‘Ndrangheta, i moniti di Gratteri e la Valle che non s’indigna

La lotta alla ‘ndrangheta negli ultimi anni? “Siamo entrati in territori dove prima non si è riusciti ad entrare. Abbiamo toccato centri di potere che prima non veniva in mente, nemmeno nel subconscio, di poter toccare”. Parola di Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica a Catanzaro, uomo che ha firmato micidiali uppercut al crimine organizzato calabrese come “Rinascita-Scott” (oltre 300 arresti), o “Basso profilo” (48 arresti), scaturiti da indagini sui legami più sordidi della malavita con pezzi di amministrazione e politica.

Se il contrasto ha raggiunto un livello superiore “non solo in termini numerici, ma anche qualitativi” rispetto ad un tempo, il magistrato è “ottimista, nel senso che faremo ancora passi avanti”. Però, “siamo un po’ indietro sullo spiegare alla gente che delinquere non conviene”. Un monito lanciato dal Procuratore (che vive sotto scorta dal 1989) nel corso del webinar “La ‘ndrangheta in Calabria, in Italia, in Europa e nel Mondo” promosso dal presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra l’altro ieri, mercoledì 27 gennaio.

Nato in Calabria 62 anni fa e da 35 in servizio come magistrato nella stessa terra, ha sviscerato il concetto riconducendolo al sentire “ragionamenti di gente media sul piano culturale e sociale dare solidarietà a gente che, per noi, ha commesso dei reati anche gravi”. Attenzione, “non sto parlando di quello semianalfabeta che si è nutrito di cultura mafiosa, perché accerchiato da amici e parenti con ‘ndranghetisti o con filosofia di vita ‘ndranghetista, io sto parlando di professionisti”.

“Io – ha continuato Gratteri, anche incalzato dalle domande del giornalista e consigliere Fnsi Michele Albanese – mi sono accorto in questi ultimi due anni di quanto numerosa sia questa fascia media, sociale media, non dico che fa il tifo per la mafia, ma che dà solidarietà, che rimane male perché tizio o caio è indagato”. E se così stanno le cose, “allora, dico, c’è tanto da fare” e la situazione “mi meraviglia e mi dispiace, mi rattrista”.

Anche perché “la stessa gente che poi dà la solidarietà ai mafiosi, quando mi vede mi ossequia, e io ovviamente, siccome mi sono cresciuto sulla strada, conosco perfettamente la mimica del calabrese, degli ‘ndranghetisti, dei faccendieri e dei doppiogiochisti”. Parole che riportano alla mente pagine recenti di storia valdostana, fatte delle perplessità di tanta parte della popolazione all’emergere delle accuse dell’operazione “Geenna” dei Carabinieri e della Dda di Torino, sull’esistenza di una “locale” di ‘ndrangheta in Valle.

Perplessità espresse, in più d’un caso, enfatizzando la “prossimità” o l’“umanità” delle figure dei presunti boss, tra i quali un noto ristoratore e due dipendenti del Casinò di Saint-Vincent. Una tendenza su cui già nell’ottobre 2019, sentito dalla prima commissione del Consiglio regionale durante le audizioni per arrivare alla creazione di un Osservatorio sulla criminalità organizzata (ad oggi forse giacente all’ufficio “oggetti smarriti”), il pm della Procura di Aosta Luca Ceccanti aveva messo in guardia l’uditorio, ricordando tra l’altro l’apologia del “bravo coltivatore d’arance”, emersa in un altro caso di affiliato del sud.

In quell’occasione, il magistrato che più volte ha coordinato indagini riguardanti amministratori ed ufficiali pubblici valdostani, aveva parlato di “sottovalutazione del fenomeno”, dalla quale derivava la necessità di “un cambiamento culturale”. “Quando un magistrato dice che in Valle d’Aosta c’è una ‘locale’ – aveva sottolineato Ceccanti – prendiamone atto e indigniamoci”. In quel momento a sostenere l’avvenuta infiltrazione della ‘ndrangheta in Valle erano i pm Valerio Longi e Stefano Castellani, a capo dell’inchiesta della Dda torinese.

Certo, a confortare la solidità della loro visione era stato il Gip del Tribunale di Torino Silvia Salvadori, firmando l’ordinanza di custodia cautelare alla base del blitz scattato il 23 gennaio 2019, quando finirono in manette – tra gli altri – Giuseppe Nirta, Marco Fabrizio Di Donato, suo fratello Roberto Alex Di Donato e Francesco Mammoliti, ma i processi dovevano ancora iniziare.  Oggi, la tesi d’accusa è avvalorata da diverse condanne in primo grado per associazione di tipo mafioso (inflitte dal Gup di Torino e dal Tribunale di Aosta, in composizione collegiale). Certo, non sono definitive, ma sono state pronunciate e quell’“indigniamoci” appare come un testimone rimasto da raccogliere.

Perché? L’altro ieri sera Nicola Gratteri ha sottolineato che, in fatto di contrasto alla ‘ndrangheta, “non c’è una corale narrazione da parte di giornalisti, scrittori, o uomini di cultura”. Parlava, evidentemente, delle reazioni alle inchieste in Calabria, perché guardando al caso valdostano, a parte i media ed alcune realtà associative (come “Libera”, costituitasi parte civile nei procedimenti), delle altre due categorie, quando sono passati sei mesi dalla sentenza torinese e quattro da quella aostana, ancora si attende la reazione.

