Inchiesta Egomnia, in Consiglio Valle “le parole che non ti ho detto” sulla ‘ndrangheta

Un minuto e diciassette secondi. Tanto è servito all’ex presidente della Giunta Renzo Testolin, in apertura della seduta del Consiglio Valle di ieri, giovedì 25 marzo, per comunicare all’assemblea il suo coinvolgimento, conclamato dalla notifica dell’avviso di chiusura delle indagini preliminari, nell’inchiesta “Egomnia”, sul presunto condizionamento della ‘ndrangheta delle elezioni regionali 2018. L’accusa contestatagli dalla Dda di Torino – come agli ex colleghi di quella legislatura Antonio Fosson, Laurent Viérin, Stefano Borrello e Luca Bianchi (ma lui è il solo a sedere ancora in piazza Deffeyes) – è di scambio elettorale politico-mafioso, commesso nei mesi di aprile e maggio di quasi tre anni fa, nell’imminenza dell’appuntamento con le urne.

Cioè, come si legge nelle carte dell’inchiesta, di aver accettato dai co-indagati Roberto Alex Di Donato e Alessandro Giachino (entrambi condannati, nel processo Geenna, quali appartenenti alla “locale” di Aosta) “la promessa di procurare voti”, in cambio di quella dell’“erogazione di altre utilità e, in particolare,” di “agevolarli nei rapporti con l’attività amministrativa della Regione Valle d’Aosta con particolare riguardo alla soluzione dei problemi legati all’esecuzione di appalti e lavori nel settore dell’edilizia privata, all’ottenimento di lavori pubblici per ditte e società riconducibili ad appartenenti” al sodalizio criminale messo a fuoco dall’inchiesta dei Carabinieri del Reparto operativo del Gruppo Aosta.

Per la verità, nei suoi settantasette secondi d’intervento, Testolin non ha concesso molto a chi non vanti familiarità con il linguaggio tecnico-giuridico. Rifacendosi al “rispetto della massima trasparenza che l’appartenere a questa assise esige”, ha ritenuto “indispensabile comunicare ufficialmente a quest’aula che nel pomeriggio del 13 marzo mi è stata notificata l’informazione di garanzia e l’avviso di fine indagini preliminari per reati di cui agli articoli 110 e 416ter commi 1 e 2 del codice penale” (il primo è la contestazione in concorso, il secondo lo scambio elettorale politico-mafioso, ndr.).

Ricevuti gli atti, il consigliere dell’Union Valdôtaine (primo tra gli eletti lo scorso settembre, con 1.393 preferenze, dopo la conclusione anticipata della precedente legislatura) ha “immediatamente provveduto a comunicare il fatto sia al presidente del Consiglio che al Presidente della Regione” ed ha “altresì provveduto alla nomina dei legali di fiducia che mi assisteranno nelle opportune sedi per affrontare il percorso che questo tipo di situazioni comporta, al fine di dimostrare la mia estraneità ai fatti contestatimi”. Premesso che, come per qualsiasi coinvolto in un procedimento penale, anche per Testolin vale la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, diventa tuttavia difficile trattenere alcune osservazioni sulla pagina scritta ieri al primo piano di piazza Deffeyes.

Il Consiglio Valle è la sede in cui un eletto, cioè il depositario della fiducia di quanti lo hanno premiato con il voto, rende conto alla comunità del suo operato, del modo in cui esercita la delega rappresentativa attribuitagli. Quando prende la parola dal suo scranno, pertanto, si rivolge ai valdostani tutti, non solo a coloro che lo hanno votato. Non ai colleghi dell’Assemblea, non ai dirigenti dell’amministrazione, o ai compagni di partito. A tutti. Perché, in quel momento, fa ciò che viene chiamato “metterci la faccia”, assumendosi le responsabilità del ruolo cui è chiamato.

Se si può comprendere, anche per la volontà di attenersi al provvedimento ricevuto dall’autorità giudiziaria (verosimilmente consigliata da chi lo difende), l’“ermetismo” sull’illustrazione delle contestazioni mosse, non si riesce ad accettare l’assenza di qualsivoglia menzione ad un altro aspetto. A differenza dei suoi colleghi, investiti dal ciclone “Egomnia” a fine 2019, Testolin non ha ritenuto di dover presentare le dimissioni. Perché? Difficile immaginarlo e non averlo sentito sposta la sua comunicazione all’aula sotto il minimo sindacale per il “metterci la faccia” e pure dal solco del “rispetto della massima trasparenza” da lui invocato.

