“Falsi positivi” al Covid-19: dalle indagini nessun reato, ma sciatteria

Nessun elemento di reato è emerso dagli accertamenti della Procura sulla rilevazione di 61 “falsi positivi” al Covid-19, da parte del laboratorio analisi dell’Usl della Valle d’Aosta, negli ultimi giorni dello scorso dicembre. Va così in archivio il fascicolo aperto a “modello 45” (senza ipotesi delittuose, né l’iscrizione di indagati) ed affidato al pm Manlio D’Ambrosi. Le indagini erano state avviate a seguito dell’esposto depositato in via Ollietti dall’avvocato Orlando Navarra.

Posto che non è destinato a presentare risvolti penali, agli occhi degli inquirenti, completata la ricostruzione dell’accaduto, la vicenda si caratterizza quale caso di sciatteria nell’utilizzo della macchina per lo sviluppo dei tamponi diagnostici, fornita all’azienda sanitaria lo scorso ottobre. Alla base della situazione presentatasi, secondo quanto appurato, vi è infatti lo spegnimento della stessa (verosimilmente, per errore, o per mancata conoscenza delle sue modalità di utilizzo, visto che – a tre mesi dall’entrata in funzione – poteva essere considerata ancora “nuova”).

Rimane spenta per 22-23 ore, poi viene riattivata. Il macchinario sembra aver riposizionato tutti i parametri sui valori adeguati per processare i test in arrivo, ma così non è. Il 27 dicembre, i primi 11 tamponi sviluppati risultano tutti positivi. L’assoluta certezza che qualcosa non torna si raggiunge la mattina del giorno dopo. Scatta così il contatto con gli specialisti della ditta fornitrice, che indicano i parametri corretti per lo sviluppo dei tamponi.

Gli operatori li impostano, ma successivamente la macchina “cade” di nuovo. Emerge che il problema è legato ad un mancato aggiornamento del software dell’apparecchiatura. L’intervento dei tecnici dell’azienda, a quel punto, è risolutivo. Giuridicamente parlando, il fatto che i risultati falsi non siano una diretta conseguenza dello spegnimento della macchina impedisce di parlare di “nesso causale” tra la condotta umana e l’accaduto e, quindi, di ipotizzare un reato.

Assenza di ripercussioni delle false diagnosi è stata poi rilevata dal monitoraggio dei 16 pazienti (sui 61 “falsi positivi” di quelle ore) che, essendo già ricoverati per altre patologie, erano stati spostati, al conclamarsi della diagnosi (errata) di Covid-19, in reparti dedicati alla malattia, pericolosi per la presenza di persone colpite dal virus. Solo uno ha sviluppato l’infezione, ma gli è stata diagnosticata tre giorni dopo il passaggio nella “Covid unit” (all’emergere delle false positività, l’Usl aveva disposto di riportare, benché in isolamento, nei reparti di provenienza i pazienti).

Un tempo che, secondo gli inquirenti, appare troppo breve rispetto agli intervalli documentati sinora di incubazione della malattia (di norma, tra i 10 e i 14 giorni), facendo pertanto pensare al fatto che il Covid, in quel caso, fosse già in incubazione, o conclamato, al verificarsi dei fatti. Sulla vicenda, non sono arrivati in Procura altri esposti sull’episodio, oltre a quello che ha originato il fascicolo, sviluppato dall’aliquota della Polizia della Sezione di polizia giudiziaria presso la Procura. Sui “falsi positivi” era stata avviata pure una istruttoria interna della direzione dell’Usl, che – nella sua ricostruzione dei fatti – aveva parlato di “errore tecnico del software”.

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