25 Aprile, siamo ancora in grado di scegliere la pietra del monumento al “Camerata Kesserling”?

Questo blog tratta tematiche intimamente legate ai diritti dell’essere umano (perché ne ha pure se si macchia di nefandezze) e, essendo la democrazia la condizione in cui essi sono stati sanciti e codificati (e permangono assicurati), non può restare indifferente alla ricorrenza del 25 Aprile. La Liberazione d’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista ha segnato il passaggio chiave per la costruzione delle fondamenta dello Stato, aprendo la porta alle tappe successive: la scelta della sua forma (la Repubblica), l’elezione di un’Assemblea costituente e la redazione della Costituzione, intrisa dei valori fondanti della Resistenza.

Siccome GiustiziAndO guarda, in particolare, all’agone giudiziario, e ha bandiere nell’antifascismo, nella laicità dello Stato e nella legalità, non poteva scegliere un’immagine commemorativa diversa dall’epigrafe che il partigiano ed avvocato Piero Calamandrei scrisse nel 1952 per il “Camerata [Albert] Kesserling”, il comandante delle forze di occupazione tedesche in Italia che quell’anno venne scarcerato “per motivi di salute” (stava scontando la pena della reclusione a vita in cui era stata convertita la condanna a morte, per crimini di guerra, comminatagli nel 1947 e già ridotta a 21 anni poco dopo). L’uomo sulla cui storia personale pesano come macigni le Fosse Ardeatine e Marzabotto sostenne, appena tornato in Germania, che gli italiani avrebbero dovuto essergli grati e dedicargli un monumento per il suo operato nella salvaguardia di città d’arte come Roma e Firenze.

L’angolo in cui si possono leggere le parole scelte in risposta a tale affronto dell’esimio giurista (nel componimento in versi noto come “Lapide ad ignominia”) ad Aosta è in via Festaz, nell’area verde dell’istituto “Manzetti” (nella foto). Se c’è un aspetto per cui Calamandrei impressiona, in questo come in altri scritti, è l’attualità inestinguibile del suo pensiero. Settantasei anni dopo la Liberazione è infatti ancora pacificamente vero che con che pietra si costruirà” il monumento preteso dal criminale Kesserling “a deciderlo tocca a noi”. Perché il Feldmaresciallo della Luftwaffe è morto nel 1960, ma esiste ancora chi quella distinzione meritoria la rivendica nel nome suo e del Terzo Reich (o del Littorio, cambia poco), facendolo però in maniera meno spudorata e più subdola. Chi si specchia, almeno a parole, nel pensiero di Calamandrei è ancora capace a scegliere che pietra merita quel monumento?

Chi scrive ha vissuto per quindici anni la macchina organizzativa del 25 Aprile nel Comune di Aosta, collaborando con le altre Istituzioni coinvolte affinché la Liberazione potesse avere degna sottolineatura nel capoluogo. Significa – in un’esperienza che sarà impossibile da dimenticare – aver assistito a quindici anni di fila di celebrazioni, spesso prestandovi la voce da “speaker”, motivo di orgoglio eterno. Significa anche, purtroppo, aver visto il gruppo dei partigiani fieramente presenti a quella cerimonia venire gradualmente meno, anno dopo anno. Significa anche, però, aver notato sempre meno pubblico in piazza. Significa anche, però, aver misurato il prender piede, nell’ambito della rappresentanza politica, della visione per cui quello sconfitto nel 25 Aprile, dai partigiani sulle montagne, sarebbe in fondo un “pensiero diverso”, anziché il crimine messo nero su bianco a Norimberga e vietato espressamente dalla Costituzione.

Negli ultimi sei anni, anche se il mio cammino è diventato un altro, le cose non sembrano migliorate. Anzi, la pandemia, dal 2020, ha annullato le celebrazioni in presenza, spostandole sul web, dove in brevi dirette social vengono posate corone ai caduti e resi omaggi ai resistenti. Certo, anche se le manifestazioni di protesta alle misure di contenimento del virus vedono 200 persone in piazza (è successo solo ieri pomeriggio, ad Aosta, nel nome del “No Dad”), le istituzioni per loro natura non possono assumersi il rischio di moltiplicare il contagio, oltretutto nel momento in cui esso appare decrescere (e, formalmente, la Valle oggi è ancora “zona rossa”). Il punto, però, è: ci si appella alla memoria della Liberazione, ma si pensa mai che se essa non è condivisa, si trasforma in retorica, rendendosi inutile negli effetti?

Ci pensa mai, la politica che lancia “appelli all’unità” (l’ultimo pochi giorni fa), che la pacificazione dopo il 25 Aprile è avvenuta comunque vedendo vincitori e vinti e che, agli occhi della comunità, l’“unità d’intenti” tanto vagheggiata in un momento problematico come quello dell’epidemia (la Valle ha raggiunto ieri i 450 morti, praticamente è come se Perloz o Gaby non esistessero più) è difficile da leggere diversamente dal consociativismo? Ci pensano mai, i partiti che non hanno più il controllo sulle liste di candidati (perso a favore degli eletti più potenti), che l’assenza anche solo di affermazioni (figuriamoci di contromisure) sul coinvolgimento di amministratori in indagini e processi per corruzione, infiltrazioni della criminalità organizzata e vari reati contro la pubblica amministrazione fa pressoché scomparire (quantomeno agli occhi della comunità) quel primato di rappresentanza dell’interesse collettivo affidatogli dalla Costituzione?

E, per finire, ci pensano mai coloro che urlano alla dittatura sanitaria, che il modo in cui è stata affrontata la pandemia dal Governo e dagli enti a ciò preposti (e il fatto che siano aperti fascicoli nelle Procure di praticamente tutta Italia, a partire da quella di Bergamo, che ha sentito anche l’ex presidente del Consiglio Conte, non depone verso gli applausi a scena aperta) non ha nulla a che vedere con l’impossibilità di fare aperitivi di gruppo in overtime, né con l’auspicio di tornare ad abitudini di vita che erano già sufficientemente malsane (fisicamente, mentalmente e dal punto di vista dell’insostenibilità del modello economico ispirante) prima del virus, ma che ci si ostina a chiamare “normalità”?

La verità è che, così come la lotta ad altre nefandezze della nostra era, la sua riuscita dipende dal contributo individuale e quotidiano di ognuno. In ogni giorno, dinanzi a una scelta, a un bivio lungo il proprio percorso di vita, sul lavoro, negli affari, con il partner, con gli amici, c’è un po’ del 25 Aprile. La pietra che il monumento al “camerata Kesserling” merita, è sempre la stessa, ma bisogna anzitutto saperla scegliere, poi decidere che “Su queste strade se vorrai tornare / ai nostri posti ci ritroverai”. A chi non ha mai smesso di farlo, o comunque lo fa, buona Liberazione. A tutti gli altri, che abbiano almeno l’onestà di ammettere (quanto meno a loro stessi) se abdicano per convenienza, o ignavia. Se non altro, almeno quello.

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