Al processo “Altanum” condanne per associazione mafiosa, ma assoluzioni per l’omicidio Raso

Condannati per associazione di tipo mafioso, ma assolti dall’accusa di omicidio. È l’esito per i principali imputati del processo, svoltosi con rito abbreviato, nato dall’operazione “Altanum” sulle frizioni tra due cellule della ‘ndrangheta calabrese, con proiezioni ed interessi nel resto d’Italia, inclusa la Valle d’Aosta. Ieri, martedì 29 dicembre, il Gup del Tribunale di Reggio Calabria, Vincenza Bellini, ha inflitto 16 anni di carcere a Giuseppe Facchinieri detto “Il Professore” (60 anni, Cittanova), 8 anni a Roberto Raffa (45, San Giorgio Morgeto) e 5 anni e 4 mesi a Giuseppe Chemi (60, Taurianova).

Per i tre, ritenuti dagli inquirenti figure di vertice della cosca Facchineri, il pm Giuseppe Gelso della Dda di Reggio Calabria aveva chiesto l’ergastolo, in ragione anche dell’imputazione di omicidio, per la quale il giudice ha invece pronunciato assoluzione “per non aver commesso il fatto”. Assolti, conseguentemente (perché dal coinvolgimento ricondotto in particolare all’uccisione), altri due presunti “partecipi” dell’associazione che avevano scelto l’abbreviato: Vincenzo Facchinieri (53, fratello del “Professore”) e Salvatore Facchineri (46), per i quali l’accusa aveva sollecitato 10 anni di carcere ognuno.

La sentenza del Gup Bellini include la condanna, per Giuseppe Facchinieri, Raffa e Chemi, in solido tra loro, a risarcire i danni alle parti civili costituitesi nel procedimento, – la Regione Valle d’Aosta, la Città metropolitana di Reggio Calabria, nonché i comuni di Cittanova e San Giorgio Morgeto – per un importo che dovrà essere liquidato in un separato giudizio civile (la richiesta economica di tutti gli enti ammontava complessivamente a 2 milioni 600mila euro). Il giudice ha intanto stabilito, a carico degli imputati condannati, il pagamento di 3.500 euro di spese legali a ciascuna parte.

L’inchiesta, emersa con il blitz condotto dai Carabinieri la notte del 17 luglio 2019 (con tre arresti operati anche in Valle d’Aosta), aveva “fotografato” i contrasti tra due “ceppi” storici di ‘ndrangheta, i Facchineri di Cittanova, appunto, e i Raso di San Giorgio Morgeto (comune oggi commissariato per infiltrazioni mafiose). Secondo gli inquirenti, l’omicidio di Salvatore Raso, avvenuto nel 2011 in Calabria, originava dalla tentata estorsione – di cui si erano occupati i militari del Reparto operativo di Aosta, nell’indagine “Tempus Venit” – dei Facchineri nei confronti dell’impresario Giuseppe Tropiano, che con la sua “Edilsud” stava realizzando il parcheggio pluripiano dell’ospedale “Parini” e, anziché denunciare, si era rivolto alla famiglia “avversaria” per chiedere aiuto.

Il processo in abbreviato era iniziato lo scorso 21 settembre. Le motivazioni della sentenza sono attese entro novanta giorni. Ancora in corso è invece, al Tribunale di Palmi, il procedimento con rito ordinario per gli imputati che non hanno chiesto riti alternativi. Tra questi vi sono, tutti accusati di associazione di tipo mafioso, i fratelli della vittima dell’uccisione (presunto rappresentante “con un’alta dote” del sodalizio sangiorgese) – Michele Raso (59) e Vincenzo Raso (68), entrambi considerati esponenti autorevoli della famiglia degli “Zuccaro” e supposti gestire “le comunicazioni tra gli appartenenti al ‘locale’” attivi in Calabria e “quelli operativi in Valle d’Aosta” – nonché Vincenzo Raffa (44).

L’esito di quel procedimento, assieme alla sentenza già arrivata, restituirà la fisionomia attribuita dalla magistratura giudicante (per lo meno, a livello del primo grado di giudizio) all’infiltrazione attuata, per Dda e Arma, dalle due cellule di ‘ndrangheta del tessuto socio-economico valdostano. Per ora, la sentenza di ieri dice che, benché non condannata per la responsabilità della morte di Salvatore Raso, l’esistenza della cosca Facchineri è stata riconosciuta e certificata da un Gup e che lo stesso “Professore” tentò (al riguardo parla la condanna definitiva in “Tempus Venit”) di estorcere denaro ad un imprenditore valdostano di origini sangiorgesi, territorio in cui affonda le radici l’altra famiglia al centro dell’inchiesta.

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