Corruzione in Valle d’Aosta, distinguere tra sfera penale e dati storici

La lettura dell’esito d’appello del processo “Corruzione in Valle d’Aosta” – arrivato a Torino all’inizio del pomeriggio di oggi, lunedì 20 settembre (nella foto, l’attesa per l’inizio dell’udienza) – restituisce soprattutto due elementi. Il primo è che i giudici di secondo grado hanno rovesciato quasi integralmente il pronunciamento del Gup del Tribunale di Aosta, risalente al 2019, caratterizzato da condanne (e nemmeno leggere) per buona parte delle accuse mosse agli imputati.

L’effetto principale del colpo di scure è che, per le presunte pressioni mirate a favorire l’ampliamento del “Caseificio Valdostano” nei locali dell’area autoportuale, l’ex presidente della Regione Augusto Rollandin esce prosciolto processualmente. E’ l’effetto della riqualificazione del reato contestatogli (passato da corruzione propria a impropria), dichiarato prescritto, giacché risalente al 2013. Saltano così i 4 anni e 6 mesi di reclusione inflittigli in primo grado. Il diretto interessato la chiude con una battuta all’Ansa: “Mi fa piacere che alla fine l’esito sia questo. Anche se son dovuti passare degli anni. Ma meglio tardi che mai”.

La cifra dell’uomo è quella e non stupisce (più). Se non fossero passati anni non si sarebbe concretizzata la prescrizione, ma tant’è. Il risultato è che l’“Imperatore” continua inossidabile il cammino in politica iniziato a fine anni ‘70, che lo ha portato e riportato in Consiglio regionale, tra un guaio giudiziario e l’altro (negli anni 1992-2008, 2009-2017 e nel decennio in corso), passando per il Senato. Se condannato oggi, la “Severino” avrebbe fatto scattare una nuova sospensione dallo scranno in piazza Deffeyes, dopo quella arrivata all’indomani del verdetto di due anni fa, che non gli ha comunque impedito di candidarsi a fine 2020 all’Assemblea regionale, venendo rieletto (il suo consenso è diminuito nel tempo, ma mai gli elettori gli hanno voltato le spalle).

Della diversa rubricazione beneficiano anche i co-imputati Gerardo Cuomo, grossista alimentare, e Gabriele Accornero, già consigliere delegato del Forte di Bard. Sottraendo il “corrispettivo” di pena per quell’episodio dalle loro condanne aostane (e, nel caso dell’allora manager, anche la assoluzione da altri capi d’accusa, in un’altra riforma della prima sentenza) resta la colpevolezza per una sola imputazione. Parliamo della corruzione nelle forniture commissionate dalla fortezza al “Caseificio Valdostano” per il trail 4K, nel 2016. In termini complessivi, da 4 anni 6 mesi e 20 giorni (Accornero) e da 3 anni e 8 mesi (Cuomo) si è passati ad un anno ognuno (con sospensione condizionale).

Certificata insussistente dai giudici torinesi, nonostante l’articolata requisitoria del sostituto procuratore generale Giancarlo Avenati Bassi, pure l’ipotesi di associazione a delinquere, finalizzata alla commissione di crimini contro la pubblica amministrazione, tra il politico, l’imprenditore e l’allora dirigente di Finaosta. Tale prospettazione non aveva convinto già il Gup del primo grado Paolo De Paola, che aveva pronunciato assoluzione in merito, spingendo il pm Luca Ceccanti e il procuratore capo Paolo Fortuna, convinti dalle indagini dei Carabinieri del Gruppo Aosta che i tre formassero “un’elaborata banda criminale” (avevano chiesto anche l’arresto di Rollandin, poi “bocciato” dal Gip), al ricorso in appello.

L’altro elemento degno di nota della sentenza odierna è che, al netto del rovesciamento del verdetto di primo grado, e al di là della qualificazione giuridica iniziale degli addebiti, la ricostruzione degli investigatori relativa al filone principale del giudizio – proprio l’ampliamento della sede del “Caseificio” (monitorato attraverso un “trojan” nel telefono dell’allora Presidente, ma anche con numerosi servizi di osservazione, pedinamento e controllo) – non esce smembrata dal vaglio di secondo grado. L’intervenuta prescrizione dà luogo al “non doversi procedere”, ma la gestione di quel dossier è stata qualificata per dinamiche corruttive, per quanto di natura impropria. Saranno maggiormente esaustive, al riguardo, le motivazioni del verdetto d’appello.

Non a caso, nelle reazioni post-pronunciamento, l’avvocato Corrado Bellora, difensore dell’imputato finito a processo con più accuse (Accornero), nell’annunciare il ricorso in Cassazione per il capo d’imputazione cui si riferisce la condanna del suo assistito, ha incluso nel ragionamento anche il reato prescritto. Perché, per quanto di segno favorevole sul piano delle conseguenze, non equivale ad un’assoluzione: significa che il reato ipotizzato, essendo “scaduto” (per il superamento dei termini fissati dal Codice penale), non è perseguibile. Naturale che una difesa auspichi che quella macchia, seppur ininfluente in termini di condanna, evapori. Si vedrà cosa ne sarà del prosieguo del procedimento.

Nel frattempo, da stasera, i valdostani farebbero bene a concentrarsi soprattutto su questo aspetto, imparando a separare gli esiti processuali dai dati storici, cristallizzati dalle inchieste. Continuare a pensare (e nella nostra regione accade da troppo) che mondare la società dai delitti contro la pubblica amministrazione, rendendola più trasparente ed etica, sia compito esclusivo della magistratura, è visione miope (e anche autoassolutoria). Sono obiettivi che investono una responsabilità collettiva, di natura civica e morale, dal perimetro necessariamente diverso (più ampio) da quello penale. Vi si può contribuire, per esempio, smettendo di premiare con il voto gli amministratori che non si sono distinti per le condotte commendevoli. Ad oggi, la Valle non brilla sul punto. Per iniziare, però, non è mai troppo tardi.

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