Eutanasia legale, se il referendum è l’ancora per riaffermare la laicità dello Stato

Per valutare qualsiasi modifica all’ordinamento, specie se riguardante materie che investono la sfera dei diritti individuali, è imprescindibile un approccio ispirato alla laicità dello Stato. Forte di questa convinzione, che mi accompagna da sempre, stamane mi sono recato nel Municipio del Comune ove risiedo per sottoscrivere la richiesta di referendum sull’Eutanasia legale, opzione non solo ad oggi non prevista in Italia, ma punita dal panorama normativo nazionale.

Ciò che non voglio

Come per ognuno di noi, non so cosa potrebbe accadermi in futuro. Però, di una cosa sono sicuro. Non voglio che, qualora colpito da una malattia, o vittima di un incidente, tali da degradare irreversibilmente il mio fisico, minando la mia autosufficienza e cagionandomi sofferenze al limite del sopportabile, il conto della mia condizione venga presentato alle persone attorno a me, mia moglie e i miei figli. Condividono un progetto, con me. Certo, nella buona e nella cattiva sorte, ma pur sempre un progetto, al quale debbo riuscire a contribuire fattivamente. Non un calvario dal finale già scritto.

Non voglio che nessuno di loro debba privarsi di risorse economiche importanti per accompagnarmi all’estero, in uno Stato dove la scelta di porre termine volontariamente alla propria esistenza, in modo assistito o direttamente, è normata e trova attuazione pratica. Una condotta che, peraltro, da solo un paio d’anni non comporta più l’incriminazione per istigazione o aiuto al suicidio, grazie al sopraggiunto pronunciamento della Corte costituzionale seguito al caso del già parlamentare Marco Cappato, che aiutò Dj Fabo a dare corso alla decisione assunta autonomamente e da tempo.

Non voglio (ed è la ragione per cui ne parlo su queste colonne, ove la Giustizia è il tema del giorno) che un Pubblico ministero, figura cui la Costituzione assegna l’obbligo dell’azione penale, venga distolto dalla persecuzione di delitti dal trovarsi ad istruire fascicoli per “Omicidio del consenziente”. Né voglio che un Giudice debba, in sottrazione di tempo utile ad altri processi, sentirsi ribadire in aula, dall’accusa, che – per quanto non lo faccia la Costituzione italiana – la Carta fondamentale dei diritti dell’Ue recita, al primo articolo, “la dignità umana è inviolabile e deve essere tutelata” e che l’autodeterminazione rappresenta un principio cardine della normativa europea.

Ciò che non è stato

In un Paese che possa dirsi civile, il mio (e di altri cittadini) non volere tutto questo avrebbe condotto il Parlamento a modificare l’ordinamento ed introdurre l’eutanasia legale. In Italia, sino ad oggi, però non è successo (nonostante le indennità di Onorevoli e Senatori finanziate dalle tasse, versate dalla collettività). Sui motivi si possono fare solo congetture, ma non si va lontani dalla verità pensando al generatore di consenso elettorale che ancora è la Chiesa cattolica, schierata nettamente contro l’eutanasia, perché considerata (si veda il Catechismo sul quinto comandamento) “moralmente inaccettabile” ed equivalente all’omicidio, o al suicidio.

L’approccio laico (unito ai richiami della Suprema Corte, seguiti al caso Fabo) avrebbe dovuto portare il Parlamento a concludere che l’ordinamento non si rivolge solo a chi è credente, ma alla popolazione al di là delle sue convinzioni, con un esercizio conseguente della funzione legislativa. In questo caso, più che altro, avrà fatto verosimilmente apparire, a qualche abbondante decina di Senatori e Deputati, il proprio seggio in pericolo. Così, un passo verso una norma al riguardo non è mai stato mosso fino in fondo e solo lo scorso 6 luglio un testo base sul “Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia” è stato approvato dalle Commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera, avviando il relativo iter.

Riuscirà a percorrere la strada necessaria per arrivare nelle aule di Palazzo Madama o Montecitorio, diversamente da quanto accaduto alle proposte depositate sino ad oggi (l’ultima, nel 2013)? Troverà l’intesa necessaria, tra forze politiche litigiose come non mai, per percorrere il suo iter sino al termine? Avrà chances di non essere spinto fuori dall’agenda dalle priorità in un periodo d’emergenza, che sta confrontando lo Stato (e chi lo governa) ad una crisi senza precedenti? Domande legittime, che è obbligatorio porsi, con le risposte destinate ad essere portate solo dal tempo.

Ciò che potrà essere

Nel frattempo, visto che i precedenti non danno motivo di essere fiduciosi rispetto al legislatore, il referendum – qui, per chi è interessato all’aspetto tecnico, il quesito che s’intende sottoporre ai votanti, incentrato sull’abrogazione di parte di un articolo del Codice penale, e qui le ragioni della promozione della consultazione – appare l’ancora concreta a cui aggrapparsi per superare le ipocrisie di una politica che non ha sinora brillato per l’assunzione di responsabilità, così impedendo alla comunità che le ha delegato la rappresentanza una possibilità fondamentale. Una previsione che allineerebbe – in fatto di modernità – l’Italia a realtà europee e non, quali Svizzera, Belgio, Olanda, Spagna, Canada e molti degli Stati Uniti (inclusi Washington e California).

Oltretutto, in un’epoca in cui ai cittadini è toccato assistere ad una degradazione valoriale dell’istituto referendario (attraverso la ricorrente presentazione di quesiti di carattere fortemente tecnico, spesso risolti dal mancato – quanto scontato- raggiungimento del quorum, per cui una classe dirigente affarista e non di rado collusa ha spesso gongolato, per poi passare alla cassa della lobby di turno), il tema è di portata tale da nobilitare il ricorso a tale forma di partecipazione democratica, che ha consentito conquiste come l’aborto e il divorzio.

Ciò che spero sarà

Per questo, pur essendo chi scrive lontano dal considerarsi “di tendenza”, e pur riconoscendo che l’introduzione in Italia del percorso eutanasico possa aprire la porta a casi di complessa definizione (ma un intervento sull’ordinamento deve porsi quale fine la generalità, le eccezioni vengono dopo), l’auspicio è che queste righe possano scaturire un effetto emulativo, spingendo tutti coloro che si riconoscono in uno qualsiasi degli argomenti sin qui toccati nei Municipi a sottoscrivere la richiesta di referendum. La posta in gioco è che la consultazione possa procedere nel suo iter (sono necessarie 500mila firme in tutto il Paese, entro il 30 settembre 2021), smentendo oltretutto l’assunto che vuole la Valle d’Aosta eterna figlia delle sue radici rurali, intrise della religiosità più retrograda e falsamente morale.

In una fase storica in cui la Costituzione viene citata spesso (talvolta, purtroppo, a vanvera) giova ricordare – in primis ai soggetti chiamati a farsi portatori degli interessi collettivi nello Stato (e i partiti che hanno deciso di sostenere il referendum sappiano di essere “sorvegliati speciali” rispetto alla loro condotta successiva e alle scelte che assumeranno sulla proposta di legge adottata dalle Commissioni) – che il principio di laicità è deducibile da almeno sei articoli della Carta fondamentale. Essere credenti, agli occhi dello Stato, non dev’essere una posizione di forza, ma una scelta. Esattamente come quella che, oggi in Italia, è preclusa a chi soffre per dolori intollerabili derivanti da patologie irreversibili.

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