Camera penale e Covid, il presidente della sezione valdostana Borney: “un avvocato ‘in crisi’ è a rischio condizionamenti”

Nella sua attenzione al pianeta giudiziario valdostano, GiustiziAndO rinnova l’appuntamento divenuto tradizione con il presidente della sezione distaccata valdostana della Camera penale “Vittorio Chiusano” di Piemonte occidentale e Valle d’Aosta, all’indomani della sua elezione. L’avvocato Giovanni Borney (nella foto) ha ricevuto la fiducia dei colleghi lo scorso 24 novembre e sta “prendendo le misure” della nuova esperienza. Lo abbiamo sollecitato su alcuni temi d’interesse della categoria, in un momento senza eguali nella storia del Paese, come quello dell’emergenza sanitaria da Covid-19.

Presidente Borney, l’attuale fase della pandemia non si traduce nella sospensione dei termini e delle udienze viste nel lockdown di primavera, ma le misure che disciplinano lo svolgimento dell’attività giudiziaria hanno fatto parlare le Camere penali di difficoltà per il diritto alla difesa. Quali sono le principali, dal punto di vista degli avvocati che operano al Palazzo di giustizia di Aosta?

“Penso che la principale difficoltà sia legata, come anche a livello nazionale, alla celebrazione dei processi, o di fasi del processo, mediante modalità telematiche, ossia da remoto. A parte le considerazioni generali sulla compatibilità di tale modalità di celebrazione di un processo penale con il sistema di garanzie previsto dalla nostra Costituzione e dal nostro codice di procedura, compreso il principio di pubblicità delle udienze penali, molto più banalmente gli uffici giudiziari, anche valdostani, sono privi delle minime dotazioni tecniche per svolgere adeguatamente collegamenti audio – video da remoto.

Inoltre, la gestione dell’udienza, la gestione degli interventi delle parti, ivi compreso l’imputato, è, all’atto pratico, di fatto impossibile.

Devo dire, tuttavia, che sul punto, per quanto a mia conoscenza, i magistrati penali del nostro tribunale sono ben consapevoli delle criticità. Personalmente ho partecipato solo a un paio di collegamenti da remoto, sperimentandone la assoluta inadeguatezza, ma la maggior parte delle udienze presso il nostro tribunale sono celebrate in presenza, forse anche grazie ai numeri non eccessivi.

Nel complesso i disagi ci sono, ma sono pienamente tollerabili: paradossalmente l’esperienza legata alla necessità di evitare assembramenti ha portato anche un risultato positivo che consiste nello scaglionamento orario delle udienze che consente di evitare che i professionisti e le parti del processo debbano trascorrere l’intera mattinata in tribunale in attesa della celebrazione del procedimento che li interessa”.

Prima della pandemia la voce dell’avvocatura si era comunque levata rispetto ad aspetti ritenuti preoccupanti. Si ricordano, ad esempio, le astensioni proclamate per protestare contro la riforma della prescrizione. Sono tutti aspetti che Covid-19 ha fatto passare in secondo piano, anche perché l’attenzione della politica è stata calamitata dalla pandemia. Restano la preoccupazione e l’attenzione delle camere penali, al riguardo, immagino, e come riprenderà l’azione su questi fronti?

“Come da lei sottolineato, l’Unione delle Camere Penali presta costante attenzione ai temi della difesa del giusto processo, del principio di non colpevolezza e del principio di parità delle parti, come più in generale ai temi della tutela delle garanzie. E’ chiaro che in questo momento le criticità più urgenti da affrontare sono quelle legate ai provvedimenti emergenziali e credo che la massima attenzione, al momento, sia dedicata ad essi per il timore che limitazioni o compressioni dei diritti delle parti processuali, magari giustificabili per una situazione emergenziale, possano divenire la regola anche una volta cessata, speriamo presto, la situazione attuale.

Peraltro, l’Unione non ha una totale ed ingiustificata chiusura nei confronti di tutti i provvedimenti adottati. Per esempio, l’introduzione della possibilità di deposito degli atti in via telematica, peraltro fino ad ora osteggiata dalla magistratura, in alcuni casi incomprensibilmente, è una innovazione che l’Unione condivide ed anzi auspica sia espressamente e definitivamente adottata con riferimento a tutti gli atti di parte che abbiano necessità di deposito. Il punto critico maggiore riguarda le impugnazioni di tutti i generi, con riferimento alle quali la Corte di Cassazione, ancora recentemente, ha ribadito l’inammissibilità dell’impugnazione depositata con strumenti telematici. Peraltro mi fa piacere sottolineare che la sezione di Aosta della Camera Penale ‘Vittorio Chiusano’, sin dall’inizio della fase di chiusura, aveva sollecitato la dirigenza del Tribunale e della Procura della Repubblica ad adottare provvedimenti che riconoscessero espressamente la validità del deposito di atti in via telematica”.

