Politica e vigilanza ambientale, perché il premio ai forestali valdostani conta

Chi ha vissuto dall’interno l’amministrazione regionale sa bene che, al di là delle parole di lode puntualmente spese da Presidente della Regione ed Assessore alle risorse naturali ad ogni anniversario del Corpo forestale della Valle d’Aosta, l’esistenza di un’emanazione dell’amministrazione regionale con funzioni repressive (e di polizia giudiziaria) in materia ambientale non è vissuta in modo esattamente lieto dalla politica.

Le quindici stazioni forestali della regione consentono una presenza ed una vigilanza capillari sul territorio e le sanzioni agli allevatori per lo smaltimento illecito di carcasse, agli agricoltori per abbruciamenti vietati, o agli imprenditori per abuso edilizio (per limitarsi a tre esempi), colpiscono direttamente – e quindi, potenzialmente, alienano – dei “tesoretti” elettorali non indifferenti per chi siede nell’Olimpo di piazza Deffeyes (ed ambisce a continuare a farlo). Non a caso, nelle allocuzioni pubbliche degli eletti, il forestale viene spesso dipinto come una sorta di “consulente” del cittadino “sbadato e distratto”, che “consiglia” e “ricorda”, con un buffetto sulla guancia, se non una pacca sulla spalla, le norme in vigore.

E’ un’immagine desiderata, com’è ovvio, perché la realtà deve essere diversa, ma figlia di una forma mentale non sporadica. In questo senso, è bello (e d’esempio per la classe politica regionale) che il premio “Ambiente e Legalità” arrivato ieri sera alla “Festambiente”, in corso vicino a Grosseto, riconosca attività investigative, svolte dal Corpo forestale della Valle d’Aosta, di respiro giudiziario. E’ bello che lo abbia consegnato un testimone di legalità come Don Luigi Ciotti (nella foto) ed è bello che, oltre al comandante del Corpo Luca Dovigo, nella delegazione valdostana per ritirarlo, ci fossero anche i Viceispettori della stazione coinvolta nelle indagini (Etroubles) e della Sezione di polizia giudiziaria presso la Procura della Repubblica.

L’ambiente è la reale ricchezza della Valle d’Aosta. Preservarlo e tutelarlo, per ognuno di coloro che lo vivono (anche facendone la loro professione), non dovrebbe rispondere solo ad un istinto naturale, ma anche ad un investimento sul futuro di questa terra. Purtroppo, non tutte le persone sono uguali e c’è chi, dinanzi all’ipotesi di profitto, o di altri vantaggi, vive con meno rigore il richiamo degli istinti e l’idea di futuro. Da qui, l’importanza di un Corpo chiamato a vigilare sull’ambiente e sul fatto che possa operare senza condizionamenti (e, al riguardo, si potrebbe già discutere a lungo della nomina di Comandante e Vicecomandante attribuita, con legge regionale, alla Giunta).

Comunicare ed informare sui divieti in vigore è indubbiamente parte del lavoro di chi è chiamato ad assicurare il rispetto delle regole, ma dinanzi a violazioni conclamate (tralasciando implicazioni più profonde, se si pensa al fatto che su due siti di smaltimento rifiuti della Valle si è messa in moto la Procura distrettuale di Torino) la condotta non può che essere quella prevista dalla legge. Non è una questione di buon senso, di elasticità o di comprensione: lo stabiliscono le regole stesse della democrazia. Anche se dispiace al potente di turno. Anche se gli fa alzare il telefono per una sfuriata con un superiore di chi ha operato.

Ogni volta che si sottrae l’ambiente ad una ferita inferta indebitamente dall’uomo si contribuisce all’interesse collettivo. Ecco perché il premio riconosciuto da Legambiente conta. Perché – facendo dell’operazione “Pascoli d’oro” e della successiva inchiesta sui maltrattamenti di pony e asini casi d’esempio a livello nazionale nel contrasto alla criminalità ambientale – segna uno standard per l’azione dei forestali valdostani e, conseguentemente, di chi ne ha la responsabilità sul piano politico. Ispirarsi e mantenere quello standard può allontanare i voti auspicati da qualcuno? Per quanto la laicità sia un valore irrinunciabile per chi scrive, “Amen” suona come la risposta migliore.

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