Congresso delle Camere penali e riforma della Giustizia: a “tu per tu” con la delegata valdostana

L’avvocato Valeria Casali, del foro di Aosta, ha rappresentato i penalisti valdostani al 18° Congresso ordinario dell’Unione delle Camere Penali Italiane, svoltosi lo scorso fine settimana. Mai il tema della giustizia è stato avvertito come negli ultimi tempi, nell’agenda del Paese, e l’appuntamento nella capitale – sul tema “Cambiare la giustizia, Cambiare il Paese – Le proposte dell’avvocatura penale per una nuova stagione delle garanzie” – è stato un indubbio osservatorio privilegiato. Tanto è bastato, a GiustiziAndO, per parlarne con la delegata della Valle.

Quali sono le sue impressioni complessive al ritorno da Roma?
Le impressioni emerse dai lavori congressuali sono quelle di chi guarda alla riforma con molta cautela. E’ una riforma sicuramente auspicata ma che dipenderà praticamente in toto da come verranno portati avanti i lavori sui testi di legge da parte dalle tre commissioni che saranno chiamate, da qua ad un anno, a redigerne i contenuti quali appunto: la Commissione Luiso per la riforma del codice di procedura civile, la Commissione Luciani per la riforma dell’ordinamento giudiziario (commissione che, come abbiamo rilevato durante il Congresso, è priva al suo interno di avvocati) e la nota Commissione Lattanzi per la riforma del codice di procedura penale. Indubbiamente, la presenza del Ministro Marta Cartabia, intervenuta per la prima volta ad un congresso UCPI in un clima di fermento, non può che essere un segnale forte e positivo.

La magistratura sta attraversando, come dimostrano vicende come quella dell’ex pm Luca Palamara, un momento di oggettiva difficoltà. Al convegno è intervenuto, tra gli altri, il vicepresidente del Csm, David Ermini. La sensazione è che i magistrati siano consapevoli dell’entità del problema e abbiano anticorpi e strada da intraprendere, nel loro organo di autogoverno, per farvi fronte efficacemente?
L’intervento dell’Avvocato David Ermini, vicepresidente del Csm, è stato un intervento a mio parere piuttosto stringato e molto tecnico.
Dopo un brevissimo ed oltremodo generico cenno al momento di difficoltà che sta attraversando la magistratura ha rimarcato che una riforma sull’ordinamento della giustizia è assolutamente necessaria anche per accedere ai fondi del Recovery.
In sede congressuale, l’Avvocato Ermini ha chiesto esplicitamente al Governo, soprattutto in vista degli ingenti fondi che arriveranno dall’Europa, di destinare le risorse necessarie ad attuare le riforme a partire da un necessario ampliamento della pianta organica e della sua effettiva copertura: a titolo di esempio, dalla pubblicazione del bando al momento della presa delle funzioni nell’ultimo caso sono trascorsi 4 anni e 3 mesi, questa tempistica non è più tollerabile.
In Italia, a detta del Vicepresidente, ci sono 10.400 posti nelle piante organiche e attualmente in servizio sono meno di 9000 (8500), abbiamo quindi oltre il 15% di scopertura delle piante organiche.
Sull’“affaire Palamara” nessun commento.
La sensazione è comunque quella di una presa di coscienza da parte della magistratura nonché della consapevolezza dell’entità del problema, mentre sugli anticorpi e sulla strada da intraprendere qualche ragionamento è indubbiamente iniziato a maturare anche all’interno del loro organo di autogoverno.

L’altro momento centrale del Congresso è stata la presenza della Guardasigilli Marta Cartabia (nella foto). Prima di addentrarsi nel merito della riforma all’esame del Parlamento la domanda è: può, un intervento legislativo unico, essere sufficiente per curare i molteplici “mali” della giustizia sollevati negli ultimi tempi dai penalisti?
Un intervento legislativo unico non potrà mai naturalmente essere considerato sufficiente, si vedrà strada facendo quali iniziative intraprendere a supporto dell’efficacia nell’attuazione della riforma.
Bisogna tenere presente, inoltre, che le riforme non si esauriscono, in un mutamento delle regole, ma richiedono (per inverarsi) che coloro che ne sono destinati e dai quali l’attuazione dipende possano farle proprie, dunque è di fondamentale importanza che le stesse siano accompagnate da mirati interventi e investimenti formativi anche in termini di risorse.
In ogni caso, questa riforma del processo penale è stata definita dallo stesso Ministro proponente come una legge di scopo e cioè come intervento che ha come fine quello di ridurre del 25% la durata media dei processi nell’arco di 5 anni.
Diciamo pure che come riforma è già qualcosa: come ha ribadito qualcuno durante il proprio intervento (in particolare il Prof. Oliverio Mazza dell’Università Bicocca di Milano) questa riforma non coglie appieno l’obiettivo o meglio il risultato tanto agognato dall’Avvocatura e gli scopi che la stessa si sarebbe prefissata, ma senza dubbio migliora lo status quo ante… “meglio di niente!” per intenderci.

