Operazione Alibante, gli inquirenti: la cosca Bagalà era il “paraStato” cui sottoporre problemi quotidiani

La conferenza stampa con cui, nella mattinata di oggi, lunedì 3 maggio, gli inquirenti della Procura distrettuale hanno riassunto l’operazione “Alibante” dei Carabinieri – scattata all’alba per l’esecuzione di diciannove misure cautelari nei confronti di altrettanti indagati ritenuti parte o contigui alla cosca Bagalà della ‘Ndrangheta, tra i quali l’avvocata arrestata ad Aosta, Maria Rita Bagalà (52 anni), figlia del presunto capoclan Carmelo (80 anni), finito anch’egli in manette – ha visto, tra l’altro, disvelareil senso del nome attribuito all’attività investigativa.

Il demone Polite

Ne ha parlato il comandante del Gruppo Carabinieri di Lamezia Terme, il colonnello Sergio Molinari. Si torna indietro nel tempo sino a Polite, uno dei compagni di viaggio di Ulisse trasformati in porci dalla maga Circe e poi, grazie all’intervento di Ulisse stesso, tornato umano. Dopo la presa di Ilio, giunti a Temesa (località ricondotta dagli studiosi ad una cittadina dell’Italia meridionale, nella fattispecie del litorale ionico), sembra che fu proprio Polite, ubriaco, a violentare una giovane vergine del luogo.

Gli abitanti, inferociti, lo lapidarono e Ulisse se ne andò, proseguendo il viaggio. Il demone dell’uomo lapidato cominciò, per vendetta, ad uccidere gli abitanti del villaggio che, su consiglio della Pizia, costruirono al demone un luogo ove, ogni anno, portavano in sacrificio la vergine più bella del paese per placare la sua furia. Il macabro rituale si ripeté finché Eutimo il pugilatore non passò da quelle parti, sfidò il demone – che nel mentre aveva preso il nome di Alibante ed era nero e tremendo in tutto il suo aspetto – lo batté e lo cacciò in mare per sempre.

Ecco, per l’ufficiale dell’Arma, la pervasività della cosca al centro delle indagini, con il boss dipinto dalle investigazioni come investito anche da problemi di cabotaggio quotidiano per la comunità, trova un parallelismo con la vicenda storica nel fatto che “chi nasce come demone viene poi accettato come ‘paraStato’”. Per il procuratore capo Nicola Gratteri, siamo dinanzi ad “una di quelle indagini il cui reato principale è l’associazione mafiosa”, assieme al “voto di scambio”, all’“estorsione, tutti reati tipici che denotano il controllo del territorio”.

Gratteri: “dateci fiducia”

Secondo Gratteri, “i Carabinieri con la loro professionalità, capacità e dedizione hanno portato elementi, dal nostro punto di vista, tranquillizzanti sul piano della prova”. Quindi, l’invito “agli abitanti calabresi e del territorio del lametino” di “continuare ad avere fiducia in noi”, perché “stiamo cominciando ad avere i riscontri”. In questo caso, per esempio, “abbiamo due persone che hanno denunciato, due persone vessate, soffocate dai Bagalà”, che “hanno avuto fiducia, e questa loro fiducia è stata ripagata, perché oggi abbiamo dato risposte alle loro domande di giustizia”.

L’hotel nell’inchiesta

Il riferimento, spiegato dal comandante provinciale dei Carabinieri di Catanzaro, il colonnello Antonio Montanaro, è a “due imprenditori con i quali i Bagalà avevano intrapreso un progetto imprenditoriale”, che prevedeva “la realizzazione di una struttura alberghiera, poi naufragata”. E’ il progetto dell’Hotel dei Fiori, destinato a sorgere a Falerna, filone d’indagine che coinvolge in particolare l’avvocata ai domiciliari in Valle, ritenuta la “mente legale” del clan (a piede libero risulta indagato anche il marito, Andrea Gino Giunti, a sua volta avvocato). Non se ne fece niente, ha raccontato il comandante, “perché gli imprenditori avevano lamentato il fatto di essersi trovati in una situazione cui non potevano più far fronte, perché di fatto la cosca cercava di acquisire la titolarità non versando le somme pattuite”.

I rapporti con altri ‘ndranghetisti

Agli occhi del procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla, a capo dell’inchiesta, l’organizzazione su cui si è indagato, insediata in quelle terre sin dagli anni ‘80 (e comparsa in concomitanza di varie inchieste sulle cosche tradizionali, come gli Iannazzo di Sambiase), “ha intrattenuto rapporti strettissimi con esponenti della criminalità organizzata calabrese di diversi territori”, dimostrando “il riconoscimento dato alla cosca anche in altri ambiti particolarmente elevati della criminalità organizzata ‘ndranghetista”.

Un esempio? “La cosca ha mantenuto rapporti stretti con esponenti di cosche di primo livello della piana di Gioia Tauro per acquisire terreni finalizzati alla coltivazione di cipolla rossa di Tropea”, ma “anche con soggetti criminali del Vibonese”. Più in generale, per il Procuratore aggiunto, “la cosca si era data un’impronta imprenditoriale e ciò li aveva portati ad interagire con esponenti istituzionali e politici”. “Incidevano sulle dinamiche elettorali e avevano contatti con alcuni esponenti delle forze dell’ordine – ha affermato il magistrato – soprattutto nel divulgare notizie sensibili, in cambio di sostegno elettorale”.

La rete di relazioni

In un copione che sempre più diviene familiare, l’inquirente ha aggiunto che “abbiamo registrato turbative di aste pubbliche e infiltrazioni nell’attività amministrativa di Falerna – è coinvolto l’ex sindaco (direttore di un network televisivo, ndr.) – e Nocera – è coinvolto l’attuale vicesindaco (un appuntato dei Carabinieri, ndr.)”. In sostanza, “ci si rivolgeva al capocosca per risolvere qualsiasi genere di problema”. Qualsiasi, vista la capacità attribuita al boss di rivolgersi sempre all’interlocutore corretto vista la rete di relazioni intessuta. Insomma, tornando ad Ulisse, un vero e proprio “paraStato”.

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