Alibante, gli avvocati Bagalà e Giunti tra gli indagati per associazione di tipo mafioso

Chiusa alla fine di gennaio l’inchiesta “Alibante” iniziata nel 2017, la Dda di Catanzaro non nutre dubbi: l’avvocata Maria Rita Bagalà (52 anni) ed il marito Andrea Gino Giunti (55) erano parte della cosca di ‘ndrangheta capeggiata storicamente, secondo gli inquirenti, dal padre della donna, Carmelo Bagalà, radicatasi lungo la costa tirrenica catanzarese, nei comuni di Falerna e Nocera Terinese.

I nomi dei due professionisti, residenti ad Aosta, compaiono tra quelli delle 31 persone cui è stato notificato, negli scorsi giorni, l’avviso di chiusura delle indagini preliminari. I sostituti Chiara Bonfadini e Romano Gallo, e il procuratore aggiunto Vincenzo Capomollacontestano ad entrambi l’associazione di tipo mafioso.

La cosca e il controllo dell’economia

Stando al provvedimento, la cellula era “caratterizzata da legami ‘ndranghetistici storicamente radicati e da cointeressenze economiche con la cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte di Lamezia Terme Sambiase/S. Eufemia”. Inoltre, si legge ancora nell’atto, attraverso il boss Bagalà, erano stati intessuti “collegamenti e vincoli con organizzazioni criminali operanti nella provincia di Cosenza, nella piana di Gioia Tauro, nelle province di Vibo Valentia e Caserta”. Dalle investigazioni dei Carabinieri, coordinati dalla Dda diretta da Nicola Gratteri,  il “business” della cosca era, tra l’altro, nell’“acquisire e/o assumere in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di rilevanti attività economiche e finanziarie, specificatamente nel settore turistico alberghiero”.

L’avvocata, amministratrice di affari illeciti

In questo perimetro rientrano le contestazioni mosse a Maria Rita Bagalà, ritenuta la “mente legale della cosca”. Per gli investigatori, la donna “garantiva sotto la regia del padre, l’amministrazione di diversi affari illeciti della compagine e curava gli interessi economici e finanziari del sodalizio”. In particolare, nella ricostruzione della Procura, la libera professionista “cooperava nella realizzazione dei lavori di ristrutturazione  e riattivazione di una struttura alberghiera denominata ‘Hotel dei Fiori’”, sito a Falerna (Catanzaro).

Inoltre, agli occhi della Dda, Maria Rita Bagalà, “unitamente al padre, al marito e ad altri consociati, si impegnava in operazioni di reperimento di risorse economiche di dubbia provenienza”, con cui perseguire il programma criminoso della cosca, “interessata a terminare i lavori di edificazione” della struttura ricettiva. L’avvocata, relativamente alla struttura alberghiera, è indagata anche, assieme al genitore, per trasferimento fraudolento di valori (con l’aggravante della connessione all’attività mafiosa) per la presunta attribuzione fittizia, a dei prestanome, di quote e cariche nella società “Calabria Turismo s.r.l.” (interdetta per mafia nel gennaio 2016).

Il contributo indebitamente percepito

Così facendo, i due – scrivono i pm catanzaresi – “concorrevano a creare, mantenere in vita e gestire nel tempo una situazione di proprietà societaria diversa dalla realtà, creando uno schermo formale, che consentiva ai soci occulti di avvantaggiarsi, in maniera sistematica e continuativa, della ripartizione degli utili societari, eludendo, al contempo, possibili misure di prevenzione”. Inoltre, a Maria Rita e Carmelo Bagalà viene contestata pure l’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato.

Il riferimento degli inquirenti è al contributo comunitario da oltre 599mila euro (di cui al POR Calabria FESR 2007/13) ottenuto per la realizzazione dell’albergo tra il 2014 e il 2015. Secondo l’ipotesi della pubblica accusa, nell’istanza gli indagati “dichiaravano il falso ed eludevano le disposizioni sui requisiti soggettivi e di onorabilità della società richiedente” (attraverso l’intestazione fittizia delle quote), nonché “asseverando falsamente la conformità del progetto alle norme urbanistiche e ambientali, laddove invece le opere erano state già iniziate abusivamente, prima della richiesta di permesso a costruire, in assenza tra l’altro di nulla osta paesaggistico”.

L’avvocato Giunti, “consulente” del sodalizio

L’avvocato Andrea Gino Giunti, stando alla Dda di Catanzaro “partecipava al sodalizio” ‘ndranghetista, “prestando assistenza tecnico-professionale agli associati e offrendo consiglio nella predisposizione del programma criminoso nei settori economico-finanziario e imprenditoriale, nonché consulenza nell’approntamento delle strategie e dei modi più opportuni per perseguire detti scopi”.

Tra le condotte oggetto di addebito degli inquirenti, l’aver coadiuvato il suocero e la moglie nella realizzazione dei lavori di ristrutturazione e riattivazione dell’hotel, attraverso la “Calabria Turismo s.r.l.” (utilizzata, è il parere della Procura, anche “per acquisire un immobile da adibire ad attività commerciale in Valle d’Aosta”), nonché l’aver organizzato “importanti operazioni di riciclaggio di denaro, finalizzate a perseguire il programma criminoso della cosca Bagalà”.

Il blitz, lo scorso maggio

Il blitz dell’operazione antimafia Alibante era scattato lo scorso 3 maggio, quando l’Arma aveva dato esecuzione all’ordinanza del Gip Matteo Ferrante, che – alla luce del materiale probatorio valutato – aveva riqualificato la posizione di Maria Rita Bagalà, stabilendo per lei gli arresti domiciliari e la contestazione di concorso esterno nell’associazione. L’indagata ha presentato, tramite il suo difensore, l’avvocato Mario Muroneistanza di revoca, respinta però sia dal Riesame, sia dalla Cassazione.

Neanche la Procura ha desistito dall’impostazione iniziale, ricorrendo al Tribunale per chiedere nuovamente, a carico della 52enne stabilitasi ad Aosta, la detenzione preventiva in cella (misura cautelare sollecitata originariamente) e opporsi alla modifica del reato ipotizzato. La tesi è stata accolta e, dopo l’esame della Cassazione, l’avvocata è stata tradotta in un carcere piemontese alla fine dello scorso gennaio.

Per l’avvocato Giunti, colpito recentemente da interdittiva antimafia a seguito del suo coinvolgimento nell’inchiesta, il Gip Ferrante aveva respinto la richiesta di misura della Dda (non riconoscendo il raggiungimento della soglia di gravità indiziaria nei confronti del legale aostano) ed è indagato a piede libero. Gli indagati sono ora nella fase in cui dispongono di un intervallo di tempo per chiedere al pm altri atti d’indagine o di essere sentiti, depositando inoltre eventualmente memorie o documentazione. Dopodiché, la palla passerà alla Dda, chiamata a decidere sulle richieste di rinvio a giudizio.

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