Covid-19, opacità e inazione sulla seconda ondata: perché le Istituzioni non possono continuare “in difesa”

“Si prevede che sino al 5 maggio ci sia una discesa della curva, ma dopo il passaggio alla ‘fase 2’ è previsto un nuovo aumento dei casi, per poi avere una situazione stabile sino ad ottobre”. A dirlo, lasciando intendere l’avvento autunnale dell’attuale ondata di Covid-19, sarebbe stato, nella riunione del 21 aprile scorso dell’Unità di crisi regionale per la gestione dell’emergenza sanitaria, il capo della Protezione civile valdostana Pio Porretta.

Quella precisazione (ed in particolare, l’anticipo con cui è stata effettuata) pone in particolare due problemi. Il primo è che tale indicazione non ha fatto tendenza tra gli “addetti ai lavori” del sistema e la Valle d’Aosta è stata colpita dal ripartire del contagio come Foreman dal diretto di Alì nella notte di Kinshasa, con un numero di positivi che, nel giro di meno di un mese, ha raggiunto quota 1.200 (quasi quelli di fine aprile) e le morti riprese con cadenza quasi quotidiana.

Che la recrudescenza del nuovo Coronavirus abbia sorpreso il sistema sanitario della regione a guardia bassa, al di là delle cifre della malattia, lo dicono peraltro alcuni elementi sotto gli occhi di tutti. Al “Parini”, per accogliere e visitare chi è sospetto di avere contratto Sars-Cov2, c’è in questi giorni una tenda. Come a marzo. Tentativo basico di separare i pazienti Covid-19 da quelli ordinari, ma se ne arrivasse uno in gravi condizioni, magari incosciente?

Il protocollo ospedaliero è chiaro: verrebbe portato all’interno del Pronto soccorso, fatto che riporta d’attualità la difficoltà di creare dei percorsi di separazione “sporco”/“pulito” vista nella precedente fase pandemica acuta, testimoniata dai contagi avvenuti all’interno dell’ospedale stesso. Per non dire poi, spostandosi sul territorio, delle 2.400 persone circa che, ad oggi, sono in attesa di un tampone, mostrando quanto la catena “test, trace, isolate” si sia “piantata” allo stadio iniziale nella nostra regione (come ammesso, stamane, dalle autorità stesse). O ancora delle strutture per anziani, in cui le positività ormai quasi non fanno più notizia.

Il non essere arrivati a questo momento su basi diverse, costruite sulla capitalizzazione della precedente esperienza, è un aspetto. Serio, anche perché direttamente proporzionale al “rovescio della medaglia”, che rischia di generare conseguenze gravi quanto il dilagare del Covid-19: la riduzione graduale, sino al blocco, delle prestazioni sanitarie ordinarie (in passaggi scanditi dalla surrealtà di un Piano sul Coronavirus in cui il mutare del colore di allertamento corrisponde al venire meno di servizi per chi non ne è affetto).

Se ad un portatore di pacemaker non viene controllato periodicamente il dispositivo, se gli esami di controllo su patologie cardio-vascolari (per limitarsi ad un esempio) non possono essere effettuati, bisogna pensare che eventuali decessi di quelle persone verranno attribuiti alla loro solitudine, o alla mancanza di una pianificazione rigorosa, in assenza della quale ha prevalso la necessità di ricavare, in fretta e furia, Covid-unit nell’unico nosocomio della regione?

L’altro problema da affrontare, rispetto al dossier Sars-Cov2, è che la precisazione/previsione del 21 aprile scorso di Porretta va riportata usando il condizionale. Perché? È contenuta in una relazione su quella riunione dell’Unità di crisi redatta da un dipendente Usl che vi ha partecipato con “funzioni di segreteria”, e “letta approvata e sottoscritta” dal dirigente competente per l’Unità di crisi, ma se la si chiede ufficialmente alla Regione, con istanza di accesso civico generalizzato, non la si ottiene.

