Processo Geenna – The end: “Le sentenze si rispettano”

Come già per il Gup di Torino Alessandra Danieli, anche per il Tribunale di Aosta presieduto da Eugenio Gramola quella promossa, organizzata e gestita dai protagonisti dell’indagine “Geenna” era una “locale” di ‘ndrangheta. L’aspetto che la sentenza aostana aggiunge a quella piemontese è che due amministratori pubblici all’epoca dei fatti sono stati giudicati concorrenti esterni nel sodalizio criminale, confermando integralmente la ricostruzione di contesto della Dda di Torino. Questa vedeva nel “rapporto significativo” con la politica un elemento peculiare dell’associazione di stampo mafioso emersa dalle investigazioni dei Carabinieri del Reparto operativo.

Ai cinque imputati sono stati inflitti 55 dei 58 anni sollecitati dall’accusa, ma – a meno di considerare la giustizia una sorta di Superenalotto, ipotesi che non trova albergo in queste colonne – questo aspetto è il meno interessante. Più stimolante, come GiustiziAndO ha cercato di fare dall’inizio dell’inchiesta (e oggi, per chi scrive, ha comunque rappresentato un traguardo professionale, dopo un anno e otto mesi di lavoro su questa vicenda), andare alla ricerca di una lettura della giornata tale da esulare dalla sfera strettamente penale per essere estesa alla collettività, considerato oltretutto che proprio essa è il primo bersaglio del fenomeno dell’infiltrazione della criminalità organizzata.

E qualcuno potrà forse vederci un paradosso, ma la frase a cui aggrapparsi come ad un timone, per attraversare il mare mosso delle prossime giornate e settimane in Valle d’Aosta è arrivata oggi dalla parte che non diresti, o non ti aspetteresti, perché nell’immaginario corrente non è la più vicina al garantismo: l’accusa. L’ha pronunciata il procuratore capo di Torino, Anna Maria Loreto allontanandosi da palazzo di Giustizia, dove aveva accompagnato per la lettura della sentenza, attorno alle 17 di oggi, i suoi sostituti Stefano Castellani e Valerio Longi (i titolari del fascicolo “Geenna”, nella foto all’arrivo in via Olietti): “Le sentenze si rispettano. Abbiamo fatto il nostro dovere”.

Per le difese degli imputati vuol dire anzitutto riconoscere il segno del verdetto odierno, dopodiché prepararsi a continuare la loro azione nei gradi di giudizio successivi. Certo, la lettura delle motivazioni (il deposito avverrà entro novanta giorni) sarà fondamentale, ma alcune incertezze hanno segnato lo sviluppo del processo. Su tutte, una coesione parsa relativa tra i vari team difensivi, elemento ancor più problematico (e dalle conseguenze pesanti, come mostrato dalla sentenza) nel momento in cui alcune posizioni si riverberavano su altre (si pensi, al riguardo, ai presunti partecipi accusati di essere “referenti” dei supposti concorrenti esterni). Senza arrivare a dire di alcune citazioni testimoniali, apparse poco utili a smentire le tesi inquirenti, se non addirittura controproducenti.

Per la stessa accusa, o per essere più chiari per la Dda di Torino, significa – vista l’ampiezza delle indagini condotte per oltre quattro anni, aprendo un vero e proprio “capitolo Valle d’Aosta”, con pagine come lo scioglimento di un Comune per condizionamento mafioso dell’attività amministrativa – considerare il pronunciamento di oggi (benché di primo grado) non come un punto di traguardo, ma come uno di partenza, per continuare a fare “il nostro dovere”. Sul tappeto restano il supplemento di indagine disposto dal Gip del Tribunale di Torino lo scorso gennaio per due amministratori nel periodo delle indagini e l’inchiesta “Egomnia” sulle regionali 2018. Se “Geenna” ha visto oggi l’affermazione dell’esistenza di una “locale”, non è solo obbligo di azione penale, ma anche interesse dei valdostani, che si arrivi a dire se ha condizionato le ultime elezioni per il rinnovo del Consiglio Valle.

Per il resto del mondo, la frase del procuratore capo Loreto presuppone poi dei compiti a casa, vista la molteplicità di valenze che racchiude. In primo luogo, occorre avere chiaro che si tratta di un giudizio di primo grado, cosa che non fa dei condannati dei pregiudicati per mafia e che, soprattutto, non cancella la presunzione di non colpevolezza. Quindi, è bene ricordare che l’uso politico, o da “tifosi”, della giustizia è quanto di più deleterio esista. Va bene che siamo ad una manciata di giorni dalle elezioni, e che nel rush finale “vale tutto”, ma questo verdetto si porta dietro ore di lavoro degli inquirenti, mesi di privata libertà degli imputati e sedici udienze del Tribunale per il processo: troppo per essere banalizzato facendone uno slogan, un commento su un social, o sventolarlo sul palco di un comizio.

Questo non significa però che la politica sia esentata dal rendersi conto che, nell’attesa di un giudizio definitivo (e la presenza di persone in stato di detenzione carceraria accelererà i tempi del giudizio), recuperare il senso smarrito dell’opportunità è possibile da domattina. Le pagine di “Geenna” (ed “Egomnia”) hanno evidenziato condotte che ben poco hanno a che vedere con il profilo atteso da un rappresentante istituzionale. Si parta da lì, dall’evitare commistioni tra amministrazione e settori economico-professionali tali da diventare camere di compensazione di interessi illeggibili, quanto lontani dalla collettività (resta intonso il consiglio dato dal Questore di Aosta nella sua audizione alla prima commissione consiliare, mesi fa).

Si continui rendendosi conto che sull’opportunità di scelte e comportamenti la politica, e chi la fa, possono (anzi, debbono) intervenire direttamente, anche esplicitando le prese di distanza e non riferendosi ad esse con parafrasi inverosimili, o peggio dandole per sottintese. Aspettare che delle “pulizie di casa” di partiti e movimenti s’incarichino sempre e solo i pm, oltre che troppo comodo (anche perché non sempre siamo in presenza di reati), è abiurare al ruolo della politica stessa. La storia di questo Paese è purtroppo fatta di un potere che esonda, con l’altro che a quel punto lo riporta nel suo alveo (vedi Milano 1992), ma non è così che l’avevano pensata i Costituenti.

Infine, i valdostani sono chiamati ad interrogarsi di più e a fondo – indipendentemente dalla sentenza di oggi e da come evolverà nei prossimi gradi – sul senso dell’infiltrazione, fenomeno che mira alla sostituzione dei valori democratici con quelli funzionali all’interesse privato dell’entità che permea il contesto. Se un consiglio elettorale pressante arriva da qualcuno che non ha una storia personale attinente con il pianeta politico, se un “suggerimento” professionale (magari non richiesto) proviene dal collega di un ufficio che non ha aderenza con la pratica che state gestendo, se una proposta di lavoro che vi viene rivolta non si basa su competenze e ambito che vi appartiene, fermatevi un attimo e chiedetevi perché ciò stia accadendo. Nella risposta a quella domanda può esserci il primo passo verso una Valle d’Aosta diversa e migliore. Indipendentemente dal fatto che un giudice di Cassazione, un domani, confermi o meno la presenza della ‘ndrangheta in Valle scoperchiata da “Geenna”.

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