Pasquale Longarini, se l’assoluzione in Appello non può lasciare indifferenti

Nell’ordinamento italiano della Giustizia sono le sentenze a fare fede. E quella di assoluzione arrivata oggi, giovedì 5 novembre, dice che Pasquale Longarini – nella foto, pubblico ministero da inizio anni ’90 ad Aosta, poi nominato Procuratore capo facente funzioni (dopo il trasferimento di Marilinda Mineccia a fine 2016), quindi arrestato il 30 gennaio 2017 allo scoppiare dell’inchiesta di cui è stato protagonista ed oggi, dopo la sospensione inflittagli dal Csm, giudice civile ad Imperia – è innocente anche per la seconda sezione della Corte d’Appello di Milano.

Trova così conferma (anche per gli altri due co-imputati del processo, l’imprenditore alimentare Gerardo Cuomo e l’albergatore Sergio Barathier) il giudizio di primo grado, pronunciato dal Gup del Tribunale meneghino Guido Salvini il 9 aprile 2019, scagionando il magistrato dalle accuse di induzione indebita a dare e promettere utilità, favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio. Imputazioni, tra le più gravi per una toga, che si erano abbattute come uno “Tsunami” sul palazzo di Giustizia di Aosta, legate com’erano ad uno scenario di fatti e persone tale da lambire (nell’episodio in cui affiorava il pluripregiudicato Giuseppe Nirta) anche l’inchiesta “Geenna”, sull’infiltrazione di ‘ndrangheta in Valle d’Aosta.

Imputazioni che il Gup Salvini, noto alle cronache per essersi occupato in carriera degli “anni di piombo”, dei casi Abu Omar (nome al centro della vicenda Telecom-Sismi) e calcio scommesse, ha valutato – mettendolo nero su bianco nelle motivazioni della sua sentenza – figlie di un fascicolo d’indagine “molto ampio”, ma per buona parte, “sul piano quantitativo” di “scarso o nullo rilievo” per valutare le “accuse che sono state contestate ai tre imputati”. Un giudizio netto, accompagnato dall’altrettanto lucida constatazione che nessuna delle “numerose intercettazioni e accertamenti patrimoniali su Longarini” e altri, svolti dalla Guardia di finanza coordinata dalla Procura di Milano (traduendosi in una spesa a carico della comunità), risultava “utile in relazione alla prova delle accuse mosse”.

Le motivazioni della decisione assunta dai giudici di Appello si vedranno (arriveranno entro 90 giorni, come annunciato in aula, alla lettura del dispositivo), ma la vicenda Longarini resterà indubbiamente come uno “spartiacque” della storia giudiziaria recente (non solo valdostana). Personalmente, resto convinto di ciò che avevo già scritto in queste colonne, vale a dire che alcune pagine degli atti dell’indagine (vedi un viaggio all’estero pagato al magistrato dall’imprenditore e dall’immobiliarista che lo hanno accompagnato) palesassero, già che parliamo di un inquirente, la necessità di un vaglio quantomeno disciplinare, ponendo una questione di opportunità delle condotte di Longarini.

Quella verifica, in uno di quei paradossi che spesso contraddistinguono l’Italia quando un sistema si “autoattiva” nei confronti di un suo stesso componente, è arrivata fino alla sede penale, affermando (oggi per la seconda volta) che l’ex pm non si è reso responsabile di gesti che rappresentano un crimine. Certo, la risposta giudiziaria non risolve l’interrogativo a monte dell’intera vicenda: Longarini è stato incauto, disattento, negligente, o in malafede rispetto a frequentazioni e attitudini nell’esercizio del suo mandato, dopo trent’anni di carriera ad Aosta?

A quello può rispondere solo lui, e chi è rimasto al suo fianco in un cammino durato fino ad ora oltre tre anni (che Longarini ha affrontato guardando negli occhi ogni singolo fotogramma del “film”, facendosi interrogare e chiedendo di condizionare al suo esame in aula la scelta di rito abbreviato, oltre a presenziare ad ogni udienza) sa quanto questo aspetto sia tutt’altro che secondario in quanto gli è capitato. Però, non è questo il punto di oggi. Lo è il fatto che la seconda assoluzione certifica nel merito (l’eventuale ricorso in Cassazione può avere solo aspetti formali, com’è noto) che l’ufficio di pubblico ministero sia stato esercitato da Longarini senza la commissione di reati.

A Longarini ciò restituisce la dignità professionale (sospesa dall’esplodere dell’inchiesta e che tanti, specie sui social, hanno annullato prima di qualsiasi giudizio, in un esercizio di tifoseria molto italico, quanto deprecabile), nonostante il prezzo pagato, con il trasferimento in un’altra sede e un cambio di mansioni tutt’altro che indifferente. I valdostani, quanto a loro, non debbono restare indifferenti al verdetto odierno, perché attesta la legittimità dell’azione penale qui condotta dall’allora pm (che, peraltro, fu tra i primi a ficcanasare nei palazzi della politica, con le sue indagini). Con buona pace di chi stasera scrive su Facebook “Canis canem non est”, questo è il tipo di affermazione che va chiesto alla Giustizia. Non una condanna ad ogni costo. Quello è giustizialismo: un’altra cosa.

3 pensieri su “Pasquale Longarini, se l’assoluzione in Appello non può lasciare indifferenti

    • Flavio, per quanto riguarda il lavoro questo tecnicamente non può accadere (peraltro non mi sembra il dott. Longarini sia esageratamente distante dal traguardo della pensione), ma capisco la logica del tuo commento. Quando la Giustizia impatta sul giustizialismo, per i tifosi del secondo è una brutta giornata.

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  1. Pingback: Per i magistrati d’Appello, l’ex pm Longarini è finito a processo per le affermazioni false di un ufficiale | GiustiziAndO

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