Processo Geenna – Day 13: da “claque” a “clack, clack”

“Claque” e “clack, clack”. Eccole le due estremità lessicali dell’udienza celebrata oggi al Tribunale di Aosta del processo Geenna, sulla presenza della ‘ndrangheta in Valle. Quella in cui tutto ciò di cui si è parlato sinora ha smesso di essere tesi od ipotesi per assumere la forma, finita e universalmente percepibile, dei numeri attraverso i quali l’accusa ha espresso le richieste di pena. Cifre significative, che assommano 58 anni di carcere in totale (e sono dettagliate nel pezzo per Aostasera.it), che si è incaricata di avanzare, al collegio presieduto da Eugenio Gramola, il procuratore capo di Torino, Anna Maria Loreto (nella foto).

Prima della promozione alla poltrona più importante dell’ufficio inquirente piemontese coordinava la Direzione Distrettuale Antimafia, dove il fascicolo è nato. Era stata lei a spiegare ai media – a qualche ora dal blitz del 23 gennaio 2019, con gli arresti che avevano scosso i palazzi della politica valdostana – le prime risultanze dell’inchiesta dei Carabinieri e oggi, come aveva fatto dinanzi al Gup della sua città lo scorso febbraio, non ha abbandonato l’inchiesta. E’ venuta a mettere il punto al lavoro dell’accusa, facendo a voce alta davanti ai giudici (ed agli stessi imputati) la conversione da fatti a tempo, unità di misura che la Giustizia destina alla colpevolezza.

E se i numeri (e chi li ha pronunciati) costituiscono uno dei motivi – forse quello più mediatico, probabilmente quello in cui la memoria labile degli esseri umani trova una naturale ancora – per i quali la giornata da quasi otto ore in aula resterà negli annali della cronaca giudiziaria valdostana, gli altri sono tutti tra i due capolinea verbali del titolo. Da una parte la “claque” in cui una cinquantina di amici e parenti del consigliere regionale sospeso Marco Sorbara si sono lanciati all’arrivo in via Ollietti dell’imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, con applausi protratti e urla di “siamo con te” (nell’articolo di apertura della giornata c’è anche un video).

Scene – pur facendo la “tara” della vicinanza umana ad un imputato che ha superato i 600 giorni di detenzione (prima in carcere, poi domiciliare) e della presunzione d’innocenza – viste solo in altri procedimenti con il crimine organizzato sullo sfondo, come “Hybris” (su intimidazioni a danno di persone ritenute vicine alla famiglia Facchineri). Oltretutto, in mezzo al gruppuscolo c’era anche un consigliere comunale aostano uscente, Vincenzo Caminiti, che è pure candidato alle elezioni regionali. La sua lista, “Vallée d’Aoste Unie”, l’ha presa bene e oltre a condannare la “manifestazione di solidarietà” davanti al Tribunale, ha messo nero su bianco che “sarà lo stesso candidato a spiegare le ragioni di carattere personale che lo hanno spinto ad essere presente. Scelta che non condividiamo”.

Sull’altra sponda il “clack, clack”, che è, per il pm Stefano Castellani, il rumore del carrello di un’arma. E’ ciò che “riteniamo di aver fondatamente riconosciuto” – ha detto in aula, facendo ascoltare più volte il relativo file audio – nella “celebre” intercettazione ambientale sul “taglio della coda” (locuzione gergale per significare l’affiliazione alla ‘ndrangheta). Quella che, per i diretti interessati, cioè il condannato (a Torino, in abbreviato) Marco Fabrizio Di Donato e gli imputati Nicola Prettico ed Alessandro Giachino era un’occasione di scherzo, come testimonierebbe la risata che, nella registrazione, segue una battuta.

