L’anno che se ne va e le domande difficili

Nonostante il ritmo delle pubblicazioni in queste pagine sia calato nelle ultime settimane (e nelle prossime righe emergerà anche il perché), non è possibile esimersi da uno sguardo ai dati sulle visite al blog nel 2020 che ha imboccato da poche ore il suo “miglio verde”. Per GiustiziAndO, ancor prima dei numeri e del loro significato, sono stati dodici mesi importanti, perché essendo nato nell’agosto 2019 si è trattato del primo anno vissuto interamente.

Affiancare questo impegno a quello nella redazione di un quotidiano online come Aostasera.it (che ha all’orizzonte scelte non indifferenti) spaventava un po’ chi scrive, inutile nasconderlo, anche perché i tempi e i modi della riflessione – che rappresenta l’obiettivo dichiarato di questo spazio – richiedono più energie dell’informazione. Eppure, non solo il traguardo di aver aggiornato il blog con sostanziale continuità per tutto il 2020 è tagliato, ma lo sguardo alle statistiche restituisce dati di cui essere soddisfatti.

I visitatori unici di GiustiziAndO, dallo scorso 1° gennaio a stamane, sono stati 18.310,(triplicati rispetto ai 6.386 registrati nel 2019, quando l’avventura di queste pagine iniziò in agosto) ed hanno generato 28.928 visualizzazioni delle pagine del blog (anche in questo caso, oltre tre volte le 9.273 su cui si chiuse l’anno scorso). Quanto ai mesi in cui il contatore del sito ha registrato le maggiori visualizzazioni, sul gradino più alto del podio c’è settembre (7.100), seguito da giugno (5.100) e da luglio (3.100).

Pur pensando che i numeri non siano tutto, perché se un pensiero che spinge ad una revisione critica di ciò che ci circonda “contagia” anche solo una persona è già buona cosa, l’incremento è tangibile e, anche se dietro alla tastiera degli aggiornamenti non siede certo un millenial, l’essere seguiti non può che far piacere. Anche perché GiustiziAndO non è certo “un titolo, una foto e qualche riga”, per cui atterrare qui significa farlo scientemente, con volontà di capire, di andare oltre le prime impressioni, o spesso delle versioni confezionate da terzi tutt’altro che disinteressati.

Venendo ai contenuti più “gettonati” – oltre alle 5.798 visualizzazioni della homepage (che, da metà di quest’anno è accessibile anche all’indirizzo giustiziando.com) – l’articolo maggiormente letto è stato la prima parte della “biografia giudiziaria” dedicata ad Augusto Rollandin (2.284 “click”). Subito dopo (ma con certo distacco, visto che il contatore si è fermato a 1.315 visual), l’analisi della situazione con la giustizia di sei neo-eletti in piazza Deffeyes nel settembre 2020 e (a distanza minima, visto ha raggiunto 1.253 “click”) la pagina multimediale sulla discussione conclusiva del processo aostano “Geenna” su infiltrazioni di ‘ndrangheta.

Dati che riflettono quanto il 2020 sia stato, soprattutto, l’anno in cui la questione della dimensione etica di chi riveste funzioni pubbliche in Valle d’Aosta, unita alla drammatica assenza del concetto di opportunità in numerose scelte di matrice politica, abbia raggiunto portata sempre più significativa e palpabile. I tre articoli “medagliati”, a guardar bene, raccontano che un ex presidente della Regione compaia in aule di giustizia dal 1992 in poi, che un quinto dei nuovi eletti in Consiglio Valle è sotto giudizio alla Corte dei Conti per presunto danno erariale e che – secondo un collegio giudicante di primo grado – due ex assessori comunali hanno prostituito il loro ufficio per favorire un sodalizio criminale di stampo mafioso.

C’è da stupirsi che, a fronte di scenari del genere, la comunità valdostana avverta sempre più distanza dalla politica? Benché sussista ancora più d’un dubbio sulla raggiunta consapevolezza, da parte della generalità degli abitanti della Valle, della negatività di alcune delle condotte appena indicate (che, va detto chiaramente, in alcuni casi non configurano reato, ma le scelte commendevoli restano altro), la risposta è facilmente ricavabile: “no”. Peraltro, tale lontananza si è misurata ad occhio nudo anche nell’altra partita che ha monopolizzato il 2020, vale a dire il contrasto alla pandemia di Covid-19.

Non è un caso, verosimilmente, che il quarto articolo della classifica (con 1.141 “click”, quindi affatto lontano dalla “prima fila”) sia quello imperniato sull’“ora zero” dell’epidemia in Valle d’Aosta, ripercorrendo le memorabili gesta di quelle ore della “prima ondata” del virus in cui politica (e sanità) invitarono i turisti nella regione “ideale e sicura”, conquistandosi l’apertura di un fascicolo in via Ollietti, poi oggetto di una richiesta di archiviazione del pubblico ministero che però conteneva osservazioni più pesanti di una sentenza.

