Il futuro della discarica di Pompiod e quei richiami del Tar alla precauzione

Oltre a sancire che la Regione ha agito legittimamente nel sospendere il rinnovo dell’autorizzazione all’esercizio della discarica di Pompiod (Aymavilles), vista l’apertura di un capitolo penale sui conferimenti nell’impianto, e a ricordare che, qualora dovessero emergere violazioni al titolo autorizzativo da parte del gestore, gli uffici di piazza Deffeyes potrebbero applicargli sanzioni che spaziano dalla diffida alla revoca, la sentenza con cui il Tribunale Amministrativo Regionale della Valle d’Aosta ha respinto il ricorso di “Ulisse 2007”, società che gestisce l’impianto e che aveva impugnato lo “stop” momentaneo al procedimento amministrativo, è peculiare per i richiami ad un aspetto degli orientamenti normativi in fatto di protezione ambientale.

I giudici (il presidente Silvia La Guardia e l’estensore Carlo Buonauro) ci arrivano sottolineando come l’amministrazione regionale abbia proceduto a sospendere l’iter di rinnovo – con riferimento all’attenzione ai profili di rischio per la salute pubblica – “anche alla luce del principio di precauzione”. A quel punto, ricordato che è di “derivazione comunitaria e che costituisce uno dei canoni fondamentali del diritto dell’ambiente e alla salute”, lo sviscerano. Esso “fa obbligo alle Autorità competenti di adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire taluni rischi potenziali per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l’ambiente e, se si pone come complementare al principio di prevenzione, si caratterizza anche per una tutela anticipata rispetto alla fase dell’applicazione delle migliori tecniche previste”.

Una tutela “che non impone un monitoraggio dell’attività a farsi al fine di prevenire i danni, ma esige di verificare preventivamente che l’attività non danneggia l’uomo o l’ambiente”. Altrettanto impattante è che “tale principio trova attuazione facendo prevalere le esigenze connesse alla protezione di tali valori sugli interessi economici” e “riceve applicazione in tutti quei settori ad elevato livello di protezione”, addirittura indipendentemente “dall’accertamento di un effettivo nesso causale tra il fatto dannoso o potenzialmente tale e gli effetti pregiudizievoli che ne derivano”. Lo ha più volte statuito anche la Corte di Giustizia comunitaria, “la quale ha in particolare rimarcato come l’esigenza di tutela della salute umana diventi imperativa già in presenza di rischi solo possibili, ma non ancora scientificamente accertati”.

“In definitiva – annota il Tar della Valle d’Aosta – l’obbligo giuridico di assicurare un ‘elevato livello di tutela della salute umana’, con l’adozione delle migliori tecnologie disponibili, tende a spostare il sistema giuridico europeo, dalla considerazione del danno da prevenire e riparare, alla precauzione (principio distinto e più esigente della prevenzione), mediante l’integrazione degli strumenti giuridici, tecnici, economici e politici per uno sviluppo economico davvero sostenibile ed uno sviluppo sociale che veda garantita la qualità della vita e della salute quale valore umano fondamentale di ogni persona e della società (informazione, partecipazione ed accesso)”.

“La stessa politica della Comunità in materia – aggiungono i giudici – mira a un elevato livello di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni, ed è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati alla salute”. Stando alla più autorevole giurisprudenza sul punto, afferma la sentenza, “l’applicazione del principio di precauzione comporta, in concreto, che, ogni qual volta non siano conosciuti con certezza i rischi indotti da un’attività potenzialmente pericolosa, l’azione dei pubblici poteri deve tradursi in una prevenzione precoce, anticipatoria rispetto al consolidamento delle conoscenze scientifiche”.

“È evidente, peraltro, – prosegue la citazione in sentenza di giurisprudenza pregressa – che la portata del principio in esame può riguardare la produzione normativa in materia ambientale o l’adozione di atti generali ovvero, ancora, l’adozione di misure cautelari, ossia tutti i casi in cui l’ordinamento non preveda già parametri atti a proteggere l’ambiente dai danni poco conosciuti, anche solo potenziali”. Parole da leggere riflettendo che, al di là del contenzioso regolato dal verdetto odierno, sul destino di Pompiod la Regione si trova ad interloquire, da un canto, con un’azienda cui la Procura contesta quasi 3.500 tonnellate di rifiuti conferiti incompatibilmente rispetto all’autorizzazione rilasciatale (che chiede di continuare a gestire la discarica) e, dall’altro, con il Comitato “Discarica Sicura” composto dai residenti nell’area (che ha invocato proprio ieri la chiusura definitiva del sito).

Per il loro porsi oltre alla contingenza del processo in corso (e dei suoi possibili esiti), il basarsi su valori alle radici dell’azione pubblica (come la tutela della salute collettiva e dell’ambiente, rivendicata anche dai Comuni di Jovençan e Aymavilles, che hanno depositato istanza per costituirsi parte civile nel procedimento penale al fine di vedere risarciti i danni eventualmente inferti dalla comunità) e l’affermare senza tentennamenti la prevalenza delle esigenze protettive sugli interessi economici (spesso insidiosi quando si parla di rifiuti), gli approfonditi richiami del Tar al principio di precauzione (ed anche, in altra parte del verdetto, quelli alle sanzioni da comminare ai gestori che violino i precetti autorizzativi) appaiono decisamente preziosi per piazza Deffeyes. Si tratta, in particolare da parte della politica, di saper e voler cogliere l’opportunità in essi implicita.

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