Appello Geenna, il 15 luglio la sentenza per gli imputati in abbreviato

E’ attesa per il prossimo 15 luglio la sentenza del processo Geenna, su infiltrazioni di ‘ndrangheta in Valle d’Aosta, alla Corte d’Appello di Torino, in cui sono impegnati coloro che, in primo grado, erano stati condannati con il rito abbreviato dal Gup Alessandra Danieli. Quel giorno, gli imputati avranno il “diritto di ultima parola”, potendo cioè rendere eventuali ulteriori dichiarazioni, quindi i giudici si ritireranno in Camera di consiglio per la decisione. E’ stato deciso al termine dell’udienza del procedimento tenutasi ieri, giovedì 1° luglio, al palazzo di giustizia del capoluogo piemontese.

Al centro dell’appuntamento di ieri sono stati soprattutto i due fratelli aostani Marco Fabrizio (51 anni) e Roberto Alex Di Donato (43) – emersi dalle indagini dei Carabinieri come elementi di spicco della “locale” attiva in Valle – cui nel primo grado di giudizio erano stati inflitti rispettivamente 9 anni e 5 anni e 4 mesi di carcere. Il primo ha completato le dichiarazioni finalizzate a respingere le accuse mossegli, che aveva iniziato a rilasciare lo scorso 26 maggio, mentre l’altro ha preso la parola per la prima volta nel processo d’appello. Come aveva fatto nell’udienza preliminare del procedimento, ha anzitutto preso le distanze dal crimine organizzato, ribadendo – con parole quasi uguali al dicembre 2019 – che “la ‘ndrangheta fa schifo”.

Quindi, con l’intento di sottolineare la liceità che ha ispirato costantemente la sua esistenza, ha ripercorso la sua storia lavorativa, fatta – ha affermato – di innumerevoli sacrifici. In videocollegamento dal penitenziario in cui è rinchiuso dalla notte del “blitz” coordinato dalla Dda di Torino il 23 gennaio 2019, Roberto Alex Di Donato ha anche mostrato alla Corte le mani segnate da anni di impiego di carattere manuale ed ha lamentato che, a causa dell’inchiesta e del processo, da due anni è stato strappato al suo lavoro e agli affetti.

Oltre ai due fratelli, gli altri imputati in appello quali componenti della “locale” di Aosta sono Bruno Nirta (62, di San Luca, in provincia di Reggio Calabria, condannato in primo grado a 12 anni e 8 mesi) e Franesco Mammoliti (49, Saint-Vincent, cui erano stati inflitti dal Gup Danieli 5 anni e 4 mesi). A giudizio, per il “filone valdostano” delle indagini (l’altra parte riguarda un traffico di droga internazionale tra la Spagna ed il Piemonte), ci sono anche i condannati per reati non legati alla ‘ndrangheta, ma emersi durante l’inchiesta.

Parliamo di Giacomo Albanini (59, Novara) e Roberto Bonarelli (65, Aosta), ritenuti colpevoli di favoreggiamento (pena di 1 anno e 4 mesi per il primo e di 1 anno e 6 mesi per il secondo, per aver avvisato un presunto affiliato della presenza di microspie nel suo locale), nonché di Salvatore Filice (53 anni, Petilla Policastro), condannato a 2 anni e 4 mesi per concorso in tentata estorsione e violazione delle norme sulle armi (per una richiesta di denaro seguita a una “scazzottata” tra suo figlio e il nipote di un altro imputato). Nell’udienza di oggi, il difensore di Filice, l’avvocato Gianfranco Sapia, ha completato l’arringa difensiva, chiedendone l’assoluzione.

Quindi, dopo la replica della sostituta pg Elena Dalosio (che lo scorso 26 maggio aveva chiesto la conferma del verdetto di primo grado), e le controrepliche dei legali di due imputati a giudizio per il narcotraffico, la Corte ha rinviato il processo (apertosi lo scorso 18 maggio) al 15 luglio, data in cui è atteso il verdetto. Quattro giorni dopo, cioè lunedì 19, si concluderà anche il secondo grado per i cinque imputati condannati al Tribunale di Aosta dopo il dibattimento ordinario (i presunti “partecipi” del sodalizio criminale Antonio RasoNicola Prettico e Alessandro Giachino, nonché gli ex assessori comunali Marco Sorbara e Monica Carcea, accusati di concorso esterno). In meno di una settimana si saprà quindi se, anche per la Corte d’Appello di Torino, ad Aosta c’era la ‘ndrangheta, o meno.

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