Sulle ali delle società “fantasma” vola via il 2021 della Valle d’Aosta

E quattro. Tanti sono i casi, affiorati nel 2021, di società con sede legale in Valle finite al centro di investigazioni delle forze di polizia, o di indagini della magistratura, perché ritenute di natura fittizia, create a “paravento” di operazioni illecite. Chi le gestiva non risiedeva (né viveva) qui e nessuna di queste, nella nostra regione, aveva né dipendenti, né uffici. Alla meglio, una buca delle lettere con la denominazione sulla targhetta. In un altro caso, l’indirizzo dichiarato corrispondeva ad un servizio di caselle postali. In un altro ancora, ad un condominio del centro di Aosta in cui nessuno, dal primo all’ultimo piano, aveva mai sentito nominare quell’azienda.

A rendere il quadro ancor più inquietante non è solo la coincidenza temporale del dato, che dà consistenza al fenomeno, ma anche il fatto che, due volte, a tali presenze si è arrivati con accertamenti antimafia, culminati in altrettanti provvedimenti d’interdizione del Questore. Gli amministratori al vertice delle compagini societarie, residenti in Calabria e Campania, sono risultati contigui, per frequentazioni o parentela, a figure di caratura criminale nell’alveo mafioso. Se in un caso l’organizzazione di riferimento era la ‘ndrangheta, nell’altro parliamo (ed è una delle prime volte in assoluto) della Camorra, dato che la Dia non aveva mancato di segnalare analizzando la situazione del territorio valdostano nella sua “semestrale”.

Gli altri episodi, seppur non presentino (evidenti) trame che conducano al pianeta delle mafie, non rinfrancano comunque. Specie perché, pur riscontrati in inchieste diverse e lontane tra loro, si caratterizzano per un doppio “fil rouge”. Lo dipanano il contesto in cui gli inquirenti si sono imbattuti nelle società fittizie, vale a dire indagando su truffe nel settore energetico, innescate – è la tesi d’accusa – da operazioni fittizie da monetizzare (ottenendo e rivendendo, da un canto, “certificati bianchi” e, dall’altro, crediti d’imposta relativi al superbonus edilizio 110%), nonché la comune localizzazione delle società “schermo” a Saint-Christophe, in aree dalla silhouette disegnata da schiere di capannoni.

In ognuna delle vicende, le “menti” dietro alle società erano appunto lontane dalle montagne del nord-ovest. Tutte, però, avevano pensato alla Valle d’Aosta come luogo ove dichiarare la sede delle aziende. Se la fonte di un ragionamento del genere appare ragionevolmente individuabile nel substrato libero-professionale che sempre più offre competenze e conoscenze alle consorterie (a volte venendo sollecitato, ma sempre più spesso in modo proattivo), sul perché della scelta si possono azzardare solo delle congetture. Ragioni “d’immagine”, considerando che un’azienda energetica, se sul suo biglietto da visita ha la terra dell’idroelettrico per antonomasia risulta maggiormente plausibile? Motivi di “opportunità geografica”, per un allontanamento della sede sociale al massimo possibile dalle “basi” di organizzazioni criminali e famiglie di riferimento?

Nell’era delle banche dati nazionali e dei gruppi interforze paiono, francamente, stratagemmi risibili. In una realtà dal tessuto economico come la Valle è assai più probabile che le “Fiamme gialle”, o altre forze di polizia, chiamate a compiere degli accertamenti su una ditta, si rechino a “farle visita”, che non altrove, ove l’insediamento di attività aziendali è superiore. Nemmeno, però, presenze così sfumate, sembrano prodromiche all’infiltrazione del territorio: non solo servirebbero strutture e operatività minimali, ma tutte le società in questione sono rimaste troppo a lungo inattive (e stando fermi, non si guadagna).  Con elevata sicurezza si possono escludere possibili vantaggi economico-fiscali, in grado di giungere attrattivi ai “colletti bianchi” che disegnano le strategie: la Valle d’Aosta, anche se luogo di autonomia speciale, non è Madeira (e, sia concesso a chi scrive, meno male).