Detto questo, passiamo ai contenuti della riforma. Qual è, secondo lei, il suo aspetto più interessante e, di converso, quello che meno convince gli avvocati?
A mio parere, a parte le riflessioni favorevoli o meno circa l’istituto dell’improcedibilità piuttosto che quelle sulle cosiddette “finestre giurisdizionali” tutte naturalmente meritevoli di considerazione, uno degli aspetti che ha sollevato seri dubbi in sede congressuale è la creazione dell’Ufficio del Processo.
Molti di noi temono che questo possa sostanziarsi nella cosiddetta spersonalizzazione del Giudice: la paura è che tali giuristi selezionati per entrare a far parte del mondo della giustizia in forma di supporto dell’attività del giudicante finiscano poi per aver un ruolo subalterno a quest’ultimo, arrivando a sostituirsi a costui a spregio del principio di oralità nel processo penale e delle garanzie del diritto di difesa.
In tal senso, il Ministro Cartabia ha voluto rassicurare gli avvocati penalisti tenendo a precisare che tali uffici saranno composti da giovani giuristi (il 39% ha tra i 30 e 40 anni), preparati (richiesto il conseguimento della laurea magistrale in materie giuridiche), assunti tramite concorso tant’è che a fronte degli 8171 posti disponibili, alla data di chiusura del bando, è pervenuto un totale di 66.015 domande.
Si vedrà cammin facendo.

La riforma, dopo l’approvazione delle Camere, avrà comunque bisogno di un periodo di attuazione. Non rischia di passare troppo tempo rispetto alle “emergenze” che avete sollevato? Al convegno avete condiviso l’attitudine da tenere, in quella fase, per i penalisti italiani?
Ci sono dei tempi tecnici che ci auspichiamo tutti che vengano rispettati.
L’attitudine da tenere è sicuramente quella di una linea che ricomprende un alto ed assoluto livello di attenzione rispetto a quelli che saranno i decreti legislativi tenendo però sempre un atteggiamento di apertura al confronto e al dialogo con gli interlocutori del tema giustizia.

Un rappresentante dell’avvocatura francese è stato un altro ospite rilevante del convegno. Ha manifestato quella che, secondo molti presenti, è una vera e propria “dichiarazione di guerra” alla magistratura del suo Paese. Cosa pensa di quel passaggio congressuale?
Il ministro della Giustizia francese, avvocato Eric Dupont-Moretti, originariamente previsto quale ospite, non ha potuto presenziare al Congresso, ma è intervenuto in sua vece il collega Luc Febbraro, Avvocato in Aix en Provence, il quale ha sicuramente esternato contro la magistratura del suo Paese delle dichiarazioni molto forti.
Il collega ha raccontato di come la nomina a Ministro di Eric Dupont-Moretti sia stata interpretata dalla Presidente di uno dei più importanti sindacati dei magistrati francesi come una vera e propria “dichiarazione di guerra”.
Attualmente pare che il Ministro della Giustizia sia sottoposto ad indagini per un reato simile al favoreggiamento ma che lo stesso, contrariamente alle usanze, non si sia dimesso e che in tale scelta sia supportato dal Presidente Macron che lo difenderebbe a spada tratta.
Secondo Febbraro, il sistema francese è un sistema troppo datato che necessiterebbe immediatamente di riforme ed ha parlato di integralismo e dittatura della magistratura francese.
Ritengo che l’Italia non sia certamente l’unica a necessitare di riforme e non sarebbe male pensare di instaurare una collaborazione a livello europeo con i rappresentati delle varie associazioni di penalisti degli altri paesi.

Il Congresso ha ospitato anche la seconda edizione del premio “Giornalismo e informazione giudiziaria”. Su questo fronte, le Camere penali hanno sollevato spesso varie osservazioni. Qual è il quadro emerso dal convegno al riguardo?
Secondo l’UCPI, una parte di giornalisti vive come un riflesso mentale e culturale le vicende della giustizia penale e le utilizza come occasioni per avventarsi su una preda.
Non per ultimo il caso del Mottarone.
Al fine di salvaguardare il connubio diritto alla difesa e informazione giudiziaria è stato creato l’Osservatorio UCPI Informazione Giudiziaria, il quale spesso si è trovato a censurare le modalità di diffusione e di comunicazione di notizie come espressione di un’ottica inquisitoria ormai superata da anni.
Accade sempre più spesso che il titolare delle indagini venga presentato dalla stampa come un eroe infallibile che, indomito, si batte per ottenere giustizia e si ripercorrono i passi salienti della sua carriera.
Capita così che gli indagati siano visti come tutti consapevoli e quindi colpevoli, criminali, mostri, avidi, con buona pace dei principi che informano il nostro sistema penale, ma anche i codici deontologici di ogni soggetto protagonista delle numerose e continue esternazioni e pubblicazioni.
Finisce che il “clamore mediatico” assurge a presupposto per la privazione della libertà personale.
La posizione dell’UCPI che monitora tali accadimenti tramite il proprio osservatorio è quella volta ad incentivare che -in ossequio alle direttive europee- il Parlamento possa finalmente intervenire per fissare una volta per tutte delle regole a tutela delle indagini oltre che di coloro che vi sono sottoposti.

Sulla giustizia, la sensazione è che ci sia poca consapevolezza, nella popolazione, anche perché in tempi “di pace” c’è poco interesse al tema, mentre quando sale l’“emergenza”, come di recente, l’approccio sembra più ispirato allo scontro tra tifoserie. Il gap appare culturale, prima che tecnico. Come si esce da questo “loop”, che sicuramente non innesca un clima proficuo?
La consapevolezza in materia di giustizia sorge nel cittadino quando viene toccato personalmente dalle vicende giudiziarie.
E’ la storia più vecchia del mondo.
In ogni caso, con questa domanda si esce dal processo per toccare un tema più ampio: diciamo solo che la riforma del CSM, la disciplina dei magistrati fuori ruolo, la composizione dell’Ufficio del Ministro di Giustizia etc sono solo la minima parte dei temi della riforma che potrebbero cambiare i rapporti tra i poteri ed aiutare il mutamento culturale, salvaguardano in primis quel valore pubblico che consiste proprio nella fiducia dei cittadini verso le istituzioni.

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