La Valle d’Aosta, il Covid-19 e la trasparenza: pagine di una relazione complicata

Sulla vicenda non c’è molto da aggiungere, rispetto a quanto già raccontato stamane su Aostasera.it. Alla richiesta di accesso civico generalizzato avanzata da chi scrive – quindi un procedimento amministrativo codificato e disciplinato da norme – per ottenere i dati disaggregati sulla diffusione del contagio da Covid-19 in Valle d’Aosta, prima l’Unità Sanitaria Locale (che ha specificato di non esserne titolare), poi la Protezione civile regionale (che ha opposto ragioni di tutela di informazioni sensibili personali presumibilmente ricavabili in modo deduttivo), hanno risposto “picche”.

Senza entrare nel merito delle motivazioni addotte (per non ripetersi, visto che alcune considerazioni sono nell’articolo), ciò che rileva è il risultato finale. Il cronista non è in grado, ad oggi, di disporre di informazioni non di sintesi, per cercare di capire se le istituzioni investite alla lotta del nuovo Coronavirus abbiano agito – nelle settimane in cui hanno perso la vita 146 valdostani (oltre tre volte quelli periti nel tunnel del Monte Bianco nel 1999 e sette volte quelli che acqua e fango hanno strappato alla vita nella grande alluvione del 2000) – con efficacia, o meno.

Quello della trasparenza delle Istituzioni è un tema delicato, perché attiene non soltanto ai doveri di chi lavora nel comparto pubblico, ed ai diritti dei cittadini (aspetti che già lo farebbero schizzare in alto nella classifica dei valori da difendere strenuamente), ma ancor più all’esistenza di una forma di controllo democratico sul funzionamento di organi finanziati dalle risorse versate dalla comunità con le tasse. Un controllo che vede nel giornalismo una risorsa basilare, definita da quell’articolo 21 della Costituzione in cui si legge:  “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Un giornalista non chiede dati per un vezzo, o per soddisfare una curiosità di natura personale, ma per assolvere a quel compito, che in Valle risulta talvolta ancor meno facile che altrove. Come ogni professionista, è sottoposto alla legge, cui si affiancano spesso (ed è il caso in questione) norme deontologiche di categoria. Per dire che un giornalista, in presenza di dati sensibili, è tenuto a sapere come trattarli, pena le conseguenze del caso. Peraltro, questa è proprio una delle condizioni che il richiedente sottoscrive nell’istanza di accesso generalizzato, opportunità introdotta in Italia nel 2016, nell’ottica di un aumento della trasparenza dei dati detenuti dalla pubblica amministrazione.

Però in Valle si direbbe, anzitutto, che il “Freedom Of Information Act” italiano non sia troppo noto come modalità di rapportarsi con gli enti pubblici (e anche nel resto d’Italia, comunque, rimane del cammino da percorrere). Per limitarsi alla Regione, nel registro degli accessi che l’ente deve tenere per legge non compaiono più di 26 istanze, depositate dal 2016 al 2019. Dopodiché, guardando al loro esito, sorge spontanea un’altra considerazione. 19 si sono concluse con l’invio dei dati richiesti, 1 con la conferma di informazioni già inviate, 2 con l’inoltro dell’istanza ad altre strutture (per incompetenza del primo destinatario) e 3 con un generico “riscontro”.

Assimilando le istanze accolte a quelle di conferma dei dati già inoltrati, si ottiene che l’80% delle richieste depositate in piazza Deffeyes si è chiuso favorevolmente per il richiedente. Una percentuale di cui va dato merito all’amministrazione regionale, che presenta però, in questa circostanza, un rovescio della medaglia. Quella sul Covid-19 è una parentesi senza precedenti in Italia dal dopoguerra, il Consiglio Valle è nel periodo pre-elettorale e non si riunirà più per la legislatura in corso (azzerando in queste settimane il sindacato ispettivo dei suoi componenti) e sulla vicenda un’inchiesta è pendente alla Procura della Repubblica. Si aggiunga che, in un ramo di essa, il Presidente della Regione Renzo Testolin (incaricato anche di funzioni prefettizie) e il Coordinatore sanitario dell’emergenza Luca Montagnani – figure chiave della gestione della pandemia – sono stati oggetto di richiesta d’archiviazione, seppur con valutazioni degli inquirenti più pesanti di un giudizio.

Un insieme di variabili dal quale si può solo concludere che mostrare, da parte dell’amministrazione, un’attitudine “difensiva” su un tema tanto impattante sulle vite di 120mila persone, spingendolo (con un diniego, che potrebbe mutare per effetto della richiesta di riesame, ma al momento è tale) nel 20% degli accessi non soddisfatti, oltre a rilanciare la storia di una relazione complicata tra la trasparenza e il comparto pubblico della Valle (che vanta già pagine pregresse poco convincenti, se non inquietanti), apre la porta a dietrologie di cui tutto c’è fuorché bisogno in questo periodo.

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