La sentenza Geenna e le risposte ai dubbi dei valdostani in fatto di ‘ndrangheta

Oltre a spiegare le condanne inflitte, lo scorso 16 settembre, al ristoratore Antonio Raso e ai due dipendenti del Casinò Nicola Prettico e Alessandro Giachino (per associazione di tipo mafioso), nonché agli ex assessori ad Aosta e Saint-Pierre Marco Sorbara e Monica Carcea (per concorso esterno), le 548 pagine di motivazioni della sentenza Geenna rispondono a molti dubbi che sono spesso ritornati prepotentemente nell’opinione pubblica valdostana dall’indomani degli arresti del “blitz” dei Carabinieri scattato il 23 gennaio 2019 alla fine del processo al Tribunale di Aosta.

Se per il complesso delle motivazioni rimando al pezzo su Aostasera, le parole dei giudici Eugenio Gramola, Marco Tornatore e Maurizio D’Abrusco meritano di essere riprese qui nella parte in cui chiariscono aspetti di tipo tecnico-giuridici (sicché il reato di natura mafiosa è normato con logiche diverse da altri) e logici. Quanto alle obiezioni sentite, esse affondano le loro radici sia nella difficoltà, anzitutto culturale, di comprendere un fenomeno complesso (ma evanescente) come quello ‘ndranghetista, sia (soprattutto per quelle riguardanti il filone “politico” dell’inchiesta della Dda di Torino), in una cecità che talvolta appare più comodo paravento di malafede.

In neretto le “eccezioni” giunte più spesso dall’“uomo della strada”, cui segue – letterale, nelle parti virgolettate – la risposta data dalla magistratura aostana. Da leggere con una doverosa premessa: questa è la sentenza di primo grado e, in quanto tale, non ha carattere definitivo (inoltre, praticamente tutti i difensori hanno annunciato ricorso in Appello). Le responsabilità dei cinque imputati potrebbero quindi essere valutate diversamente nel prosieguo del giudizio, ma ad oggi sono tali e, peraltro, ciò che qui conta è cogliere la dimensione in cui è bene entrare per ragionare sull’infiltrazione ‘ndranghetista nel tessuto socio-politico-economico valdostano.

La mafia è violenza, sono i negozi che bruciano, le auto che saltano, le persone uccise, le botte a chi non si allinea al volere del clan. In Geenna non c’è traccia di tutto ciò, quindi come si fa a pensare che ad Aosta si fosse infiltrato il crimine organizzato?

“Già si è detto, in proposito, che il timore promanante dall’associazione risulta concreto, e rafforzato, a seguito dei singoli atti di violenza eseguiti non dagli attuali imputati, ma anche da altri soggetti operanti sul territorio valdostano, riconducibili dalla popolazione a una struttura ‘ndranghetistica, della quale, quindi, gli attuali imputati condividevano i metodi, gli scopi e la conseguente inquietante fama”. “E’ dunque possibile concludere che in Valle d’Aosta la ‘ndrangheta, nel periodo di interesse (l’inchiesta è relativa al periodo 2014-2018, ndr.), aveva già dispiegato la propria forza intimidatrice ed in questo senso risulta chiaro che per gli associati non è stato sempre necessario ricorrere personalmente al compimento diretto di atti di intimidazione o di violenza, perché era ben percepita, nel contesto sociale di riferimento, quale fosse la reale capacità intimidatrice dell’organizzazione”.

Quindi, se non era manifestamente violenta, la “locale” di Aosta a quali attività criminali si sarebbe dedicata? Perché vista così sembra un po’ una onlus, più che una “costola” della malavita calabrese…

“In parallelo alla ricerca del controllo” della “comunità valdostana di origine calabrese” i condannati quali componenti dell’associazione “si dedicavano alla tessitura di una rete di relazioni con esponenti del mondo politico ed amministrativo locale, allo scopo evidente di ottenere vantaggi e profitti, partecipando alla spartizione dei lavori pubblici o proponendo soggetti loro contigui per l’assegnazione dei medesimi lavori”.

Beh, la politica ha alla sua base la ricerca del consenso. Un candidato che parla con tutti, in fondo, non fa altro che il suo lavoro. Dove sarebbe il male?

“Singolare, ed inquietante, è che numerosi esponenti anche di primissimo piano della politica valdostana – si pensi a Laurent Viérin, Testolin, Marquis, Fosson, Avati, Bianchi – si rivolgano pressoché a chiunque pur di ottenere voti: pizzaioli (Raso), imbianchini (Di Donato Marco), croupier del Casinò di St. Vincent (Giachino) e/o – financo – a noti pregiudicati per gravi reati quali sono i fratelli Di Donato, visti anzi come soggetti particolarmente influenti, la cui presenza ad incontri ed il cui appoggio appariva essenziale”.

Per carità, ma di schifezze è farcita anche la politica a livello nazionale e sono ben peggiori di quanto non sia accaduto qui, dove peraltro ci conosciamo tutti, no?

“E se certamente appare sconfortante che uomini politici vadano alla ricerca del consenso con modalità così poco trasparenti e così contrarie al significato della libera espressione del voto in un Paese democratico, non solo sconfortante, ma anche allarmante è che il mercato del voto (ché di questo pare proprio trattarsi) venga gestito da pluripregiudicati, e da loro sodali i quali – rispetto a chi paventa pubblcamente e reiteratamente infiltrazioni della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta – prevedono che vi sarà chi provvederà a gonfiargli il muso”.

