Operazione con chirurgo positivo al Covid, tre assoluzioni

Assoluzione di tutti gli imputati, perché il fatto non costituisce reato. Sono passate da non molto le 15.30 di ieri, lunedì 22 novembre, quando il giudice monocratico Maurizio D’Abrusco legge la sentenza che pone fine al processo di primo grado nei confronti del chirurgo Gianluca Iob, dell’ex direttore sanitario dell’Usl Pier Eugenio Nebiolo e del responsabile della centrale operativa 118 Luca Cavoretto (nella foto, mentre lasciano Palazzo di giustizia). L’accusa mossa ai tre era la violazione delle norme sull’emergenza Covid, in relazione all’operazione cui, il 19 aprile 2020, Iob prese parte all’ospedale “Parini” nonostante fosse in quarantena domiciliare perché positivo (asintomatico) al Covid-19.

Gli attriti tra accusa e difesa

Il verdetto è arrivato dopo ore di serrato confronto – a tratti nervoso – tra accusa e difesa, parte delle quali passate ad ascoltare i testimoni citati sia dal pm Francesco Pizzato, sia dal difensore delle tre persone a giudizio, l’avvocato Corrado Bellora. Quando la serie di deposizioni termina, il giudice decide di proseguire con la discussione della causa. Il rappresentante della Procura sostiene che quanto emerso dall’istruttoria ha “confermato, se non addirittura rafforzato, l’ipotesi accusatoria” (per la quale aveva chiesto ed ottenuto, al termine delle indagini dei Carabinieri, un decreto penale di condanna, cui i destinatari si sono opposti, innescando il procedimento finito ieri).

Il pm: la violazione c’è

“Iob – è stato l’‘affondo’ del Pubblico ministero – ha violato l’ordinanza di cui era destinatario e Nebiolo e Cavoretto hanno concorso. Il primo autorizzando senza titolo che uscisse, il secondo mandando un’ambulanza a prenderlo”. La Procura si è quindi soffermata sugli elementi che, ai suoi occhi, motivavano l’inesistenza di una “situazione inevitabile”. “Non esiste una valutazione tecnica – ha affermato il pm Pizzato nella requisitoria – che dice che Iob era l’unico chirurgo in grado di fare quell’intervento. Chi decide? Iob stesso. La valutazione è stata effettuata nella cerchia degli imputati”.

Poco prima aveva testimoniato il chirurgo vascolare chiamato a ripercorrere gli attimi che hanno condotto all’intervento. Chiamato in Pronto soccorso, per una “donna di 60 anni che lamentava dolore addominale”, prende coscienza delle immagini della Tac, che “facevano pensare ad un aneurisma” splenico “in rapida evoluzione”. Una situazione “di urgenza non differibile”, rispetto alla quale – dopo un confronto con un radiologo interventista – il medico sente Iob, che accenna che avrebbe presenziato, “perché nessuno all’interno dell’équipe aveva mai affrontato un intervento di quel tipo”.

“Ci sono nove chirurghi”

E’ il dato che, nella requisitoria, porta il pm a sostenere che “prima di sottoporre una paziente in condizioni critiche a rischio di contagio Covid, cioè a rischio di morte, si sente chiunque. Quanti dottori del nord ovest potevano essere sentiti” nel tempo dalla diagnosi all’inizio dell’intervento (emerso essere pari a circa tre ore)? “Se il dottor Iob è in vacanza dall’altra parte del mondo, se una persona ha un aneurisma, muore? – ha aggiunto il sostituto procuratore Pizzato – E io non lo credo, perché ci sono nove chirurghi vascolari, pagati dai contribuenti”.

L’accusa ha quindi riconosciuto che, pur ritenendo “siano integrati gli estremi del reato”, perché l’“ordinanza è stata violata” (e perché “non è stato fatto tutto ciò che era necessario per capire se Iob fosse l’unico” in grado di operare), gli imputati “hanno agito nella convinzione di offrire alla paziente la miglior soluzione possibile”. Ha quindi invitato il giudice a riconoscere la tenuità del fatto e, conseguentemente, a pronunciarsi per l’assoluzione dei tre.

La difesa: l’ipotesi del pm? Un’offesa

Una prospettazione che ha segnato l’ennesimo momento di tensione con il difensore Bellora, che l’ha definita “un’offesa per gli odierni imputati”, giacché “ci troviamo a giudicare persone che si sono assunte le loro responsabilità e che, di fronte al rischio di veder morire una persona, hanno scelto di salvarla”. L’avvocato, nell’invocare il proscioglimento “perché il fatto non sussiste”, ha quindi definito le ore dalla visita all’intervento quali “tempi tecnici, più velocemente non era possibile fare”. Dopo aver ricordato che in fatto di “chirurgia aortica, il dottor Iob ha eseguito oltre 500 interventi”, il legale è ricorso alla metafora calcistica: “Nella Juventus, i rigori li tira Cristiano Ronaldo”.

Ergo, preso coscienza della situazione, “Iob dice ‘vengo io’, Cavoretto dice ‘ti porto io’ (e chiama prima la Questura, poi il Sindaco) e Nebiolo da direttore sanitario dice ‘ti autorizzo io’”. Nel caso specifico, per il difensore, “l’unico comportamento era questo”. Quanto alla mail di un chirurgo reperibile nel turno successivo (che ha recentemente segnalato alla Procura di non essere stato contattato e di cui il pm ha reiterato più volte la richiesta di audizione testimoniale, incontrando però il rigetto del giudice), l’avvocato ha sottolineato che tale disponibilità iniziava alle 20, mentre “la diagnosi è delle 16.30, l’intervento è iniziato alle 19.30. La sala operatoria non ha una porta girevole”.

“A queste persone andrebbe detto ‘grazie’”

E, ancora, “il pm ha scelto una via pilatesca, che non rende onore a questi tre signori”. Parole dopo le quali il giudice si è ritirato in camera di consiglio, dove è rimasto per circa quarantacinque minuti. Quindi l’assoluzione: le ragioni della decisione saranno chiare solo con il deposito delle motivazioni (attese entro 30 giorni). Dopo la lettura della sentenza, l’avvocato Bellora ha dichiarato ai cronisti che “a queste persone, che hanno salvato una vita, andrebbe detto ‘grazie’. Si fa in fretta a chiamare ‘eroi’ i medici, ma poi non vanno portati a processo”.

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