Crisi del Casinò, la narrazione non può essere “a tema libero”

L’Union Valdôtaine ha reagito alla sentenza d’appello della Corte dei Conti, sui finanziamenti al Casinò, rivendicando a voce grossa che “nulla è stato nascosto, nulla è stato rubato, nessuno è stato corrotto o estorto“. Peccato che nessuna di queste condotte fosse mai stata ipotizzata, né contestata. La magistratura contabile serve a determinare se dei fondi pubblici (leggasi della collettività) siano stati usati correttamente, o meno, da amministratori e dirigenti chiamati a gestirli.

Politici imprudenti e senza diligenza

Nel caso specifico, il giudizio arrivato dalla Sezione centrale pronunciatasi sul caso è impietoso. Il comportamento dei consiglieri regionali che, nell’ottobre 2014, votarono la ricapitalizzazione da 30 milioni di euro della “Casinò de la Vallée” SpA viene definito, nel verdetto, “gravemente imprudente e privo della necessaria diligenza che deve caratterizzare l’azione del funzionario pubblico, onorario o di carriera, nella gestione dei beni pubblici che gli sono stati temporaneamente affidati”.

Per leggere correttamente la vicenda occorre quindi concentrarsi sulla “ratio” delle iniezioni di finanza pubblica nelle casse della Casa da gioco. Al plurale, perché se i giudici non vi hanno visto un danno, è comunque bene ricordare che, oltre alla deliberazione su cui è imperniata la condanna, altri tre finanziamenti si successero tra il 2012 e il 2015, portando il totale erogato da piazza Deffeyes al Casinò a circa 140 milioni di euro.

L’intercettazione “dimenticata”

Per l’Uv, l’aumento di capitale da 30 milioni fu “una decisione per evitare la chiusura della casa da gioco con le perdite economiche, dirette e indirette, che ne sarebbero derivate”, una “scelta consapevole con intenzioni di buona fede”. Per quanto rimossa da molti, un’intercettazione telefonica disposta dall’autorità giudiziaria, in un procedimento penale (per altra ipotesi di reato) poi archiviato, cattura proprio un passaggio della vicenda “finanziamenti”, che definire nevralgico è riduttivo.

Gli stralci più significativi sono in questo articolo. Risale al novembre 2016 ed ognuno può leggerli e trarre le proprie conclusioni – visti il tenore e i contenuti della discussione – sulle condizioni dell’azienda, a distanza di due anni dalla ricapitalizzazione, e sulla consapevolezza delle chances “salvataggio” da parte dei politici che governavano la Valle in quella fase storica. Peraltro, quel dialogo concitato porta a galla anche un altro aspetto, centrale nel ragionare della crisi del Casinò, ma che la politica non può permettersi il lusso di sollevare.

L’allora presidente della Regione Augusto Rollandin, che prende parte alla conversazione registrata dagli inquirenti, esprime perplessità sul ricorso agli strumenti della “legge Fornero” per l’“esodo” di 50 dipendenti (contro i 250 previsti originariamente), con un costo aziendale pari a 7 milioni l’anno. “Sta roba qui è una follia per noi”, esclama l’Imperatore, che arriva a suggerire “mettiamoli in cassa integrazione… lasciamoli a casa…”. Insomma, “diventiamo una azienda come tutte”.

Il Casinò mai improduttivo

Ecco, perché un’azienda come tutte, dal punto di vista degli introiti, Saint-Vincent non ha mai smesso di esserlo. Lo racconta l’istanza fallimentare depositata dalla Procura della Repubblica di Aosta nel novembre 2018. Certo, c’è stata una flessione dovuta alla crisi dell’azzardo (in cui lo Stato ha fatto soprattutto concorrenza a se stesso), ma i ricavi sono passati da 67 milioni 811mila euro del 2015 ai 60 milioni 557 mila del 2018. Oltre 7 milioni di decremento in tre anni non sono pochi, ma un’azienda sull’orlo del fallmento incamera cifre del genere? Nossignore, il Casinò di Saint-Vincent non è mai stato improduttivo. E allora, per dirla con gli atti giudiziari, il suo “stato di decozione”, da cos’è stato originato?

Consulenze e personale “fuori scala”

La risposta è complessa, perché come sempre siamo di fronte ad una stratificazione di fattori, ma sostanzialmente è che a non comportarsi come con “una azienda come tutte” sono stati, in quella fase storica, il socio che deteneva il potere di dettare gli indirizzi (la Regione, forte del suo 99.5%) e gli amministratori della società che avevano le loro mani sul timone aziendale (scelti, di fatto, dalle Giunte regionali del momento). Per capire la portata delle loro condotte, ancora una volta, viene in soccorso l’istanza fallimentare del pubblico ministero.

Lo fa nelle pagine in cui dice di consulenze e contratti quasi seriali nel biennio 2017/18, sulle cui ricadute dubbi e perplessità sono giunti anche da vari “addetti ai lavori”. Parliamo, tra l’altro, di 207mila euro per un servizio di trasporto del denaro in occasione delle operazioni di conta, di 118mila euro per i “temporary management” della gestione alberghiera contrattuale e centro benessere e di 741mila euro per l’ampliamento della sala fumatori. Senza dimenticare i 2 milioni e 60mila euro di co-marketing andati ad una società che trovò originale, in una campagna, collocare Saint-Vincent sul mare.