L’ho raccontato su Aostasera.it ieri, spiegando come piazza Deffeyes consideri le “sintesi” sulle riunioni dell’organo che ritorna a piè sospinto nei provvedimenti regionali sul contenimento del Covid-19 dei documenti che “non esprimono attività di gestione dell’amministrazione”. Insomma, ci sono, ma non si vedono. Un approccio alla trasparenza quantomeno originale, considerando che sulla base delle valutazioni compiute attorno a quel tavolo sono state istituite, dall’inizio dell’emergenza, due “zone rosse”, con sacrifici per famiglie ed imprese ingenti.

Un copione non troppo diverso da quello già visto settimane fa, nel tentativo di ottenere i dati sulla diffusione regionale del Covid-19 in forma non aggregata. Richiesta negata dalla Regione in prima battuta, adducendo il rischio di “identificabilità” dei singoli pazienti, e “no” ribadito a seguito della richiesta di riesame del diniego. Esito del quale non si può che prendere serenamente atto, ma che lascia aperto un interrogativo: la “privacy” è una conquista garantita ai cittadini, o uno strumento brandito dagli enti pubblici?

Oltre a trovare più teorico che concreto il pericolo di risalire a casi individuali (i tamponi effettuati sono ormai oltre 23.800 e i positivi hanno sfondato quota 2.300, totalmente disseminati sul territorio regionale), l’aspetto interessante è che, a seguito dell’istanza di rivalutazione di chi scrive, il Garante della privacy ha affrontato la questione in udienza, di fatto certificando l’avvenuta limitazione di uno strumento di controllo e partecipazione democratica come il “Freedom Of Information Act” italiano quando il tema diventa il Covid-19.

Il punto è che se chi è preposto a gestire il dossier Covid-19 continuerà a lasciare domande senza risposte, a contribuire quotidianamente alla percezione delle Istituzioni e dei loro uffici come caldi paraventi riparanti e ad affrontare il ritorno del virus con le stesse soluzioni della prima fase (che era però senza riferimenti pregressi nella storia della medicina, quando ora l’assetto sanitario e la strategia di risposta dovrebbero essere strutturati), il rischio è che il rapporto di fiducia tra amministratori e amministrati si incrini definitivamente.

Nel “viaggio” del virus in Valle vi sono poi già pagine delicate, come le valutazioni della magistratura inquirente valdostana sulle informazioni divulgate dalle autorità locali nelle prime settimane dell’emergenza, o il fascicolo d’indagine sulle morti al “Père Laurent” di Aosta che ha evidenziato una gestione “sottotono”, oppure la chiusura dell’inchiesta sull’operazione condotta al “Parini” da un chirurgo positivo al Coronavirus. Questioni che ben si prestano a fare (considerando che alcune di esse sono in attesa di definizione, perché è giusto che venga anche il tempo dell’accertamento di responsabilità, se ce ne sono state) da acceleranti di tensioni, sfiducia popolare ed effetti collaterali come i negazionismi o i riduzionismi.

Giunta, tecnici, vertici sanitari e tutti i coinvolti nella gestione di un problema senza precedenti dal dopoguerra abbassino la guardia rispetto la comunità, abbandonando la difesa aprioristica e ad oltranza, per finalmente mostrarsi e dare risposte, per dialogare, per spiegare a chi è a casa e aspetta un tampone cosa fare, per dire a chi è stato a cena con qualcuno risultato positivo quali comportamenti deve assumere, per motivare come mai “Immuni” notifichi contatti sospetti risalenti a più di quindici giorni prima (sui quali è ormai impossibile fare alcunché), per ragionare con chi è stato posto in “zona rossa” come mai è avvenuto da mattino a sera con la richiesta di sacrifici all’apparenza incomprensibili, per sciogliere gli interrogativi cui non sanno rispondere i genitori degli studenti forzati alla Dad. Lo facciano. Da domani. E stiano sicuri che non faranno la fine di Foreman quarantasei anni fa.

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