Senza scordare che la questione attiene, prim’ancora che alla giustizia, all’etica e all’opportunità, materia su cui la politica valdostana proprio non vuol sapere di prendere le ripetizioni che le permetterebbero di riparare i voti bassi da troppo tempo a questa parte. Pur auspicando che il consigliere riesca – come ha affermato – a chiarire la sua posizione, è impossibile non intravedere, all’orizzonte, occasioni in cui la sua permanenza nell’Assemblea, con un procedimento del genere pendente, possa imbarazzare la massima assise valdostana.

Per limitarsi ai casi più ovvi, voterà senza temere che la sua posizione possa essere accostata all’immagine del Consiglio ordini del giorno o mozioni di condanna alle mafie, oppure l’organizzazione nelle scuole di iniziative sulla legalità, o ancora la costituzione dell’Osservatorio permanente sulla criminalità organizzata, che è parte del programma di legislatura? Domande che restano in sospeso, a cui i valdostani hanno diritto ad una risposta. Purtroppo ieri non è pervenuta, in futuro chissà.

Dopodiché, allargando lo sguardo al resto del Consiglio, non che le dolenti note siano terminate. Chiuso il minuto e diciassette di Testolin, la consigliera Nicoletta Spelgatti ne ha utilizzati cinque e ventuno per rispondere alle “polemiche sul perché la Lega sia stata in silenzio rispetto alla notizia” riguardante il collega unionista. “Tutto quello che doveva essere detto – ha aggiunto – è già stato detto a suo tempo, e quest’ultimo fatto è soltanto l’ulteriore sviluppo di un procedimento di cui si è parlato tantissimo nella scorsa legislatura”.

“Le responsabilità penali dei singoli – ha proseguito Spelgatti – non spetta a noi giudicarle: ognuno risponde davanti allo Stato, davanti alla sua coscienza e davanti a Dio”. Peraltro, “noi abbiamo sempre denunciato la presenza della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta e lo scambio di voti: secondo noi le persone devono essere votate per i loro programmi e le loro idee, guardando al bene collettivo della Valle d’Aosta”. A voler essere pignoli, chi scrive vede un pilastro universale nella laicità delle Istituzioni, quindi scomodare il Signore in questo caso non è sembrata idea geniale (così come appare vagamente ingenuo il fatto di non tornare su un’inchiesta perché in fondo se n’è già parlato in passato), ma questa è la posizione espressa in aula dal Carroccio, che quantomeno ha scelto di esprimersi.

E gli altri dell’aula? E i Presidenti di Consiglio (Albert Bertin) e Giunta (Erik Lavevaz), prontamente informati da Testolin, poco dopo la notifica? E i compagni di gruppo del consigliere “avvisato”? E quella parte dell’attuale maggioranza che, nel tempo, non ha mancato di mettere in guardia dal rischio di infiltrazione mafiosa? E il resto dell’odierna opposizione? Tutti indistintamente silenti. Ognuno, molto probabilmente, con ragioni diverse, ma confluenti nello stesso risultato finale: la sessione è continuata come se niente fosse accaduto.

La collega Silvia Savoye, raccontando l’avvio di seduta di ieri su Aostasera.it, ha sottolineato “una sorta di assuefazione” del Consiglio rispetto agli sviluppi dell’inchiesta Egomnia. Certo, non erano immaginabili, da parte degli avversari politici, giudizi nei confronti di Testolin (quelli spetteranno solo alle sedi competenti), né pare più epoca di solidarietà aprioristiche dai compagni di viaggio. Però, su un tema come la criminalità organizzata, su cui la risposta deve essere anzitutto culturale (e senza trascurare che un ente locale è ancora oggi commissariato per accertato condizionamento mafioso), il silenzio non è mai una soluzione che fa andare a testa alta chi lo sceglie. Sinceramente, offende, ma soprattutto lascia un dubbio logorante: perché? A maggior ragione se arriva da chi deve governare una comunità e la sua terra.

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