Inchiesta sulla gestione Usl, cosa deve preoccupare davvero i valdostani

Delle conclusioni tratte dalla Procura della Repubblica dopo aver indagato su alcune vicende inerenti la gestione dell’Unità Sanitaria Locale della Valle d’Aosta colpiscono, in particolar modo, due aspetti. E, a ben guardare, non riguardano nemmeno il quadro restituito dalle investigazioni svolte dalla Digos della Questura, di un’azienda dalla gestione e l’amministrazione vissute dal suo massimo vertice del tempo come “serventi ed ancillari” – proprio così scrive il Pubblico ministero, chiedendo al Tribunale di archiviare il fascicolo aperto – rispetto alle dinamiche della politica (che, va ricordato, attraverso la Giunta regionale ne nomina il Direttore generale), in un vortice di clientelismo, favoritismi ed invasioni di campo inopportune.

Attengono, per la verità, ai reati che le condotte prese in esame avrebbero potuto integrare. Uno è l’abuso d’ufficio, storicamente nel mirino della politica (perché di frequente contestazione ai suoi protagonisti), ma rimasto sino a poco tempo fa l’ultima norma del Codice penale a consentire di incriminare pubblici ufficiali per comportamenti tali da creare ingiustificate posizioni di privilegio, o l’avvantaggiare alcuni soggetti a scapito di altri. Nel 2019, la campagna elettorale (si votò per le Europee, per 5 Consigli regionali e per 28 comuni, 6 dei quali capoluogo di regione) trovò addirittura un tema centrale nella sua abolizione, ipotesi che preoccupò non poco gli “addetti ai lavori” della giustizia.

Cancellare dal Codice penale l’articolo 323 non riuscì, ma la politica arrivò a riformare la norma. Il decreto legge n. 76 del 16 luglio 2020, convertito dalla legge n. 120 dell’11 settembre 2020 (a palazzo Chigi sedeva Giuseppe Conte e guardasigilli era Alfonso Bonafede) ne stabilì una nuova formulazione, chiaramente restrittiva per chi indaga. Essa richiede che, per assumere rilievo penale (cioè, per configurare reato), le condotte da scrutinare richiedano, inderogabilmente, la violazione di norme di legge primaria, dello Stato o della Regione. Tutto ciò che non raggiunge tale soglia non può essere perseguito quale abuso d’ufficio. Risultato finale: comportamenti illegittimi, o anche soltanto inopportuni (ed è ben il caso delle “raccomandazioni”) restano esclusi dal raggio d’azione della norma, o – se preferite – impuniti.

Verrebbe da chiedersi se avere maglie normative tanto larghe, al punto da lasciar passare un fenomeno che, oltre ad essere socialmente oneroso, ipoteca il futuro del contesto in cui avviene (perché azzera il merito), sia degno di un Paese civile. La risposta è perfino scontata e, oltretutto, una situazione del genere presenta un antipatico rovescio della medaglia, vale a dire porre in cattiva luce, agli occhi dei cittadini, la forza dell’ordine che ha condotto le investigazioni. In una approssimazione tutt’altro che incomprensibile da parte di chi non è addentro alle cose di giustizia: “avete trovato favoritismi e clientelismo e non è successo niente, siamo sicuri che avete fatto tutto a dovere?”. Si può spiegare per ore, a un cittadino che la pensa così che, per la Procura, la Digos ha denotato “meticoloso scrupolo investigativo” e che, in ultima analisi, la situazione è frutto dell’intervento legislativo a monte, ma difficilmente lo si convincerà.

Morale, resta la “raccomandazione” e cresce la sfiducia dell’opinione pubblica verso chi è investito sul campo della salvaguardia delle regole (che finirà, verosimilmente, con il vivere l’impotenza con sempre maggior frustrazione). Per la politica che al “dare risposte” attribuisce un senso non così speculare alla Costituzione, un risultato interessante, ottenuto oltretutto con un intervento legislativo solo. Ancora più disarmante è, tuttavia, l’altro scenario aperto dall’indagine. Escluso per i motivi appena visti l’abuso d’ufficio, l’altra ipotesi alla luce della quale gli inquirenti hanno valutato i fatti sotto la loro lente d’ingrandimento è stata la concussione. E’ quel reato in cui incorre il “pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o funzioni, costringa qualcuno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità anche di natura non patrimoniale”.

Ricordando che la veste di pubblico ufficiale è propria di un manager della sanità regionale e anche di un Assessore, necessita, tuttavia, che quell’abuso delle funzioni o della qualità venga sostanziato da condotte palesemente minacciose, o pressorie. Ecco, in tutti i casi presi in esame nell’indagine di cui è stata chiesta l’archiviazione il pm Luca Ceccanti riconosce non esserne emerse. Stando al lavoro della Digos, negli episodi considerati “sospetti” dalla Procura i massimi vertici amministrativo e politico della sanità regionale (ed è giusto segnalare che il primo è cambiato dallo scorso giugno) non hanno dovuto fare altro che esprimere, alle figure con cui si sono relazionati (in un caso, nemmeno direttamente), i loro desiderata. Il resto, nella visione inquirente, lo hanno fatto un “idem sentire” sulla subalternità dell’azienda alla politica e il fatto che rivestire un ruolo apicale fosse argomento sufficiente per ottenere il risultato auspicato.

Ripetendosi fino allo sfinimento che non sono emerse ipotesi di reato dalle investigazioni, e che quindi si sta ragionando esclusivamente su alcuni dati oggettivi palesati dall’inchiesta, in questo caso viene però spontaneo chiedersi quanto giunga rassicurante (anche alla luce del cospicuo investimento regionale sostenuto ogni anno in fatto di sanità) un’azienda che appare vastamente sprovvista nel suo perimetro operativo degli anticorpi culturali necessari a respingere input, quantomeno inopportuni, di chi dovrebbe essere mosso esclusivamente da principi di efficacia, efficienza ed imparzialità.

In una domanda sola: con le armi della giustizia evidentemente spuntate da reati difficilmente contestabili (e, ancor di più, dimostrabili), e con il controllo da parte dell’Amministrazione regionale che pare essersi allontanato dai binari istituzionali su cui dovrebbe viaggiare, in chi deve sperare il cittadino (che in questo caso è, oltretutto, potenziale paziente, quindi vulnerato nel bene più prezioso, cioè la salute) per la tutela dei suoi interessi? GiustiziAndO, come sempre, è democratico e aspetta risposte.

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