Venendo alle ricadute della fase pandemica non solo sull’attività giudiziaria, ma su quella professionale degli avvocati, in che misura viene stimato il calo sperimentato, quest’anno, dalla categoria e in che misura esso può incidere sulla sopravvivenza stessa di alcuni studi?

“Questo è un tema molto critico, ovviamente non solo per la categoria professionale di cui faccio parte, ma per tutti i liberi professionisti e più in generale per tutte le categorie così dette a reddito variabile.

Non sono in possesso di dati statistici oggettivi, ma è piuttosto prevedibile che una ricaduta negativa ci sarà e potrà essere anche molto importante. Sul punto, preciso che, a mio avviso, le conseguenze si faranno sentire maggiormente per il prossimo anno, anche perché molto spesso gli avvocati in generale ricevono il pagamento dei loro onorari (o di parte degli stessi) alla fine dell’esecuzione del mandato difensivo. Ciò significa che per l’anno 2020, buona parte dei redditi percepiti dagli avvocati deriva da attività svolte quanto meno nell’anno precedente.

Consideri che, secondo i dati forniti dalla Cassa Forense, con riferimento alle comunicazioni 2019, quindi ai redditi del 2018, circa il 25% degli avvocati iscritti dichiara un reddito professionale inferiore a 10.000,00 euro l’anno, e circa il 20% dichiara un reddito professionale inferiore a 20.000,00 euro l’anno. E’ chiaro che un crollo dei redditi per questo 45% potrebbe essere davvero drammatico. Ci tengo a sottolineare, peraltro, che un avvocato “in crisi” rischia di essere un avvocato che non è in grado di svolgere adeguatamente il suo compito, in quanto non sufficientemente “libero” da condizionamenti”.

In un’attitudine squisitamente italiana, i mali del sistema giustizia non sembrano interessare in modo particolare alla popolazione, salvo poi scoprirli (e diventarne censori) nel momento in cui si viene coinvolti direttamente in un procedimento penale. Tra gli obiettivi della Camera penale si annovera anche l’aumento della consapevolezza rispetto allo “stato di salute” del settore: quali idee, come neo-presidente della sezione distaccata valdostana, ha per migliorare la situazione su questo versante?

“Si tratta di uno dei temi sul quale gli iscritti alla sezione si confronteranno; personalmente penso che il modo più adeguato per migliorare la situazione cui fa riferimento lei sia quello di dare il più possibile visibilità, in modo credibile, ai problemi ed alle criticità che via via vengono incontrate da tutti operatori del sistema giustizia, non solo avvocati. Penso si sorprenderebbe di sapere quante disposizioni finalizzate, sulla carta, a dare maggiore efficienza, si rivelino, all’atto pratico, inutili o peggio controproducenti. Sembra quasi che alcune norme vengano adottate senza nulla conoscere del funzionamento del ‘sistema giustizia’, a partire dal lavoro quotidiano delle cancellerie e dei magistrati”.

In termini più generali, quali sono gli obiettivi che si è dato per il mandato cui è stato eletto da pochi giorni?

“Gli obiettivi della sezione valdostana della Camera Penale ‘Vittorio Chiusano’ saranno definiti nello specifico in una prossima riunione (presumibilmente telematica) degli iscritti e, naturalmente, in coerenza con quelli definiti dal direttivo della Camera Penale. Posso dire che la sezione valdostana è nata, nello spirito dei promotori e dei primi iscritti, per creare coesione fra i professionisti, collaborazione reciproca e collaborazione anche nell’individuare i problemi concreti del nostro foro e proporre le soluzioni più condivise.

Anche la prospettiva della crescita professionale dei singoli associati, grazie al confronto ed alle iniziative di formazione che possono essere adottate, rappresenta, a mio modo di vedere, un obiettivo importante. Naturalmente più in generale la sezione valdostana darà il proprio apporto a tutte le iniziative che l’Unione adotterà, cercando di dare risonanza, anche a livello locale, a tali iniziative. Ovviamente, il mio auspicio è anche che la sezione valdostana cresca e diventi sempre più attiva e visibile con lo scopo di rafforzare e rendere condivise con tutti gli interessati, le iniziative e le istanze dell’Unione”.

