunti vertici. Inoltre, perché aver riconosciuto, per i tre imputati ritenuti colpevoli, la continuazione tra il reato associativo contestato ora e la tentata estorsione di cui al processo “Tempus Venit” (chiuso nel 2013, sulla richiesta di denaro all’impresario che stava costruendo il parcheggio seminterrato “Parini”) conclama, sempre con dignità di sentenza, che la cellula di Cittanova si caratterizzava per gli interessi che arrivavano fino alla Valle.

Infine, perché i giudici della Corte hanno confermato il risarcimento, in solido tra i tre condannati (tra i quali l’uomo ritenuto a capo della cosca, Giuseppe Facchinieri detto “Il professore”), dei danni cagionati alle parti civili del processo, tra le quali la Regione Autonoma Valle d’Aosta. Occorrerà un giudizio civile per quantificarne l’ammontare, ma è l’aver stabilito il principio a contare.

Seppur il carattere definitivo del pronunciamento si raggiungerà soltanto con la Cassazione, è un risultato che la Giunta regionale, organo che delibera la costituzione in giudizio, dovrebbe rivendicare pubblicamente, giacché compensa la lesione inferta alla comunità valdostana dall’associazione mafiosa in questione, avvalorando oltretutto la bontà della decisione assunta sull’insinuarsi nel giudizio.

Se ciò non accade, però, nulla impedisce ai valdostani di maturare comunque consapevolezza sulla sentenza di ieri (riguardante peraltro una cellula di ‘ndrangheta che ha fatto della diaspora in mezza Italia la sua cifra), ricordando che il silenzio sul crimine organizzato non giova alla collettività, ma solo ai tentativi infiltrativi.

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