Corruzione in Valtournenche, quanto pesa sull’avvenire della Valle ciò che manca nella sentenza?

Se di una sentenza penale è possibile una lettura a più livelli, quella letta nel pomeriggio di oggi dal Gup Davide Paladino del Tribunale di Aosta, seguita all’indagine “Do Ut Des” di Procura e Carabinieri su un giro di corruzione all’ombra del Cervino (e dintorni), non fa eccezione. Il dato esteriore maggiormente evidente, se non lampante, è costituito dall’assoluzione (con formula “perché il fatto non sussiste”) di dieci dei quindici imputati che avevano scelto il rito abbreviato (altri tre sono stati rinviati a giudizio ed affronteranno il dibattimento ordinario).

Si tratta di un dato che, ancor prima del concretizzare la mancata adesione del giudice ad un’ipotesi accusatoria (quella sul “patto corruttivo” e l’abuso edilizio nella realizzazione del bar “Rocce Nere”, sulle piste di Cervinia, oltre ad altri episodi dell’inchiesta), rilancia con vigore il tema del funzionamento della giustizia. Se queste persone sono innocenti (e non lo si può ancora affermare in via definitiva, perché il traguardo tagliato oggi corrisponde al primo grado di giudizio), hanno diritto di vedere accertata la loro posizione in tempi ragionevoli.

L’indagine su Valtournenche capitale degli “appalti creativi” è emersa a novembre 2018, quando l’Arma ha eseguito alcune misure cautelari. Chiusa nel maggio 2019, è diventata processo nel luglio dello stesso anno. Significa che per la sentenza, di rinvio in rinvio, ci sono voluti quasi due anni. Certo, nessuno immaginava che buona parte del 2020 sarebbe stato “cancellato”, per la Giustizia, da una pandemia (e un differimento, sia detto senza polemica, è derivato da un’astensione degli avvocati). Tuttavia, essendo gli episodi scrutinati disseminati nel periodo 2014-2018, per alcuni di essi la sentenza arriva sette anni dopo.

Troppi. Anzitutto, perché il passare del tempo è direttamente proporzionale alla difficoltà di accusare e difendere in modo ficcante. Dopodiché, se si considera che per Appello ed eventualmente Cassazione vanno messi in conto altri 2 (se non 3) anni, all’epoca del pronunciamento definitivo, tra indagini preliminari e procedimento, saranno passati magari sette anni. Può essere definito un tempo ragionevole? Può essere ritenuto un tempo sostenibile per chi, sull’esito della causa gioca, magari da titolare di un’azienda o di un’attività artigianale, il suo destino professionale (e, in caso di condanna, anche umano)? La risposta è persino banale per essere palesata.

Il secondo livello di lettura è quello di merito. Su questo fronte, con le sue cinque condanne la sentenza odierna (per quanto le motivazioni, attese entro 90 giorni, permetteranno la lettura più completa) dice che, non sistematica come sostenuto dalla Procura, ma la corruzione in Valtournenche (e in ambito Anas) c’era eccome. Un’affermazione che potrebbe far riflettere sul cammino percorso in fatto di anticorruzione pubblica (l’azienda stradale non è nuova al coinvolgimento in fenomeni del genere), e riporta d’attualità le parole del Procuratore capo Paolo Fortuna, quando affermò che “la corruzione è la miseria umana elevata a sistema”, ma anche questo è un dato che potrà dirsi cristallizzato solo con un giudizio definitivo. Fino ad allora, tuttavia, nulla vieta di partire da alcuni elementi emersi dalle investigazioni per favorire la formazione, nella coscienza collettiva, di una nuova etica nell’interpretazione di un qualsiasi mandato pubblico in Valle.

Parliamo, per esempio, di un funzionario pubblico che intrattiene, con imprenditori assegnatari di servizi dall’ente per cui lavora, rapporti per cui costoro potrebbero essere considerati suoi sodali. Inconsapevole di essere intercettato dai Carabinieri, alla loro domanda “Allora lavoro non me ne portate più voi…” (il Comune era appena stato commissariato, ndr.) risponde “Mhm, no, per i prossimi 5 mesi mi dispiace… ma zero di zero”. Parliamo, inoltre, di un libero professionista che – è nelle carte dell’inchiesta – avrebbe perorato, conversando con il Sindaco a margine di una riunione, il trasferimento del predetto funzionario, sostenendo “io ho l’uomo giusto per voi… è un amico, è serio e lavora bene”.