Al momento della sua costituzione, la sezione distaccata valdostana della Camera Penale “Vittorio Chiusano” contava sedici avvocati iscritti. Come si è evoluta, nel biennio, la situazione e quali margini di crescita vede?

“In realtà dalla fondazione della sezione valdostana è trascorso un solo anno, e considerato il periodo, la crescita della sezione non ha potuto avere grande impulso. Al momento, a quanto mi risulta, gli iscritti sono 17 e spero che potremmo arrivare a superare il numero di 20.

Posso però già affermare che, sia pure con i limiti dovuto al periodo che stiamo (ancora) vivendo, nel suo primo anno di vita, la sezione valdostana della camera penale ha fatto sentire la sua presenza, chiedendo ed ottenendo il coinvolgimento nella adozione dei provvedimenti organizzativi adottati da Tribunale e Procura, avanzando le proprie istanze, anche grazie alla positiva considerazione che l’Ordine degli Avvocati di Aosta in generale, ed il Presidente nello specifico, ha dimostrato per la neonata sezione della Camera Penale ‘Vittorio Chiusano’, coinvolgendoci ed interpellandoci, ovviamente per le questioni attinenti la specifica materia che ci interessa”.

Una domanda che avevo posto anche al suo predecessore, ma che non è passata d’attualità e quindi la farò anche a lei. Il contenzioso è cresciuto molto, negli ultimi anni, in Italia, arrivando a toccare anche ambiti in cui era poco presente. C’è sempre più bisogno di avvocati e giudici per regolare questioni che, un tempo, non lo richiedevano. Tuttavia, il livello di fiducia della popolazione nel sistema giustizia è ai minimi storici. Come mai, secondo lei, e da dove dovrebbe iniziare un cammino serio per invertire la tendenza?

“Penso sia assolutamente vero che oggi le aule di giustizia sono occupate da questioni che in passato non le interessavano assolutamente.

La domanda sulle ragioni di ciò è molto complessa e molto complessa dovrebbe essere la risposta.

I fattori sono tantissimi, ma due, a mio avviso, sono le ragioni principali di questa situazione.

In primo luogo c’è un fattore che potremmo definire “culturale”: il livello di tolleranza generale degli italiani penso sia ai minimi storici, tanto che qualunque contrasto, anche del tutto inoffensivo, diventa motivo di contenzioso. Personalmente, penso che un buon 60% delle questioni che oggi vengono affrontate, per esempio, dal Giudice di Pace, non dovrebbero nemmeno approdare in un’aula giudiziaria.

Un secondo fattore di importante rilievo, a mio avviso, dipende dalla tendenza del legislatore odierno a ritenere che la risposta sanzionatoria penale sia necessaria per qualsiasi ipotesi di violazione di legge o che qualunque ambito del vivere umano debba essere regolato con disposizioni normative. Questo secondo fattore si accompagna ad una tendenza che a mio avviso si è sempre più palesata negli ultimi anni. Molto spesso, soprattutto ultimamente, abbiamo assistito ad interventi normativi volti a reprimere o ad aggravare la repressione di determinate condotte, quale risposta a più o meno vere o realistiche situazioni di allarme sociale. Sempre a mio avviso, si tratta, in molti casi, di interventi normativi non solo inutili, ma in alcuni casi anche dannosi, in quanto il più delle volte non adeguatamente meditati e spesso semplice frutto della tendenza della classe politica di mostrare all’opinione pubblica la sua “intraprendenza” nell’affrontare situazioni (ripeto, più o meno veritiere) di allarme sociale. Questi interventi, almeno in alcuni casi, hanno creato la necessità di nuova o più gravosa attività giudiziaria, a fronte di un sistema che, comunque, avrebbe comunque già avuto gli strumenti per offrire una risposta di giustizia alle situazioni che davvero lo avrebbero meritato.

Non posso non fare un brevissimo riferimento alla non più recentissima questione della riforma della prescrizione penale. Al di là di questioni di principio generale, che richiederebbero ben più ampie e autorevoli riflessioni, l’intervento del legislatore sul punto ha ed avrà un effetto del tutto opposto rispetto a quello asseritamente voluto. L’eliminazione, di fatto, della prescrizione dopo la sentenza di primo grado farà si che i tempi del giudizio penale, anziché abbreviarsi, si allungheranno ulteriormente, con un significativo ulteriore ingolfamento di un sistema già di per se stesso in crisi, per molte ragioni, fra le quali una grave carenza di risorse”.

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