Omicidio Serban, per gli inquirenti la sfida inizia ora

Con gli abituali trasporto e partecipazione, le schiere dei social network augurano – sin dal suo arresto, mercoledì scorso – malanni e sventure a Gabriel Falloni in quantità tale che, a metterli in fila, si supererebbero in lunghezza non solo questa, ma anche le prossime tre vite del 35enne finito in manette perché sospettato dell’omicidio di Raluca Elena Serban, la 32enne romena trovata senza vita sei giorni fa in un alloggio a pochi passi dal centro storico di Aosta.

Anche se chi scrive si ostina a non rassegnarsi che lo sia, è ormai la norma, in una società in cui il Tribunale di Facebook non solo è sovrano, ma nemmeno chiude nelle 24 ore. La realtà, però, come quasi sempre accade, è molto diversa. E ci riporta al fatto che, da domenica scorsa, una sorella ed una madre piangono la parente più stretta che potessero avere, che ha finito il suo cammino in maniera tragica in un condominio, riversa a terra, con la gola tagliata.

Hanno il diritto ad una risposta di giustizia dalle Istituzioni del Paese, così come lo ha la collettività valdostana sul piano della sicurezza. In entrambi i casi, dev’essere rappresentata dall’individuare chi si è macchiato di un gesto terribile ed affermarne la responsabilità, confrontandolo alla giusta pena. L’arresto di Falloni, braccato e preso dopo 84 rocambolesche ore in cui ha piroettato tra la Valle d’Aosta e la Liguria, avvicina al traguardo, ma non basta per tagliarlo.

A concludere il percorso – checché ne pensi la “Curva sud” dei social – dovrà essere un processo, chiuso da una sentenza definitiva. Il questore Morelli e la Squadra Mobile, fatta dei diciotto investigatori che per quattro giorni hanno dato la caccia a Falloni (nella foto, la conferenza stampa della Polizia), lo sanno bene e, condividendo la stessa convinzione dei magistrati inquirenti impegnati nel caso (i pm Ceccanti e D’Ambrosi, assieme allo stesso procuratore Fortuna), sono coscienti che gli accertamenti per arrivare al nome di Falloni e a trovarlo sono stati basilari, ma la vera sfida per loro inizia ora.

Sono infatti chiamati a trasformare i “gravi indizi di colpevolezza” – sulla base dei quali il Gip Colazingari gli ha accordato la custodia cautelare in carcere del sospettato, sottoscrivendo l’ordinanza eseguita mercoledì sera dagli uomini diretti dal commissario capo Filograno – in un quadro probatorio schiacciante, tale da resistere alla rappresaglia difensiva che, peraltro, è diritto di chi deve rispondere di un’accusa tanto grave come un omicidio volontario aggravato (dalla crudeltà delle sue modalità).

A tal fine, assumeranno rilevanza dettagli se non sconosciuti, quantomeno invisibili alle masse che dalla tribuna del web augurano il peggio all’arrestato: la qualità degli atti redatti per ogni passo mosso dagli inquirenti, le tempistiche e il rigore degli accertamenti svolti (cruciali, al riguardo, il lungo sopralluogo della Polizia scientifica sulla scena del delitto e l’autopsia sul cadavere di Raluca Elena) e aspetti formali delle investigazioni tecniche compiute nelle prime ore dell’indagine (ad esempio l’acquisizione delle immagini della videosorveglianza).

Ad oggi, all’appello mancano elementi peculiari nelle formule canoniche di soluzione di un omicidio. Non risulta ritrovata l’arma del delitto, né i dispositivi elettronici della vittima, che l’assassino ha portato con sé lasciando il condominio di viale dei Partigiani. Manca pure un movente evidente ed a Falloni, inoltre, si è arrivati con una “triangolazione” tra quanto ripreso dalle telecamere del condominio, l’analisi del traffico telefonico (con chiamate tra lui e Raluca Elena) e il confronto con una foto sul suo profilo Facebook.

Indizi convergenti, ma non definitivi, sia detto senza che suoni come una censura a chi indaga. Il giudice potrà emettere una sentenza di colpevolezza solo se verrà convinto “oltre ogni ragionevole dubbio” che l’imputato (per ora, ancora soltanto indagato) abbia la resposabilità della morte della 32enne. Falloni, e chi lo difende, lo sanno ed hanno iniziato il cammino procedimentale avvalendosi della facoltà di non rispondere al Gip nell’interrogatorio di garanzia tenutosi oggi, venerdì 23 aprile.

Una mossa che, considerando l’impossibilità pressoché matematica di ottenere in questa fase iniziale dell’indagine la revoca della misura cautelare (alla luce pure del “pericolo di fuga”, peraltro avvalorato dal sospettato rendendosi irreperibile dopo il delitto), era immaginabile. Agli inquirenti, nell’attesa di capire se l’arrestato accetterà di rispondere all’interrogatorio del pm (momento davvero influente nello sviluppo del procedimento), tocca ora rilanciare, valorizzando gli elementi (giuridicamente) concreti emersi sinora.

Si tratta del borsone sportivo della escort 32enne, che la persona inquadrata dalla videosorveglianza condominiale portava con sé lasciando lo stabile (nel quale possono essere stati riposti sia l’arma usata per ferire, sia smartphone e tablet della vittima, e chissà se non qualcos’altro), ma del quale, ad oggi, non ci sono notizie. Si tratta, ugualmente, della ingente quantità di denaro (migliaia di euro) che è stata trovata a Falloni nel momento dell’arresto.

Il primo certifica in maniera inconfutabile che l’uomo è stato fisicamente nell’alloggio in un orario compatibile con l’uccisione di Raluca Elena. Il secondo, una volta esaurita la verifica di eventuali prelievi bancari nei giorni dell’allontanamento dalla Valle, o dell’aver ricevuto quel contante come compenso di prestazioni lavorative, può ulteriormente accreditare la tesi della rapina all’interno dell’alloggio che la vittima aveva affittato tre settimane prima di essere crudelmente strappata alla vita.

I precedenti del 35enne finito in manette restituiscono una propensione ai reati della sfera sessuale, ma anch’essi – per quanto rivelatori della “proclività a delinquere” dell’uomo e citati a piè sospinto dalla tifoseria social – non rappresentano, di per sé, una prova inappellabile (anche se non si può non condividere più d’un dubbio sull’efficacia dell’ordinamento, nel non limitare un individuo che ha manifestato una tale reiterazione di delitti della medesima fattispecie).

Insomma, se catturando Falloni gli inquirenti hanno urlato “scacco”, per aggiungervi l’aggettivo “matto” dovranno investire ancora tempo ed energie. Per quanto non v’è da dubitare che affronteranno le prossime giornate con il vigore manifestato sinora e la forza di chi tiene a fornire la risposta di giustizia chiesta dai parenti della vittima, e di sicurezza auspicata dalla comunità, la partita non è finita. Nonostante, a leggere i commenti su Facebook, il caso appaia chiuso.

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