Eppoi, tutto un giro di promesse, di abboccamenti, ma la restituzione di favori, la corruzione quella vera, a suon di migliaia di euro, il pilotaggio di grandi appalti non sono emersi nell’inchiesta. Come si sarebbero “riscattati” i presunti eletti grazie alla ‘ndrangheta?

“Ai fini della configurazione del delitto associativo in contestazione, è sufficiente la prova che il sodalizio abbia agito con l’intento di ottenere vantaggi diretti ed indiretti nel settore delle concessioni e degli appalti pubblici, ma non è necessario che tali vantaggi siano stati effettivamente conseguiti”. Questo aspetto rende “completamente irrilevanti” tutte le argomentazioni difensive sul fatto che, pur a seguito dell’elezione, gli associati o soggetti loro contigui non abbiano ricevuto l’affidamento di opere pubbliche o altri vantaggi di natura economica.

Però, lo si è visto anche quando ha deposto all’aula bunker delle Vallette, Marco Fabrizio Di Donato, che secondo l’indagine era il capo della “locale” di Aosta, sembra più una “rockstar banfona” che un boss, suvvia…

Le “difese hanno molto insistito sull’indole istrionica” e “sulla sua attitudine a millantare relazioni o amicizie in realtà non esistenti”, ma “la realtà è ben diversa”. Oltre al ruolo decisivo in alcuni episodi, “dalle intercettazioni è emersa chiaramente la prova che lui e i componenti della sua famiglia erano percepiti, nell’ambiente sociale in cui viveva ed era conosciuto, quali persone da rispettare in ragione del fatto che lo stesso Di Donato era conosciuto e noto quale appartenente alla ‘ndrangheta”.

Tutti e cinque gli imputati durante il processo aostano hanno risposto alle domande dei pm Longi e Castellani, fornendo la loro versione, che in alcuni casi è sembrata molto più semplice e plausibile, in un contesto piccolo e ristretto come quello valdostano, degli articolati teoremi della Dda, che è a Torino…

Gli imputati “si sono presentati al collegio, e hanno tentato di suggestionarlo in tal senso, come se fossero solo dei vacui chiacchieroni, a volte a sproposito, amici di un altro millantatore, e noto ‘banfone’ quale sarebbe Marco Di Donato”.

Beh, Antonio Raso era un ristoratore in vista e molto capace, affabulare clienti tra i tavoli (specie se importanti) era il suo mestiere…

“Raso, nelle ore dedicate ad un esame rivelatosi prolisso e inconsistente, ha tentato di far credere che egli – ristoratore e pizzaiolo – prometteva voti a tutti i politici in parte per benevolenza caratteriale e in parte per fidelizzare la propria clientela mentre – si è visto – dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali, oltre che dalla stessa istruttoria dibattimentale, è risultato ben altro. Al contempo il Raso ha reso ben chiaro (nell’episodio della richiesta economica avanzata da Salvatore Filice, dopo una scazzottata tra il figlio e un nipote di Raso, ndr.) che chi minaccia altri con una pistola non è nulla di più di uno scostumato che comunque non va denunziato perché non è il caso”.

E i due croupier del Casinò Nicola Prettico e Alessandro Giachino?

“Prettico, al di là dell’episodio del grossolano mendacio sul ‘taglio della coda’ (il rito di iniziazione ‘ndranghetista, del quale parla in un’intercettazione con Di Donato rispetto a Giachino, ma che ha ricondotto, testimoniando, ad una espressione scherzosa, ndr.) ha fornito spiegazioni completamente inverosimili sui suoi viaggi in Calabria, e ha riferito una quantità di minimi dettagli su tutto senza peraltro dire pressoché nulla di rilevante”. “Giachino ha a sua volta esposto quasi esclusivamente circostanze irrilevanti, senza confrontarsi in modo serio con gli elementi di accusa”.

Marco Sorbara è stato per anni assessore in Comune ad Aosta, alle politiche sociali, poi consigliere regionale: è ovvio che si interessasse ai problemi delle persone…

“Sorbara si è presentato addirittura come un benefattore, poiché avrebbe inteso il proprio assessorato alle politiche sociali come un ‘apostolato’, coltivava gli orti delle persone anziane, le nutriva e si occupava, in sintesi, di qualsiasi problema queste potessero avere sicché i voti che riceveva non provenivano dall’intervento di un’associazione per delinquere di stampo mafioso, ma direttamente dalle persone con cui interagiva, grate per una generosità ormai d’altri tempi”. “Si è invece visto che la verità è ben diversa, e che l’azione di Sorbara era in realtà finalizzata ad occupare e far occupare posizioni di potere alla comunità calabrese”. “Le dichiarazioni di Sorbara appaiono, dunque, manifestamente sfrontate e suonano a dileggio del Tribunale”.

Monica Carcea, per parte sua, ha anche ammesso di aver compiuto delle ingenuità. Alla fine, era al primo incarico esecutivo, in un ente dalla situazione rivelatasi ben più complessa del previsto…

“Carcea ha offerto un quadro squallido di un Comune allo sbando, rispetto al quale l’imputata si è presentata come colei che aveva in animo di porre rimedio alla situazione creatasi, lavorando anche in affiancamento con gli impiegati amministrativi ed avvalendosi a profitto del Comune della propria professionalità di laureata in economia”. “Si è visto nel corso della motivazione della presente sentenza che la verità è tutt’altra e che – anzi – la Carcea non era nemmeno in grado di gestire personalmente gli stessi rapporti con i colleghi assessori, tanto da dover costantemente richiedere aiuto a Raso o a Di Donato. Anche in questo caso, la realtà è opposta a quanto audacemente riferito”.

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