Sentenza sui “cancelli nazi”, perché non possiamo voltarci dall’altra parte

Sarebbe sbagliato, come sempre quando si tratta di giustizia, reagire da tifosi alla sentenza emessa oggi dal giudice monocratico del Tribunale di Aosta, che ha condannato a 5mila euro di sanzione (ed a cospicui risarcimenti di danni morali) un 55enne di Saint-Vincent, ritenendolo colpevole di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. L’uomo aveva installato sui cancelli di casa un’aquila e dei triangoli, ricondotti dalle indagini a simboli utilizzati dal Terzo Reich su diverse effigi (ad esempio, su quella del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, che dal 1921 al 1945 ebbe Adolf Hitler quale leader), nonché per la “classificazione” dei prigionieri avviati ai campi di sterminio (al riguardo esisteva un’apposita tabella, inviata nel 1940 ai comandanti dei Lager).

L’inchiesta è iniziata a fine 2018 e, una volta chiuse le investigazioni della Digos della Questura (dalle quali sono emerse anche diverse condotte negazioniste dell’Olocausto, finite nel capo d’imputazione), il processo ha preso il via il 10 dicembre 2020. Come (troppo) spesso accade in Valle d’Aosta, la vicenda e l’odierno epilogo, fuori dalle mura del Tribunale, specie nella cosiddetta “società civile” (incluse le cerchie intellettuali e della cultura), hanno fatto parlare poco. Il ritornello più ricorrente, a giustificazione del silenzio, è noto: la responsabilità penale è individuale e il problema è (eventualmente) di chi ha sbagliato. A tale argomento si è tristemente aggiunta, nel caso specifico, una chiave di lettura decisamente originale, declinata all’indomani dell’installazione dei cancelli dall’allora sindaco della cittadina termale, Mario Borgio, che individuò in altri problemi le priorità di Saint-Vincent.

Poco cambiò quando, in avvio di procedimento, si costituirono quali parti civili non solo la comunità ebraica di Torino (da sempre attenta, tanto che depositò un esposto, dopo essere venuta a conoscenza dei manufatti dai simboli tristemente noti ai suoi appartenenti, visto che milioni di ebrei se li trovarono cuciti sul pigiama a righe in cui finirono i loro giorni tra Auschwitz e le altre stazioni della ferrovia dell’orrore), ma anche entità che pure rappresenterebbero dei “terminali” nel tessuto socio-culturale: la Regione Valle d’Aosta (con una decisione che la Lega non mancò di contestare, peraltro proprio nel Giorno della memoria) e il Comitato provinciale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Insomma, su temi che attengono alla sfera della coscienza civica, l’indifferenza resta il piatto del giorno servito nei ristoranti cui siedono le masse tra i monti del Nord-Ovest. Il dramma (perché di ciò si tratta) è che lo stesso sentimento appare aver permeato diverse deposizioni in aula. Le udienze, benché in rito ordinario e dinanzi al giudice monocratico (quindi pubbliche), si sono susseguite a porte chiuse per i protocolli Covid. Chi c’era, però, ha sentito testimoni che, dinanzi alla richiesta di commentare la svastica in muratura sul soffitto dell’androne dell’abitazione di Saint-Vincent, hanno detto di averla presa solo come “un emblema” (peraltro di colore bianco, che in India la rende un segno di pace), o che hanno derubricato a “ci interfacciamo così” loscambio telefonico con l’imputato, intercettato dalla Digos, in cui i saluti di fine chiamata erano sostituiti da “Viva il Duce”.

Quanto al soprannome “Nazi”, con cui un interlocutore appellava il 55enne condannato, non avrebbe avuto a che fare con altro che la sua passione per la storia (peraltro, dopo un viaggio a Cuba – è finito a verbale – il nomignolo era stato anche “Comandante”). E ancora, il busto di Mussolini trovato nella casa della persona a giudizio (assieme a un gagliardetto della Xa Mas)? Lungi dall’aver offeso qualcuno tra coloro che lo hanno notato, perché l’imputato non ha mai dato segni di essere persona violenta, anzi. Per carità, buona parte della decina di testi sentiti era citata dalla difesa, quindi conoscenti o amici dell’uomo a giudizio, ed era difficile anche solo immaginare che corroborassero con vigore la tesi sostenuta dal pm Francesco Pizzato, titolare del fascicolo. Però, il punto dell’intera faccenda è un altro ed ha a che fare con la storia.

Nel giugno 1944, nell’alba del “Dday”, sulle spiagge della Normandia venne scritto (e firmato con il sangue di migliaia di soldati alleati) il patto costitutivo e distintivo della civiltà in cui viviamo ancora oggi. Lo stesso avvenne nelle nostre valli con la Resistenza (che ha un luogo simbolo in Amay, poco distante dal luogo d’esposizione dei cancelli contestati, dove il 15 dicembre 1943 venne arrestato Primo Levi). Essere ambigui su determinate condotte – giocando sui colori delle insegne del Reich, elevando la liceità del vivere individuale ad assorbente di ogni altro valore, nascondendo saluti romani e affini dietro il paravento della goliardia, o richiamando l’esoterismo e Schopenhauer per motivare le aquile e i triangoli (come ha fatto l’imputato) – è desolante, tanto quanto l’indifferenza generalizzata al riguardo, ma soprattutto è pericoloso.

Negare la Shoah, esaltare personalità di spicco dei regimi dittatoriali del Novecento, propugnare video in cui si insiste che le camere a gas sono un’invenzione di chi la guerra l’ha vinta non è l’espressione di “un’opinione alternativa”, non significa essere in disaccordo solo su alcune righe del patto di Libertà siglato tra Omaha Beach, i boschi e le montagne d’Italia, ma respingerlo interamente, porsi in antitesi ad esso. Non dissentendo sulla forma Repubblicana, sull’assetto istituzionale, o sull’architettura normativa dalla Costituzione in giù (tanto per stare ai diretti derivati della Liberazione), ma sul merito. Di fatto, vuol dire collocarsiagli antipodi della libertà consegnata alla nostra società da quel patto. Vuol dire negare, vista la natura costitutiva e distintiva di tale intesa, tutto ciò che siamo oggi.

Tutto. Inclusa quella libertà di pensiero che il giudice Maurizio D’Abrusco, con la sentenza di oggi, ha ricordato esistere ed essere garantita e tutelata dallo Stato, ma all’interno di confini precisi. Superati i quali si sfocia nell’istigazione e nella propaganda. Il fatto poi che sia stata riconosciuta, nell’affermare la colpevolezza dell’imputato, la circostanza aggravante speciale del reato sulle affermazioni negazioniste della Shoah introdotta nel nostro ordinamento nel 2018 (aspetto che rendeva il verdetto di oggi atteso anche fuori i confini della Valle, giacché – come osservato dal legale della comunità ebraica – si è trattato della prima applicazione di sempre), ribadisce come in questo processo non fosse importante la misura della pena (il pm aveva chiesto 3 mesi di reclusione), ma il segno della sentenza. Quel patto, tra la Manica in cui sono sbarcati gli alleati e le montagne solcate dai Partigiani, è un principio. E, in quanto tale, non solo uno Stato non deve avere paura di ribadirlo, ma ci tocca tutti. Punto. A capo.

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