Parliamo, ancora, del fatto che quel funzionario, malgrado il pubblico impiego, detenesse anche il 100% di quote di una società, con la quale emetteva fatture agli imprenditori a favore dei quali è accusato di aver “pilotato” gare e procedure. Se i gradi di giudizio confermeranno ciò come un reato (per gli inquirenti era l’“escamotage” di ripulitura delle tangenti percepite) lo dirà il futuro. E’ però evidente che questo insieme di fattori, al di là del raggiungimento della soglia penale, non rappresenti una dinamica opportuna, né “sana”, in un rapporto tra pubblico e privato. Se ruoli e funzioni implicano necessariamente un perimetro, l’inchiesta ha evidenziato l’abbondante sconfino di molti degli attori coinvolti (oltre all’erosione, ai confini dello svuotamento, da parte della politica, di alcune fattispecie di reato, attraverso la loro reiterata riforma, come nel caso dell’abuso d’ufficio, ma questa è un’altra storia).

Alcuni livelli di controllo (vedi l’allora Segretario comunale) hanno fatto la loro parte nella vicenda Valtournenche, ma – in termini generali ed estendendo la questione ad una dimensione più ampia, regionale – quanto i valdostani, e chi li governa, appaiono consapevoli del concetto di opportunità e della necessità della massima trasparenza in alcune fasi della vita pubblica? Insediato da poco, il Questore di Aosta Ivo Morelli, in un’audizione a Palazzo regionale, aveva provato a ricordare che “Andare a pranzo, o a cena, con chi deve fare il lavoro, prima o dopo” l’esecuzione, “o con tre persone” che devono effettuarlo, “probabilmente non è opportuno”. La sentenza di oggi pone, con ancora maggior vigore, il punto.

Il terzo livello di lettura attiene a ciò che manca nel verdetto del Gup Paladino. L’imputato principale, l’ex capo ufficio tecnico Fabio Chiavazza (nella foto, mentre esce dal Tribunale con i suoi difensori), dal momento del suo arresto ha trascorso praticamente tutta la detenzione preventiva in cella, rinunciando a rispondere all’interrogatorio di garanzia e respingendo ben due inviti a comparire dinanzi al pm Luca Ceccanti, titolare del fascicolo. Era un suo diritto, e non lo si può censurare per averlo esercitato, così come non si può che ribadire che l’onere della prova, nell’ordinamento italiano, sia posto a carico di chi accusa. E’ però legittimo, e perfino doveroso, chiedersi il perché di quel silenzio e se esso possa aver giovato a qualcosa o qualcuno, rimasti così estranei alle investigazioni.

La risposta è – va detto subito – destinata a non arrivare. Anche in quel silenzio affonda le radici la chiusura dell’inchiesta senza ulteriori sviluppi, limitando la sfera delle contestazioni mosse a quanto emerso fino a quel momento e al materiale raccolto con le numerose perquisizioni effettuate. Il funzionario, una volta iniziato il processo, ha ritrovato la loquacità solo in apparenza: in aula ha reso dichiarazioni spontanee per oltre tre ore, spiegando ciò che lui e il suo difensore hanno ritenuto utile far sapere al giudice, non si è sottoposto all’esame, con domande delle parti, accusa compresa. Sul piano dello scenario processuale, è profondamente diverso.

Peraltro, non ci sarebbe niente di cui dubitare se Valtournenche, e in particolare Breuil-Cervinia, non fossero una di quelle realtà della Valle, com’è noto a chiunque sia minimamente attento alle questioni locali, in cui si avvera un coagulo di più interessi, non tutti leggibili compiutamente. Non solo economici, declinati nelle coniugazioni commerciale, edilizia e turistico-ricettiva, ma anche elettorali (la Procura ha parlato di un municipio ridotto ad un “centro di potere clientelare sottratto ad ogni controllo”). A restituire tale panorama sono alcuni temi toccati nelle telefonate intercettate dall’Arma, nonché lo stesso Chiavazza in una conversazione registrata dai militari: “perché Cervinia non è come Challand… ci sono interessi migliori su”. Ecco, quanti di questi sono rimasti nell’oscurità? Per una riflessione sensata sul futuro della Valle, bisognerebbe partire proprio da qui.

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