Lo fa anche laddove dice di costi esorbitanti per la gestione del personale, arrivato nel tempo dalle parti di 700 unità (assunte in prevalenza senza procedure di selezione). Elementi che, tutti assieme, portano a realizzare che il Casinò si è ammalato non per la sua incapacità di attrarre clientela ed introitare, ma per aver raggiunto, a causa della lievitazione costante dei costi, parametri di gestione fuori scala rispetto alla realtà aziendale. Se oggi la Casa da gioco è ancora aperta, al di là delle opzioni procedurali specifiche (il concordato, basato comunque su uno strumento di partecipazione finanziaria che ha “smaterializzato” un debito da 48 milioni di euro, senza però comportare ulteriore spesa pubblica), lo deve alla ristrutturazione della spesa, cioè all’inversione della tendenza gestionale.

La “terapia” mono-farmaco

Fino a quel momento, la terapia aveva visto un farmaco solo, rappresentato dai finanziamenti 2012-2015 da 140 milioni di euro, votati dalle Giunte a trazione Rollandin, e dal piano industriale 2017 basato su un’altra “flebo” da 35 milioni (trasfusa solo in parte e bloccata con la decisione di avviare il cammino concorsuale), promosso dall’Esecutivo capitanato da Pierluigi Marquis, insediatosi a seguito della faida autonomista. Le delibere attraverso cui le scelte sono state compiute e i denari spesi hanno carattere pubblico e contengono i nomi di chi le ha votate. Anche da ciò ognuno potrà formarsi la sua opinione sulla narrazione (crescente in queste ore) che vuole la condanna della Corte dei Conti quale inaccettabile contrappasso per chi ha, in fondo, salvato la Casa da gioco.

L’interrogativo spontaneo è: perché chi poteva non è intervenuto prima in modo conseguente, arginando lo stillicidio di risorse? La risposta più scontata potrebbe essere “perché con i soldi degli altri siamo tutti ricchi”, ma è banale. La verità ha altre coordinate e se è indubbio che gli amministratori avessero chiaro il peso specifico del Casinò sullo scacchiere economico regionale, e dormissero poco e male pensando alle ricadute complessive di una sua possibile chiusura, è altrettanto vero che un altro aspetto (di rilievo ben meno pubblico) ai loro occhi fosse assolutamente presente.

La “Disneyland” della politica

Qualcuno ha provato a riflettere sul contesto assunto da un’azienda connotata dalle dinamiche emerse dal processo Geenna per infiltrazioni di ‘ndrangheta in Valle, chiusosi con la condanna (confermata in Appello) di due croupier per associazione di tipo mafioso e con il dibattimento che ha messo in luce vari contatti in periodo elettorale tra loro ed alcuni “big” del Consiglio Valle (oggi indagati per scambio politico-mafioso), oltre ad episodi che presentano profili di oggettiva inquietudine? Di sicuro, non lo ha fatto a voce alta la politica, che in Saint-Vincent aveva trovato, guardando alla fisionomia del Casinò restituita dalle carte giudiziarie degli anni della crisi, una discreta “Disneyland” per i suoi malvezzi atavici, alla quale non era disposta a rinunciare.

Per questo appare quantomeno ingenuo (per non dire mistificante), da parte di un soggetto politico con oltre 70 anni di storia come l’Union Valdôtaine, pensare di chiudere la questione con “nessuno è stato corrotto o estorto” e con un’espressione di solidarietà ai condannati. Anche perché, guardando all’intera vicenda, a palesarsi è l’incredibile debolezza della politica (finanziamenti e piani risalgono alla fase, non ancora definitivamente alle spalle, in cui in Consiglio Valle era guerra tra bande, con le maggioranze in perenne rabdomanzia dei voti per sopravvivere), unita ad un sorprendente (quanto paradossale, visto che parliamo soprattutto di forze politiche di quell’alveo) manco di cultura dell’autonomia.

E l’insindacabilità?

Nessuno dei coinvolti ha infatti mai spiegato perché il Consiglio Valle, rispetto ai suoi atti riguardanti la “Casinò de la Vallée” finiti nell’inchiesta, non abbia mai attivato la procedura d’insindacabilità prevista da una legge regionale del 2005. Certo, si tratta di un passo che il procuratore contabile Roberto Rizzi aveva bocciato a priori nel suo atto di citazione in giudizio, ma l’Assemblea avrebbe avuto gioco facile nel procedere comunque, sostenendo che si trattava di parere non disinteressato (perché proveniente da una parte in causa nel procedimento). Peraltro, dal punto di vista della politica, tale passo avrebbe rimesso l’accento delle scelte sull’Istituzione, non lasciandolo sui singoli consiglieri (che hanno sollevato il punto al processo, attraverso i loro difensori, ma con un impatto ben diverso da quanto ne avrebbe presentato un voto dell’Assemblea regionale).

E gli interessi collettivi?

Comunque la si guardi, la storia recente del Casinò de la Vallée (fermandosi all’imbocco del cammino concordatario, perché l’omologazione ha aperto una pagina diversa, quella dell’attuazione, ancora in procinto di essere scritta), appare intrisa da tutto un po’, fuorché dal fatto che gli interessi perseguiti dagli attori della partita abbiano sempre coinciso con quelli della comunità. Ad oggi, appunto, diciotto consiglieri regionali ed ex sono stati condannati (in grado definitivo) dalla Corte dei Conti (e il processo pone anche un tema di “lite pendente”, per chi ancora è in carica, tutto da seguire).

Per cui, se certo non è semplice difendersi politicamente per i partiti e movimenti di riferimento dei protagonisti di queste vicende (oltretutto, senza l’interessamento della magistratura, contabile ed ordinaria, molte variabili sarebbero rimaste indecifrabili, o non note, fuori dalle stanze che le hanno decise), per lo meno che lo facciano ricordandosi che sulla ruota di Saint-Vincent, al di là di tanti giocatori, a perdere sono stati soprattutto i 120mila valdostani, cui appartengono le tasche dalle quali la classe dirigente ha pescato sistematicamente per quasi sei anni.

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