Allora, perché la Valle? La domanda va girata agli inquirenti, ma non sarebbe male che anche le associazioni di categoria, od organismi istituzionali del settore come la Chambre, la ponessero. Magari, in controtendenza con quanto sempre più spesso avviene da queste parti, a voce alta, o nell’ambito di momenti di riflessione ad hoc. Chi raggruppa e tutela gli operatori economici rispettosi delle regole e della legalità, ancora confrontati peraltro ad un periodo difficile come quello pandemico, non deve solo rivendicarne i diritti, ma ha pure il dovere di denunciare i fenomeni preoccupanti, ancor più perché un rischio come quello infiltrativo si combatte attraverso l’incremento della consapevolezza collettiva al riguardo.

Quel “perché la Valle?” è anche l’interrogativo su cui si avvia al termine il 2021 per GiustiziAndO. Questo spazio taglia il traguardo del terzo anno di vita. Le statistiche (per quanto chi scrive queste righe non le ritenga esaustive e non se ne abbuffi quotidianamente) dicono che nei dodici mesi che volgono al termine i visitatori sono stati 13.806 (un po’ meno del 2020, quando furono 18.418). Anche le visite denotano un calo: 22.615 nell’anno in corso, contro le 29.097 del precedente. La flessione trova, tuttavia, una spiegazione abbastanza immediata nel fatto che, malgrado gli sforzi di puntualità nell’aggiornamento, il 2021 ha visto 39 pubblicazioni in meno dell’annualità prima (da 159 a 120).

Sono comunque numeri che – considerato quanto gli approfondimenti qui proposti siano non solo démodé (dall’agenda politica italiana sono ormai del tutto scomparse la lotta all’evasione fiscale e alle mafie, ve ne siete accorti?), ma anche sufficientemente settoriali – fanno concludere che valga la pena mantenere aperto questo spazio e aggiornarlo. GiustiziAndO continuerà ad essere il luogo delle domande, spesso in opposizione al silenzio di una classe dirigente regionale che – per quanto a livello d’immagine provi a muovere dei passi, come dimostra il deposito della proposta di legge sull’Osservatorio antimafia – ha continuato, nell’anno in chiusura, ad essere al centro di pagine (come le conclusioni delle inchieste sulla gestione dell’Usl della Valle d’Aosta, o gli “strascichi creativi” delle condanne comminate dalla Corte dei Conti sui finanziamenti al Casinò) per cui i valdostani avrebbero meritato risposte più chiare e trasparenti di quelle sentite da piazza Deffeyes.

Detto questo, auguri a tutti per le imminenti festività. A chi legge e condivide le domande poste, nella speranza che questo sia il vero contagio dell’anno venturo in Valle d’Aosta A chi è chiamato a far rispettare leggi e norme e, nel suo agire quotidiano, dà un senso alla divisa che indossa e al giuramento prestato (e troppo viene sottovalutato il “rovescio della medaglia” con cui le forze dell’ordine si trovano a fare i conti, generato da alcuni provvedimenti governativi per il contenimento della pandemia).

A chi deve accertare le violazioni a quelle leggi e norme, esercitando l’azione penale o giudicando (categoria che, al di là delle cause scatenanti, che non sarebbe corretto generalizzare, sta vivendo comunque uno dei momenti più complessi della storia della Repubblica). Infine, a chi è chiamato a difendere (e, quando lo fa con onestà intellettuale, contribuisce alle finalità di equità del processo e giusta pena scritte in Costituzione). Per tutti, in fondo, vale – come sosteneva Oscar Wilde – che “se hai trovato una risposta a tutte le tue domande, vuol dire che le domande che ti sei posto non erano giuste”. Per questo, merita continuare.

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