Egomnia, l’ingenuità che la politica regionale non può permettersi

La Valle d’Aosta sale ancora di quota in fatto di primati collezionati da quando la Dda di Torino ha posato i suoi occhi sul lembo di nord-ovest che confina con Francia e Svizzera. Se con l’inchiesta “Geenna”, sulla presenza di una “locale” di ‘ndrangheta nel capoluogo (culminata, in primo grado, in condanne per tutti gli otto presunti componenti), si è visto il primo scioglimento di un ente locale valdostano in settant’anni di Autonomia, grazie a “Egomnia”, per cui oggi sono stati notificati gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari, relativa al condizionamento del crimine organizzato delle elezioni regionali 2018, gli annali locali si arricchiscono di almeno altre due pagine dense.

A riempirle, sia la chiusura anticipata della XV legislatura del Consiglio Valle (per il fallimento, senza pari dal dopoguerra, dei tentativi di ricomposizione di una maggioranza in seno all’assemblea, dilaniata proprio dal trapelare delle investigazioni dei Carabinieri del Reparto operativo del Gruppo Aosta), sia la contestazione del reato di scambio elettorale politico-mafioso a cinque componenti del “parlamentino” di piazza Deffeyes, mai così tanti assieme (il solo precedente è l’accusa di “voto di scambio” che cadde sul capo di Augusto Rollandin negli anni ’90, ma era altra fattispecie criminosa).

Tra loro ci sono tre ex presidenti della Regione: Laurent Viérin (colui che nell’ottobre 2017 strinse la mano di Rosy Bindi, allora presidente della Commissione parlamentare antimafia, nel giorno in cui salì in Valle per denunciare la vigente “pax valdôtaine”), Antonio Fosson (medico chirurgo dal quale l’autonomismo tentò di ripartire nel 2018, dopo il naufragio della prima Giunta di sempre a trazione leghista) e Renzo Testolin (che ha cercato di tenere le redini dell’amministrazione “scossa”, dopo che Fosson non ebbe alternativa alle dimissioni, a seguito del suo coinvolgimento in “Egomnia”). Il quadro degli indagati si completa con i già assessori Luca Bianchi e Stefano Borrello.

Tutti, tranne Testolin (che è il solo ancora in carica oggi), sono “rimasti ai box” all’appuntamento con le urne dello scorso settembre. L’accusa mossa loro dai pm Valerio Longi e Stefano Castellani è che abbiano stretto, tra l’aprile e il maggio 2018, “patti scellerati” con tre componenti della “locale” radicata tra i monti, oggi a loro volta destinatari degli avvisi, cioè Roberto Alex Di Donato, Alessandro Giachino e Antonio Raso. Ognuno dei due mondi, avrebbe fatto una promessa all’altro. I boss quella di procacciare preferenze e ognuno dei politici – recitano le carte – di procedere “all’erogazione di altra utilità” al latore di quel “pacchetto” di consensi, cioè di agevolarlo “nei rapporti con l’attività amministrativa della Regione Valle d’Aosta”, con particolare riguardo alla “soluzione dei problemi legati all’esecuzione di appalti e lavori nel settore dell’edilizia privata”.

Sul piano giuridico, oggi più che mai devono valere le garanzie costituzionali: il procedimento proseguirà e s’incaricherà di stabilire la responsabilità, o meno, delle persone coinvolte (e, se si andrà a processo, ciò accadrà solo al raggiungimento di una sentenza definitiva). Alcune considerazioni, con uno sguardo più ampio, sono tuttavia possibili. Se l’inchiesta “Geenna” mirava a dimostrare che nemmeno la Valle fosse esente dall’infiltrazione della criminalità calabrese, “Egomnia” pare confermare la mutazione più recente della ‘ndrangheta per insinuare la politica. Non più vendita di voti tout court, ma accordi finalizzati ad individuare veri e propri “broker” nelle Istituzioni. Politici sui quali dirottare le preferenze ed a cui rivolgersi, una volta eletti, ad ogni gara, pratica o assegnazione di servizi d’interesse delle cosche, per riscuotere la contropartita dei consensi garantiti.

Una mutazione fotografata, tra l’altro, dalle sentenze del maxi-processo “Minotauro” sulle ‘ndrine in Piemonte, iniziato nel 2010. A fronte di uno scenario del genere, la politica regionale ha due possibilità. Può appellarsi al principio dell’individualità delle responsabilità penali, tirando dritto come se nulla fosse, oppure – riconoscendo che la legalità non sia un valore scontato, ma da confermare attraverso l’azione quotidiana – imboccare un cammino che passi anzitutto per una risposta di carattere culturale, riportando la parola “opportunità” (delle condotte, delle scelte, delle decisioni) in auge nel suo agire, rendendo leggibile l’interesse collettivo in ogni azione e depotenziando, sin dalla formazione delle liste elettorali, l’equazione per cui il consenso individuale fa il “cavallo di razza” tra i banchi del Consiglio.

Negli anni delle inchieste della Dda, cioè dal 2014 ad oggi, il comparto pubblico valdostano ha vissuto pagine oggettivamente non decorose, per quanto non abbiano rappresentato fatti di reato. Il pensiero corre, per limitarsi a due esempi, alle mancate dimissioni nel 2019 dei consiglieri raggiunti da informazioni di garanzia in “Egomnia” (arrivate solo all’emergere del loro coinvolgimento, accuratamente taciuto da fine estate fino a dicembre inoltrato), oppure – e siamo nello stesso anno – alla gestione della fase conclusiva degli accessi antimafia ad Aosta e Saint-Pierre, per effetto delle attribuzioni prefettizie previste dallo Statuto speciale, da parte dell’allora presidente Fosson, che ha ricevuto le relazioni delle due Commissioni e presieduto il Cosp valutativo delle stesse con in tasca l’invito a comparire dinanzi ai pm antimafia di Torino.

Pagine che, al di là dell’esito finale dell’inchiesta chiusasi oggi, tutto da scrivere, dovrebbero suggerire a chi oggi governa ed amministra la Valle quale dei due possibili percorsi prendere. Soprattutto perché l’osservazione insegna che nei territori ove viene accertata una presenza mafiosa (e il primo grado di giudizio di “Geenna” la assevera) raramente il ciclo giudiziario si chiude con i procedimenti relativi all’esistenza della “locale”. Ciò che di norma accade è che gli inquirenti scandagliano il tempo prima e dopo, alla ricerca dei cosiddetti “reati satellite”, sintomo del radicarsi del malaffare in un’area. La stessa “Egomnia” ne è un esempio, come lo è il fascicolo della Procura aostana sul taxi-bus a Saint-Pierre. Ecco che, soprattutto in tempo pandemico, con la fiducia della comunità ai minimi termini, convincersi che l’accaduto sia una parentesi possibile da consegnare ai (brutti) ricordi sarebbe una imperdonabile ingenuità per la classe dirigente.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...