Il problema, per il Sostituto procuratore, è che quella risata, davvero fragorosa, arriva (troppo) distante da ciò che dovrebbe scatenarla. Quindi, è data da “qualcos’altro” e, riproduzione dopo riproduzione, quel qualcosa alle orecchie della Procura è diventato il rumore metallico, meccanico, di “una molla” che s’innesca. Una pistola che Di Donato avrebbe “scarrellato”, essendo poi lui stesso a ridere della reazione di Giachino che “diventava viola” per lo spavento. A far da contraltare al duo, Prettico (fresco di viaggio in Calabria) rapido nel sottolineare “lo vedi che non si sa comportare”, chiudendo la porta all’ipotesi di affiliare all’“onorata società” il suo collega al Casinò.

Una scena da “Scarface” (al centro del videocollegamento di Aostasera.it delle 13.30), tutta ipotetica quanto plausibile nella rappresentazione dell’accusa, che – c’è da scommetterci – domani diventerà carne da macello per i dieci difensori che inizieranno le arringhe per chiedere l’assoluzione dei cinque imputati. Così come lo saranno le altre osservazioni accusatorie ricavate dalle centinaia di intercettazioni svolte anche in “Egomnia”, l’indagine (scaturita da “Geenna”) sul condizionamento ‘ndranghetista delle regionali 2018, non ancora chiusa, ma entrata in questo processo sin dall’udienza preliminare (in cui venne depositata l’annotazione conclusiva del Nucleo Investigativo dell’Arma).

A partire dalla strategia “multicandidato e multimovimento” seguita dai presunti componenti della “locale”, nell’ottica di incrementare le chances di poter contare non tanto su futuri consiglieri, ritenuti in fondo poco utili per i disegni infiltrativi, ma su titolari di “posti di governo territoriale”, per “attingere alle utilità di queste persone”. Fino ad arrivare alle previsioni attendibili degli imputati, in forza della solidità dei pacchetti di voti detenuti, sull’esito della tenzone per il rinnovo del Consiglio Valle, caratterizzata dall’incontro – monitorato dai Carabinieri – tra il Presidente della Regione uscente Laurent Viérin e il pregiudicato (condannato nel filone torinese) Roberto Alex Di Donato.

Passando per Sorbara che concentra in tre conversazioni registrate – ha sottolineato Longi – il suo ruolo di “referente”, per quanto lui non lo percepisca più che un “servizio alla gente”, o Monica Carcea che si dipinge sotto interrogatorio come ingenua e sprovveduta, ma è in realtà ben consapevole di rivolgersi, per questioni attinenti alla vita di un Comune (oggi sciolto, dopo l’accesso antimafia scattato a seguito dell’inchiesta), ad un ristoratore-pizzaiolo e ad un imbianchino dai numerosi precedenti, estranei a qualsiasi organizzazione partitica o istituzionale. Comportamenti ritenuti dalla Dda non marginali, ma “di estrema importanza”, tanto che, è stata l’osservazione del procuratore Loreto, “non chiederemo le attenuanti generiche, consapevoli che gli imputati al termine dell’abbreviato se le sono viste riconoscere”.

Oltretutto, la condotta processuale delle cinque persone alla sbarra “non ci permette di ravvisare alcuna presa di distanza dal contesto criminale. Non c’è stata una presa di coscienza né di distanza”. “Questi imputati – ha continuato Loreto – hanno intaccato il funzionamento della pubblica amministrazione (e le parti civili hanno chiesto risarcimenti per oltre due milioni di euro, ndr.), hanno intaccato l’immagine di questo territorio, sia all’interno che all’esterno. Lo hanno usato come fosse loro”. Punto. A capo.

Domani, giovedì 10 settembre, la frase continuerà con le difese, ma il colpo di oggi, che gli inquirenti aspettavano da tempo di assestare in un Tribunale, perché – sono parole del pm Castellani – “l’infiltrazione di ‘ndrangheta in Valle risale agli anni ’80, forse ’70”, è arrivato. Dentro l’aula al terzo piano di palazzo di Giustizia, sospinto dal “clack, clack”, sicuramente. Fuori, dove l’eco della “claque” non era ancora spenta, chissà.

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