Venti di ‘ndrangheta sull’economia valdostana: 10 interdittive antimafia in 7 anni

Dal settembre 2015, quando venne emessa la prima, al 31 marzo scorso, data dell’ultima, sono diventate dieci le interdittive antimafia firmate dal Questore della Valle d’Aosta, nei confronti di nove società della regione. Si tratta di un provvedimento che inibisce il soggetto destinatario dal prestare la propria opera professionale nei confronti della pubblica amministrazione. L’interdizione, prevista dalle norme antimafia, viene emessa qualora risulti accertato dall’autorità, od anche solo ritenuto fondato, il rischio di condizionamento dell’attività aziendale da parte delle organizzazioni criminali.

Chi interdice (e come)

L’obiettivo della misura è tutelare l’ordine pubblico economico, la libera concorrenza tra le imprese e il buon andamento della pubblica amministrazione, impedendo possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto economico nazionale. La legge demanda l’emissione dell’atto al Prefetto, ma in Valle d’Aosta – ove tali funzioni, per effetto dell’autonomia statutaria, sono in capo al Presidente della Regione, carica ad accesso elettivo – il compito di assumere il provvedimento è delegato dallo Stato al Questore, creando così un’altra particolarità istituzionale rispetto al resto d’Italia.

Il perché non è, in realtà, difficile da comprendere ed è insito nella natura tecnica dell’azione interdittiva. Per gli accertamenti finalizzati all’emissione della misura è infatti competente il Gruppo Interforze Antimafia, che raggruppa allo stesso tavolo i rappresentanti di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Ispettorato del lavoro e Direzione Investigativa Antimafia. E’ la sede in cui vengono condivise le informazioni raccolte da ognuna delle singole componenti e, spesso, è proprio dalla contestualizzazione congiunta che esse arrivano ad assumere il valore di rischio infiltrativo.

Il caso più recente

E’ il caso, tra l’altro, dell’ultima società ad essere stata colpita dal provvedimento, lo scorso 31 marzo: la “Fly Cars” Srls una ditta di autonoleggio con sede legale nel centro storico di Aosta. Attivati da una Prefettura cui il titolare aveva fatto inizialmente richiesta della certificazione antimafia (che consente, qualora ottenuta, di partecipare a gare o procedure indette dagli enti pubblici), le verifiche non avevano evidenziato risultanze ambigue nella nostra regione. A ciò, però, si è affiancato, restituito sempre da attività informative, un quadro di relazioni familiari e personali dell’amministratore unico, residente in Calabria, con soggetti “gravati da gravi precedenti penali, anche di stampo mafioso”, per la contiguità alla ‘ndrangheta.

Una contestualizzazione che, unita a “rilevate cointeressenze economiche” affiorate sempre al tavolo interforze, ha condotto il Gruppo, e quindi in ultima analisi il Questore Ivo Morelli, a inquadrare quale sostanzialmente fittizia, perché tesa ad eludere i controlli, la collocazione della sede legale dell’azienda in una regione lontana dalle unità operative già attive (tre, tra Milano e due comuni in provincia di Reggio Calabria) e dove il titolare era di fatto “sconosciuto”. E’ così scattata l’interdizione e se, a differenza di altri casi del passato, il rischio infiltrativo non pare aver minacciato direttamente l’economia valdostana, il risvolto del provvedimento è complessivo, in una logica di preclusione di spazi alla pervasività criminale (gli eventuali appalti in essere vengono revocati).

Il primo provvedimento nel 2015

In effetti, in passato, l’interdizione aveva interessato sempre società effettivamente radicate in Valle, concentrate nell’edilizia e nel movimento terra. Nel settembre 2015, il primo provvedimento riguardò il Consorzio stabile “Gecoval”, con sede a Saint-Vincent. Una ditta che aveva eseguito numerose opere pubbliche, fra cui la rotonda dell’area Sogno lungo la statale 26, e stava per aggiudicarsene di nuove, per conto della Regione. Nell’istruttoria, la Divisione anticrimine della Polizia di Stato aveva valorizzato anche l’attività d’indagine della Dda di Bologna per l’inchiesta “Aemilia” su infiltrazioni di ‘ndrangheta, nella quale venne sequestrato il 49.9% delle quote societarie e finirono in carcere due soci di una delle aziende del consorzio, considerati collegati alla cosca “Grande Aracri” di Cutro (Crotone).