Certo, la pandemia non molla la presa sul mondo, ridefinendo le priorità dei governi (e, con esse, le vite della popolazione), ma più d’un allarme è giunto su come saranno proprio le macerie lasciate dal virus a consentire alle mafie di prosperare, quindi perché il silenzio su quanto è successo in casa nostra? Se “a pensar male si fa peccato, ma talvolta ci si azzecca”, la risposta plausibile porta dalle parti di una cultura fortemente “Regionecentrica”, con i suoi operatori consigliati ad un prudente mutismo proprio dagli scenari emersi dall’inchiesta (soprattutto dalla non ancora chiusa “Egomnia”, sull’infiltrazione di ‘ndrangheta nelle regionali 2018).

Una congettura finché si vuole, ma per quanto la Regione sia tra le parti civili che si sono viste riconoscere un risarcimento al termine del processo “Geenna”, impossibile non ricordare che le investigazioni della Dda hanno decapitato una Giunta regionale (quella presieduta da Antonio Fosson, in cui sedevano anche Laurent Viérin e Stefano Borrello, tutti destinatari di avvisi di garanzia in “Egomnia”, come l’allora consigliere Luca Bianchi) e che l’ex presidente della Regione ed attuale consigliere Renzo Testolin è stato iscritto dalla Dda nel registro degli indagati per l’ipotesi di concorso esterno nella “locale”, a seguito della segnalazione dei magistrati aostani estensori della sentenza sulla ‘ndrangheta nella regione.

Accuse, quelle dell’inchiesta ancora aperta, tutte da provare, ma nonostante varie circostanze portate a galla dalle carte processuali di “Geenna” di cui non andare esattamente fieri e i non invidiabili fatti segnare dall’inchiesta alla regione (come il primo scioglimento di sempre di un ente locale per condizionamento mafioso, il comune di Saint-Pierre), la riprovazione sociale, all’ombra di Bianco e Cervino, non vuole saperne di salire. L’altra sera, in un singolare ricorrere di punti di contatto con le tesi inquirenti aostane, Gratteri ha evocato che “in questi anni, in ogni indagine emerge sempre più il dato, il fatto che al contempo il soggetto è ndranghetista e massone deviato”.

Nel processo “Geenna”, anche se con qualche tratto tragicomico (la loggia di Gibuti che, secondo un testimone, “non sapevamo nemmeno dov’era”), della società segreta per eccellenza si è parlato in più d’un udienza. Per Gratteri, la creazione della “Santa” (“dove lo stesso soggetto è stato autorizzato ad essere ‘ndranghetista e far parte di una loggia massonica deviata”) risale al 1970. Significa che “nel ’70 c’è stato lo spartiacque” e che “quello che stiamo cercando di dimostrare oggi sul piano investigativo/giudiziario, del quale oggi si sta parlando in chiaro, già c’era nel ‘70”.

In parole povere, “abbiamo perso cinquant’anni per continuare a parlare solo di Osso, Mastrosso e Carcagnosso”, per continuare a dire, “al massimo, di una ‘ndrangheta che faceva sequestri di persona, quando già nell’80 era già nella pubblica amministrazione, era già in pezzi della politica, era già in pezzi delle Istituzioni”. “La ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria – ha tuonato Gratteri – già aveva rapporti diretti, con Totò Riina, con Provenzano, con Matteo Messina Denaro. Rapporti diretti, alla pari, con ‘Cosa nostra’ americana, di New York, o di Toronto”.

Giova ricordare che la “locale” su cui Dda e Carabinieri del Reparto operativo hanno speso quattro anni dal 2014, ed è attualmente certificata da due Tribunali, è stata ricondotta ad elementi della ‘ndrina Nirta “La Maggiore” di San Luca, paese alle falde dell’Aspromonte, sul versante ionico, nel reggino. Si tratta quindi di quella stessa ‘ndrangheta su cui il Procuratore capo di Catanzaro ha puntato il dito in diretta Facebook.

La stessa palesatasi nelle indagini su cui si è consolidato il patrimonio informativo inquirente che ha condotto a “Geenna”, come “Tempus Venit” (su fatti del 2011), “Hybris” (nel 2012, con l’emergere di persone ritenute vicine alla famiglia Facchineri) o, ancora prima, “Lenzuolo” (del 2000, in cui venne osservata una cerimonia di affiliazione in un bar di Aosta). La medesima che, a leggere le motivazioni del Tribunale di Aosta, ha posato la lupara e imbracciato la politica, contribuendo ad eleggere in Consiglio Valle, tre anni fa, quattro consiglieri.

Concludendo, e guardando all’azione di prevenzione al di fuori dei palazzi di giustizia, Gratteri ha invitato a “stare più attenti, approfondire di più”. “Ciascuno nel nostro ruolo, nella nostra funzione, – ha esclamato – dovremo impegnarci di più, avere più coraggio e fare di più, donare di più. Andare oltre, essere più generosi”. Senza stancarsi, “anche se più parliamo, più certi centri di potere ci attaccano”. Senza demoralizzarsi “e soprattutto spendere energie sui giovani, spendere energie sui ragazzi”. In Valle d’Aosta c’è chi lo fa da tempo, andando anche nelle scuole, ma il vero problema (lette anche centinaia di pagine dell’inchiesta) è: agli adulti, viste sottovalutazioni e sostanziale assenza d’indignazione, chi ci pensa? Perché finché non ci si pensa, avremo un problema.

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