A far male, in tutto questo, oltre al merito dei singoli episodi, è la totale assenza di autocritica da parte dei diretti interessati. Anzi, il loro ripetuto autoassolversi, com’è accaduto ancora ieri durante la conferenza stampa dei vertici dell’Unità Sanitaria Locale, quando il commissario Angelo Pescarmona ha detto, riguardo all’episodio dei 61 “falsi positivi” su cui indaga la Procura: “Non è ‘mala sanità’ non mettere in evidenza gli errori, che vengono però ingigantiti perché qui piace fare giornalismo scandalistico”. Ora, pur senza conoscere personalmente il top manager Usl (e non sapere quindi qual è, esattamente, la sua idea di scandalistico), sia consentito dissentire sulla sua affermazione.

Difficile ritenere “scandalistico” aver chiesto all’azienda sanitaria i dati sul contagio da Covid-19 nella prima ondata (ricevendo, in tutta risposta, l’invito a rivolgersi alla Protezione civile, quasi un virus non fosse un problema di salute pubblica). Difficile ritenere “scandalistico” aver chiesto alla Regione (invano) i verbali dell’Unità di crisi contro l’epidemia (scoprendo poi che i partecipanti a quelle riunioni non discutevano solo dell’emergenza, ma anche della necessità di prolungare la durata in carica delll’attuale Commissario, scelta che non compete loro). Difficile ritenere “scandalistico” aver scoperto che lo “screening di massa” smentito pubblicamente dal Presidente della Regione fosse stato oggetto di una richiesta specifica al commissario nazionale per l’emergenza Covid.

La verità è che in una terra dalla “questione pubblica” assolutamente irrisolta (intendiamoci, non che il resto d’Italia sia l’Eden in proposito, ma le dimensioni contenute della Valle d’Aosta acuiscono l’effetto) porre delle domande diventa un problema agli occhi di chi può essere sollecitato a rispondere, nonostante vi sarebbe tenuto dalla indennità frutto delle tasse dei cittadini. Porle senza chiedere “per favore”, ma attraverso strumenti come l’accesso civico (il “Foia” italiano), poi lo è ancora di più, perché le risposte vanno messe nero su bianco e non fornite oralmente, magari nel corso di una telefonata, che si potrà sempre negare riconducendola alla concitazione del momento.

Se nelle ultime settimane su GiustiziAndO non è comparsa una quantità industriale di pezzi (benché dicembre si chiuda su 2.400 visualizzazioni) è anche per questo. Un po’ la pandemia ha tolto vigore ad alcuni settori della cronaca, in particolare giudiziaria, un po’ i tentativi di scavare in questioni di portata pubblica (che, in quanto tali, dovrebbero godere della massima trasparenza) sempre più spesso registrano battute d’arresto (a volte, bastano un telefono spento, o una mancata risposta ad una mail). Però – ed è l’augurio più concreto e meno retorico che questo blog e il suo errabondo cronista rivolgono a chi l’ha scelto come compagnia per l’anno che volge al termine – le domande continueranno nel 2021. E’ una promessa, ma ancor prima una scelta di vita.

5 pensieri su “L’anno che se ne va e le domande difficili

  1. Grazie per l’articolo che leggo . Quindi è confermato che non c’è stato accesso ai verbali dell’Unità di crisi? La trasparenza di questa unità lascia molto a desiderare, io ad esempio non sono ancora riuscito a trovare il provvedimento di nomina dell’unico membro che ne fa parte senza essere organo di qualche ente pubblico, ossia il famoso “medico di medicina generale con esperienza nelle maxi emergenze” previsto dalla L.R. AntiDPCM, così come non si sa chi sono di volta in volta gli eventuali partecipanti esterni alle riunioni. Una curiosità, ma dopo il diniego all’accesso, avete presentato il reclamo al responsabile per la trasparenza previsto dal FOIA?

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    • Patrick, la “storia” dell’accesso civico relativo alle riunioni dell’Unità di Crisi è tutta nell’articolo linkato al blog. L’accesso civico generalizzato ai verbali fu negato perché “i documenti richiesti sono meri resoconti o relazioni di sintesi dei momenti di confronto avvenuti nell’ambito dell’Unità di crisi, funzionali al tracciamento dei lavori della stessa” e siccome, “per loro natura, non esprimono attività di gestione dell’amministrazione”, vennero considerati dalla Regione esclusi dagli atti accessibili. L’istanza di riesame al responsabile per la trasparenza, in questo caso, non venne presentata perché, anche sulla scorta di un’esperienza precedente (con i dati sul contagio Covid-19 nella regione), appariva francamente improbabile che un componente della stessa amministrazione potesse smentire l’affermazione tanto netta ricevuta in prima battuta. L’articolo restituisce comunque il tenore del loro contenuto e pone il vero problema di fondo: se parliamo di “sintesi” e non di verbali veri e propri, visto che alcune delle valutazioni espresse in quelle riunioni motivano atti ordinativi del Presidente della Regione (che, peraltro, le richiamano, ma senza dettagliarle, aspetto che sembra smentire il fatto che “non esprimono attività di gestione”), in quale modo l’amministrazione conserva il contenuto di quelle sedute in modo compiuto?

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      • Grazie per la risposta. In effetti l’aver deciso di attribuire ad un dipendente della stessa amministrazione (e spesso è il dirigente più alto in grado, quindi quello più legato al vertice politico, come accade per i segretari comunali) la decisione sui reclami contro i dinieghi per l’accesso civico mi lascia molto perplesso. Nel caso di accesso documentale ex L. 241/90 il riesame è svolto dal Difensore civico, che, pur non essendo un giudice imparziale, gode di maggiore auotonomia.

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