‘Ndrangheta in Valle, la sentenza dell’appello Geenna per i condannati ad Aosta è attesa per il 19 luglio

Con le arringhe dei difensori degli imputati di concorso esterno in associazione mafiosa Marco Sorbara e Monica Carcea e di Alessandro Giachino, accusato di essere stato un “partecipe” della “locale” di ‘ndrangheta di Aosta emersa dall’operazione Geenna, è calato ieri, lunedì 21 giugno, il sipario sulla discussione tra le parti nel processo in corso alla Corte d’Appello di Torino (nella foto, il palazzo di giustizia). Si tratta del giudizio, iniziato il 3 maggio di quest’anno, che interessa le cinque persone condannate nel settembre 2020 dal Tribunale di Aosta, dopo il giudizio con dibattimento ordinario.

L’udienza è stata rinviata al prossimo 19 luglio, giorno in cui troveranno spazio le eventuali repliche dell’accusa e controrepliche delle difese. Quindi, i giudici entreranno in Camera di Consiglio e ne usciranno solo al momento di leggere la sentenza. All’udienza dello scorso 17 maggio, il sostituto pg Giancarlo Avenati Bassi aveva chiesto 13 anni e 6 mesi di carcere per il ristoratore Antonio Raso (ritenuto una figura di spicco nella cellula ‘ndranghetista aostana) e la conferma delle condanne di primo grado per gli altri.

Significa 11 anni ognuno per Giachino e Nicola Prettico, accusati di associazione di tipo mafioso assieme al ristoratore aostano, e 10 anni a testa per Sorbara e Carcea. Nell’udienza del 31 maggio, dopo le discussioni delle parti civili (sono costituite nel procedimento la Regione, i comuni di Aosta e Saint-Pierre e l’associazione Libera Valle d’Aostaerano iniziate le arringhe, culminate nelle richieste di assoluzione dei diversi imputati, partendo dall’avvocato Guido Costabile per Prettico, seguito dagli avvocati Ascanio Donadio e Pasquale Siciliano, per Raso.

Ieri è stata la volta dell’avvocato Sandro Sorbara, fratello dell’imputato, che ha ripercorso, nella volontà di smontare l’impianto accusatorio, tutti gli episodi cui è legata l’imputazione di concorso esterno nel sodalizio, derivante dalla carica di assessore comunale ad Aosta rivestita da Marco Sorbara all’epoca delle indagini, iniziate nel 2014. Secondo il legale, a rafforzare l’estraneità dell’imputato rispetto alla presunta cellula aostana del crimine organizzato è anche il suo mancato coinvolgimento nell’indagine “Egomnia”, sul condizionamento delle elezioni regionali 2018 da parte della ‘ndrangheta.

In quella tornata elettorale Marco Sorbara venne eletto consigliere regionale nelle fila dell’Union Valdôtaine (di cui era già esponente in Municipio), ma come è possibile – si è chiesto il suo difensore – che, nella mole di atti d’indagine depositati dalla Dda di Torino, non compaia tra coloro che sarebbero stati “sostenuti” dalla “locale”, se fosse stato effettivamente contiguo ad essa? La legale Francesca Peyron, per l’ex assessore comunale a Saint-Pierre Monica Carcea, ha quindi mirato all’inconsistenza degli elementi fondanti della “locale”, quale dato che rende non possibile l’ipotesi di un concorso esterno da parte della sua cliente.

Su una lunghezza d’onda simile si è collocato l’avvocato Claudio Soro, nell’arringare per la posizione Giachino: il processo – è stato il suo assunto iniziale – non nasce per discutere se in Valle d’Aosta ci siano state infiltrazioni di ‘ndrangheta o meno, ma per stabilire se quella contestata ai tre imputati di associazione di tipo mafioso fosse una “locale” di ‘ndrangheta, o meno. Una premessa dalla quale è partito per rispondere in senso negativo ed evidenziare l’estraneità del suo assistito al contesto malavitoso. L’avvocato Soro ha poi concentrato una “coda” della sua arringa su Carcea, di cui è co-difensore con la collega Peyron.

L’impugnazione della sentenza del Tribunale di Aosta era avvenuta da parte degli imputati per le pene loro inflitte in primo grado e, per il solo Raso, dalla Dda di Torino, rispetto all’assoluzione in un episodio di scambio elettorale politico-mafioso. Conclusa la discussione, il 15 luglio si saprà se quella che per la Dda di Torino e i Carabinieri del Reparto operativo (che hanno coordinato e sviluppato l’inchiesta), nonché per i giudici aostani (che hanno redatto la prima sentenza), era ‘ndrangheta ed avviluppava la Valle con i suoi tentacoli putrescenti verrà ritenuta tale anche dai magistrati d’appello.

Altri quattro imputati di aver partecipato alla “locale” stanno affrontando il giudizio di secondo grado, ma dinanzi ad una diversa Sezione della Corte, perché inizialmente avevano scelto il rito abbreviatochiusosi con la condanna di tutti da parte del Gup del Tribunale di Torino. Anche per loro, il processo è alle battute finali, ma dopo l’udienza del prossimo 1° luglio (già in calendario) per concludere dovrebbe servirne ancora una, al momento non fissata.

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