Eutanasia, se il qualunquismo sulla Consulta fa il gioco della politica inerte

Ho firmato per il referendum, spiegando anche pubblicamente perché non vedo l’ora di vivere in un Paese che mi permetta di scegliere sul fine vita, in modo laico e rispondente al libero arbitrio. Detto questo, stasera è molto facile ingorgare i social accusando i giudici della Corte Costituzionale di bigottismo, di cariatidismo, o pure di aver ricevuto una telefonata dal Vaticano, ma l’argomento sollevato dalla Consulta, cioè l’assenza di tutela della vita (costituzionalmente prevista) nei casi in cui persone deboli e vulnerabili chiedessero l’accesso all’eutanasia una volta abrogato parzialmente l’articolo del Codice penale sull’omicidio del consenziente, non appare tecnicamente marginale.

Inoltre, pronunciarsi prima di disporre di una decisione in versione integrale è sempre superficiale, quando si tratta di questioni giuridiche. La delusione di chi ha condotto la battaglia referendaria è comprensibile stasera, ma reagire individuando la pietra dello scandalo nel responso della Corte non fa altro che alimentare quel clima sociale qualunquista in cui le responsabilità di chi dovrebbe in realtà farsi interprete della richiesta dei cittadini che hanno invocato a gran voce il referendum, vale a dire la politica e il Parlamento, continueranno a trovare il confortevole nascondiglio che gli ha consentito di restare inerti sinora, lasciando l’incombenza di porre il tema del vergognoso vuoto normativo a Procure e Tribunali, che esisterebbero per altri motivi.

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