Lo sguardo degli inquirenti sui rifiuti

Pochi mesi dopo, in ottobre, toccò alla “Tra.Mo.Ter” di Saint-Christophe essere interdetta. Gli “elementi ambigui” attenevano ad un filone investigativo derivato dall’inchiesta “Tempus Venit” dei Carabinieri del Gruppo Aosta (relativa ad un’estorsione con modalità mafiose, dai risvolti finiti anche nell’operazione “Altanum” della Dda di Reggio Calabria sullo scontro tra la cosca Facchineri e la “locale” di San Giorgio Morgeto). Un procedimento sul presunto smaltimento irregolare dei rifiuti di vari cantieri, tra i quali quello per la realizzazione del parcheggio sotterraneo “Parini” ad Aosta. In particolare, secondo quanto accertato, l’azienda, pur presentando un amministratore, sarebbe stata “gestita di fatto” da un condannato per associazione a delinquere nel 1985 a Reggio Calabria, imputato anche nel nuovo processo sugli scarti degli scavi.

La causa finì nel 2017, con l’assoluzione di tutti e sei gli imputati “perché il fatto non sussiste”, e l’azienda (che venne anche cancellata dall’albo dei gestori ambientali, opzione tale da precludere pure la possibilità di lavorare con i privati nella raccolta e nel trasporto rifiuti) tentò di far valere tale argomento, per liberarsi del provvedimento inibitorio. L’interdizione venne però confermata. La normativa non la vincola infatti a risultanze di carattere penale, quindi la sentenza non andava, secondo i giudici, “a palesare una illogicità del quadro indiziario posto a fondamento dell’originaria informativa, la quale, in ogni caso, era fondata non solo sulle indagini”, ma “su ulteriori elementi”.

Lo stupore dei valdostani

Passare da zero a due interdizioni antimafia nel giro di quattro mesi stupì l’opinione pubblica (in tema ‘ndrangheta, la Valle è da sempre un ottima candidata ad ospitare statue alla Bella addormentata, o a Biancaneve), ma il Questore che le emanò, Maurizio Celia, smentì “l’‘attacco alla diligenza”, parlando di normativa che “cambia progressivamente, si consolida e ci consente ora di intervenire con efficacia rispetto a situazioni già note, ma sulle quali, prima delle ultime evoluzioni, lo strumento giuridico offriva meno possibilità”. Nell’aprile 2016, il suo successore, Pietro Ostuni, nemmeno due mesi dopo essersi insediato, ne firmò altre due, dirette alla “Agf Srl” e alla “Icf Srl”, entrambe ancora del settore edile.

Le “stranezze” riscontrate dal Gruppo Interforze? Pur presentando amministratori diversi, stando alle verifiche, le ditte facevano riferimento alle stesse persone e avevano sede unica in Aosta. Inoltre, una delle due aveva rilevato un ramo d’azienda da una società in liquidazione, aggiudicataria dello sgombero neve lungo la strada regionale della Valle del Lys. In quell’operazione, ad insospettire gli inquirenti erano state cessioni di quote tra soci: uno degli interessati aveva a carico una condanna per aver portato in pubblico dei candelotti di dinamite, oltre ad aver palesato contatti con malavitosi del Canavese.

La lotta tra cosche alla ribalta

La quinta azienda colpita, nel settembre 2017, fu la “C.G.F.” Srls di Gignod, attiva nell’edilizia e negli autotrasporti. Nel caso specifico, la circostanza finita sotto la lente d’ingrandimento del Gruppo Interforze era stato un trasferimento di quote, avvenuto da parte di un socio in posizione rilevante a favore di un familiare. Passaggio, accertano gli investigatori, intrapreso a seguito di un analogo provvedimento interdittivo scattato a Reggio Calabria. E’ di nuovo la ‘ndrangheta a stagliare la sua ombra inquietante sulla ditta, soprattutto per rapporti parentali che, rileggendo le vite dei loro protagonisti, conducono a vicende d’inizio anni ’90, quando altre famiglie volevano decapitare la cosca dei Furfaro di San Giorgio Morgeto.

