‘Ndrangheta, i “passaggi a nord-ovest” di Giuseppe Nirta “svelati” dalla sentenza Geenna d’appello

Le motivazioni della sentenza della seconda Sezione della Corte d’Appello di Torino nel processo Geenna, depositate negli scorsi giorni, appaiono rilevanti. Non solo perché sostanziano l’attestazione, in secondo grado, dell’avvenuta infiltrazione di ‘ndrangheta nel tessuto socio-politico valdostano. Non solo perché forniscono i motivi dell’assoluzione dell’ex consigliere regionale Marco Sorbara (che aveva destato clamore, visto il rovesciamento della condanna inflittagli in primo grado al Tribunale di Aosta). Non solo perché spiegano gli elementi che hanno spinto i giudici a confermare la colpevolezza di Antonio Raso, Nicola Prettico e Alessandro Giachino (quali componenti della “locale” di Aosta) e dell’ex assessore di Saint-Pierre Monica Carcea (come concorrente esterno).

Ritratto di una “locale”

Lo sono per il loro aggiungere un tassello alla “fotografia” risultante dall’inchiesta della Dda di Torino, iniziata nel 2014. Nell’annotare e ribadire “quell’atteggiamento ‘prudente’, ovvero che rifugge dalla consumazione di reati di una certa gravità o commessi con modalità ‘eclatanti’” – da parte della “‘locale’ guidata da Marco Fabrizio Di Donato (condannato in appello con rito abbreviato, ndr.), nel nome dei Nirta” di San Luca (Reggio Calabria) – i giudici trovano nelle evidenze raccolte dai Carabinieri del Gruppo Aosta quanto conferma la cellula come “un gruppo di ridotte dimensioni, di recente formazione, essenzialmente ‘attivo’ nel campo dell’iniziativa economica privata” e “nel tentativo di infiltrarsi – tramite anche l’ausilio di ‘concorrenti esterni’ – nelle istituzioni elettive “.

Gli atti “sfuggiti”

E se, trattandosi di “mafia silente”, un elemento dal peso specifico elevato per giungere a condanna è rappresentato dal collegamento della formazione delinquenziale con la sua “casa madre”, nel caso di Geenna “formidabile riscontro” della “incipiente e costante presenza sul territorio aostano degli elementi di spicco della compagine criminosa” calabrese è “costituito da una serie di atti” – sostiene la Corte d’Appello – “sfuggiti sia alle parti che al primo giudice, allegati al fascicolo del dibattimento al quale sono stati acquisiti all’esito dei relativi esami testimoniali”. In pratica, traducendo, passati inosservati sia ai difensori che hanno impugnato la sentenza di primo grado nell’interesse degli imputati, sia a chi – scrivono a Torino – aveva espresso il verdetto ad Aosta.

Osservando Giuseppe Nirta

Parliamo di una serie di verbali attinenti vari servizi di osservazione, controllo e pedinamento effettuati dai militari del Nucleo Investigativo che “documentano, per tutto l’anno 2014 (quello nel quale è collocato, nella contestazione in esame, l’incipit dell’associazione), nonché per l’anno seguente diverse ‘ascese’ in territorio aostano di Giuseppe Nirta”. E’ il pluripregiudicato 56enne – con condanne definitive per traffico internazionale di droga e violazione della sorveglianza speciale e un’altra in appello per associazione di tipo mafioso nel processo “Minotauro” sulle ‘ndrine piemontesi – dalla “notoria” appartenenza “alla stirpe dei Nirta di San Luca”.

La morte in Spagna

Giuseppe (classe 1965, da non confondere con l’omonimo cugino, nato nel 1952 e protagonista in Valle di più inchieste per traffico di stupefacenti, l’ultima “Feudora” della Guardia di finanza, circa un anno fa) era il fratello di Bruno detto “La Belva”, il 62enne condannato in appello quale “coordinatore” della cellula aostana, e protagonista di un traffico di stupefacenti, sempre nell’appello con l’abbreviato. L’uso dell’imperfetto è dovuto al fatto che l’11 giugno 2017 Giuseppe è stato ucciso in Spagna, dove si era stabilito quale titolare di un’azienda di alimentari (ortaggi, tra l’altro), mentre rientrava, assieme ad una donna, in una villa nella comunità di Murcia.

L’omicidio senza mandanti

A quattro anni da quella morte, nella penisola iberica è in corso un processo alla sua compagna di quella sera (l’accusa ha invocato oltre 26 anni di carcere), ma – come osservano i giudici della Corte – appare “tutt’ora ben lontana la formazione di una verità giudiziaria sulla individuazione dei mandanti” (le indagini avevano visto pure l’arresto di un italiano e altri otto indagati, seguendo la pista di un’organizzazione dedita alla coltivazione di Marijuana, ma tutto è finito in archiviazione). Nel gennaio 2014, però, Giuseppe Nirta si trovava in media Valle d’Aosta. Lo fermano i Carabinieri di Saint-Vincent su una Bmw 525, con targa spagnola. E’ al volante e si qualifica come “imprenditore internazionale nel settore oleario”. Cosa ci fa sul territorio? Afferma che è qui “per rivedere dei conoscenti e giocare al Casinò”. Un mese dopo, il 26 febbraio, i militari lo osservano nuovamente in zona, intento a “conversare con due sconosciuti nel dehor di un bar di Montjovet”.