Le aziende agricole interdette

Le interdizioni “classiche” si fermano qui, fino a quella di alcune settimane fa. Ne emergono però, nel 2019, altre tre nei confronti di aziende agricole valdostane, una per anno dal 2017. E’ una modifica di quel periodo al codice delle leggi antimafia ad ampliare la casistica in cui il provvedimento scatta, prevedendo l’impedimento a trattare con gli enti pubblici nel caso in cui soci o componenti dell’azienda siano stati condannati per reato quali la truffa ai danni dello Stato, o la truffa aggravata per il conseguimento di pubbliche erogazioni. Un dato giudiziario vincolante all’emissione della misura, diverso dalla valutazione del rischio di condizionamento aziendale da parte del crimine organizzato (tanto che, ottenuta la riabilitazione penale, gli imprenditori colpiti possono chiedere la revoca), ma comunque di natura limitativa per l’operatività aziendale, in ragione dell’illiceità di una figura direttiva.

Il contenzioso al Tar

Esaurita la “panoramica” sulla vigilanza antimafia negli ultimi (quasi) sette anni in Valle d’Aosta – che restituisce una realtà tutt’altro che estranea al rischio infiltrativo ‘ndranghetista (peraltro certificato dalle sentenze di primo grado dell’inchiesta Geenna della Dda di Torino, la prima sull’esistenza di una “locale” nella regione) – resta da dire che, per la sua natura di provvedimento amministrativo, l’interdizione può essere impugnata dinanzi al Tar (e, in “appello”, al Consiglio di Stato). Il contrasto della Repubblica ai sodalizi criminali si è spostato così anche nelle aule della magistratura non ordinaria, chiamata a decidere sulle valutazioni antimafia del Questore.

Nei tentativi d’impugnazione noti fino ad oggi i provvedimenti spiccati in Valle hanno sempre resistito. In particolare, “Gecoval” si è sentita dire “no” dal Tar, mentre “Tramoter”, “Agf” e “Icf” hanno incassato il rigetto del Consiglio di Stato e “C.G.F.” è risultata soccombente dinanzi al Capo dello Stato (altra modalità per cui è possibile opporsi all’interdizione). Quanto a “Fly Cars” Srls, il contenzioso amministrativo è iniziato da poco: il Tribunale amministrativo ha rigettato la sospensione cautelare chiesta dall’azienda e fissato l’esame del merito del ricorso per il prossimo 16 novembre.

E l’ambito libero-professionale?

Se è vero che l’emissione stessa delle interdittive (così come la loro conferma in sede di giustizia amministrativa) è sinonimo di controlli antimafia efficaci, le proporzioni manifestate dal fenomeno non consentono incertezze rispetto all’interesse delle consorterie criminali per un’economia florida come quella valdostana (per quanto non esente da segnali di crisi nella fase pandemica da Covid-19, seppur in misura inferiore di altre aree del Paese), che vede nella circolazione di flussi economici (soprattutto pubblici) un atout d’indubbia attrattività agli occhi di chi è interessato al riciclaggio di capitali illeciti e a pervertire i meccanismi di attribuzione di opere ed incarichi.

Una situazione che, in aggiunta alla lotta attuata dagli attori istituzionali, può essere arginata solo – ancora una volta – partendo dalla consapevolezza individuale. Un concetto che, declinato in quest’ambito, introduce un tema delicato. Le aziende sono, di norma, seguite da liberi professionisti, che ne curano adempimenti contabili e fiscali. Le interdizioni, come si è visto, spesso hanno avuto origine da operazioni societarie di varia natura, ma gli amministratori delle ditte non possono compierle in autonomia: occorre necessariamente un’assistenza tecnico-giuridica.

Nessuno, tra coloro che la prestano, si è reso conto delle “anomalie”, oppure anche in Valle si è avverata la mutazione dell’infiltrazione palesata da alcune indagini, come la stessa “Aemilia”, in cui i “colletti bianchi” apparivano addirittura soddisfatti di essere avvicinati da soggetti contigui alle cosche? La risposta, nella nostra regione, è ancora più difficile che altrove, per la comprovata non impermeabilità dalla politica della libera professione e per essere stata sinora relativamente esplorata in indagini e inchieste. Eppure, la domanda va posta, perché un futuro di sottrazione degli spazi alle mafie è possibile solo rispondendo, non rimuovendola.

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