Appuntamenti con più implicati in Geenna

Passa nemmeno un altro mese e, quando siamo alla prima serata del 21 marzo, viene monitorato un incontro, nuovamente a Saint-Vincent, tra lui e Francesco Mammoliti (alias “Brillantina”), condannato nell’abbreviato di Geenna quale “sponda logistica” della famiglia di San Luca (la ‘ndrina è detta “La Maggiore” o Scalzone) in Valle. I due si ritrovano a pranzo, a casa di Mammoliti, il 29 giugno, mentre il 30 Nirta viene visto recarsi al bar “gestito da Giuseppe Di Donato e dalla di lui consorte”, ove viene raggiunto “prima da Marco Fabrizio Di Donato (fratello del titolare e cugino di Nirta, ndr.) e, successivamente, da Roberto Bonarelli”, giudicato colpevole in appello di aver informato il ristoratore Antonio Raso della “probabile presenza di microspie” poste dagli inquirenti all’interno del suo locale.

I “summit” a “La Rotonda”

Il gruppo “si trattiene nel bar per oltre un’ora, fino a quando Nirta esce da solo, seguito cinque minuti dopo dagli altri due” e il 4 luglio i Carabinieri lo notano, nel pomeriggio, incontrarsi ancora con “Brillantina” e, con altre due persone, in un ristorante a Montjovet. Vengono censiti altri tre “avvistamenti”, ma di maggiore interesse, agli occhi dei giudici della seconda Sezione, “a riprova della non occasionalità della presenza di Giuseppe Nirta sul territorio”, vengono definiti gli incontri nel ristorante “La Rotonda”, gestito da Raso. Il primo “rendez-vous”, ancora in compagnia del “logista” Mammoliti, è del 17 febbraio 2015. Nel secondo, quattro giorni dopo, i due sono a colloquio con il titolare dell’attività. “Tonino” Raso, in particolare, viene ripreso dai Carabinieri ““in abboccamento col ritenuto capo dell’associazione all’esterno del locale”.

La data che i magistrati torinesi sottolineano in rosso, però, è il 26 luglio 2015. Nirta arriva a “La Rotonda”, sempre con “Brillantina” al suo fianco, dove lo aspettavano Raso e Marco Fabrizio Di Donato. Il servizio dell’Arma documenta, tra l’altro, “una conversazione a tre tra Mammoliti, Di Donato e Giuseppe Nirta, l’appartarsi di Raso con quest’ultimo (in colloquio ‘riservato’ della durata di oltre dieci minuti), il successivo unirsi ai due del Mammoliti prima e del Di Donato poi (a distanza di oltre un quarto d’ora). Quindi, quest’ultimo e il Nirta si allontanarono da soli, per poi fare ritorno dopo una decina di minuti”. Il 9 dicembre 2015 segna, per gli inquirenti, l’ultimo “meeting” del pluripregiudicato con i coinvolti nel processo Geenna. In tutto, una dozzina di monitoraggi in tempo reale.

Nirta levatrice” della “locale”

“Sebbene i contenuti delle conversazioni non siano stati registrati o comunque acquisti agli atti – si legge in sentenza – il valore probatorio di queste risultanze, in termini di collegamento con la ‘casa madre’ non  può essere sottaciuto”. Il dato è che Giuseppe Nirta “godeva di un ‘prestigio criminale’ certamente maggiore di suo fratello Bruno” e che “la sua presenza, pressoché costante nel biennio 2014/5 sul territorio valdostano, coincide in pieno con i primi due anni di vita” della “locale” certificata da due gradi processuali. Un insieme di elementi che “smentisce in maniera netta la principale delle argomentazioni difensive sulla presunta inconsistenza di un sodalizio criminale destrutturato ed asseritamente acefalo”.

Bruno ad Aosta dopo Giuseppe? Non un caso…

Se alla presenza di Nirta “si tengono presso il ristorante del Raso due” appuntamenti, uno dei quali “di considerevole durata, e che dà vita ad un vero e proprio summit”, ritenuto “particolarmente significativo sotto l’aspetto della prova dell’afectio societatis (la volontà di associarsi, ndr.)”, non “appare assolutamente un caso che la visita del 13 dicembre 2015” ad Aosta, da parte del fratello Bruno (questa sì, sviscerata nel processo di primo grado), sia “successiva anche nel tempo ad una serie davvero rilevante di incontri tenuti dal fratello maggiore che, via via, hanno quantomeno interessato i principali referenti del gruppo in esame”.

La fiducia dei Nirta in Di Donato Da lì agli arresti, che scattano nella notte del 23 gennaio 2019, trascorrono quasi tre anni e tra i monti non si vede più nemmeno Bruno, ma le ragioni di quelle mancate visite – per la Corte d’Appello – “possono bene essere ravvisate” nella “piena fiducia che egli nutriva nelle capacità dirigenziali del cugino” Marco Fabrizio Di Donato e, soprattutto, “nella prudenza indotta dalla successiva uccisione in Spagna di Giuseppe Nirta”, che “lo ha ovviamente indotto alla adozione delle opportune cautele”. A quel punto, la “locale”, nella visione dei giudici della seconda Sezione, era ormai instradata e chi doveva passare a nord-ovest, da “casa ‘ndrangheta”, era ampiamente passato.

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