Processo Geenna – Day 12: “Tornasti cu culu ruttu e senza cerasi”

Ha vissuto soprattutto di semantica l’ultima udienza del processo “Geenna” prima della pausa estiva. I tre imputati di cui era in programma l’esame quest’oggi – i due presunti partecipi della “locale” che Dda di Torino e Carabinieri sostengono di aver individuato ad Aosta con le loro indagini, Nicola Prettico e Alessandro Giachino, e il presunto “concorrente esterno” Marco Sorbara, ex assessore alle politiche sociali del comune di Aosta – hanno lavorato tutti, seppur con differenze stilistiche, sul fornire la loro interpretazione autentica di parole e frasi finite nelle intercettazioni e nei verbali dell’inchiesta, ovviamente diversa da quella dell’accusa, che vi vede la dimostrazione della loro colpevolezza.

Se Prettico, dipendente del Casinò e consigliere comunale aostano, ha avuto nelle tre ore in cui ha risposto alle domande postegli momenti ben leggibili della sua linea difensiva, come quando ha dichiarato che la ‘ndrangheta “è un fenomeno grave e criminale da combattere, che lede le radici della nostra società a livello culturale ed economico”, smentendo categoricamente di farne parte, in altri è sembrato meno determinato sulla rotta del suo esame, come quando ha citato il detto calabrese “Tornasti cu culu ruttu e senza cerasi”, traducendolo però in italiano a beneficio della platea (sostanzialmente come “tornare con il sedere rotto e senza le ciliege”).

Il modo di dire, giunto al culmine della sua “lettura pubblica” del carattere di Marco Fabrizio Di Donato (condannato a Torino, in abbreviato, come presunto boss della “locale” cittadina), indica “compiere uno sforzo inutilmente”. La metafora è quella della caduta dall’albero, durante la raccolta dei frutti: a quel punto, allo sventurato restano le fratture e il cestino vuoto. Saggezza popolare, forse, ma al giudice Eugenio Gramola la “pillola” non deve essere parsa troppo consona ad un’aula di Tribunale e lo ha manifestato con un ironico ringraziamento all’imputato per la citazione forbita.

La stessa aria di perplessità palpabile quando Prettico ha giustificato un viaggio in Calabria con la volontà di recarsi a San Luca (nel reggino) per porgere le condoglianze, per la scomparsa del fratello, a Bruno Nirta. Parliamo però del destinatario della condanna più alta nel filone processuale torinese (12 anni e 8 mesi di carcere), per la partecipazione alla stessa consorteria criminale contestata al croupier. O ancora, quando ha giudicato “millanterie” alcune espressioni, ricondotte dagli inquirenti a gergalità classiche di ‘ndrangheta, come “ambasciata”, usate in dialoghi registrati dall’Arma da Di Donato, altro neo-condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso.

Il suo collega al Casinò Giachino, sentito per poco più di un’ora, ha ammesso l’amicizia con alcune figure di spicco della politica regionale, come i presidenti della Regione dell’altroieri (Laurent Viérin) e di oggi (Renzo Testolin) e l’ex assessore all’ambiente Luca Bianchi, ma ha tenuto ad aggiungere che “a livello di politica non mi sono mai interessato, perché non mi sono mai candidato in nessun tipo di lista” e “campagna elettorale non credo di averne mai fatta”. Come gli altri imputati del processo, ha scelto di non rispondere su “Egomnia”, l’inchiesta riguardante le regionali del 2018, ma c’è da scommettere che il pm Longi gli avrebbe chiesto volentieri dell’incontro documentato dai Carabinieri a casa sua, tra Viérin e Roberto Alex Di Donato, anch’egli condannato a Torino e restituito dalle investigazioni come capo degli “affari elettorali” della “locale”.

Per il resto, divenuto amico di Marco Di Donato, questi “mi disse che in Valle d’Aosta non c’è la ‘ndrangheta” e “aggiunse anche che se qui trovavano un valdostano che aveva commesso degli illeciti non veniva trovato come un calabrese”. Nell’insieme, per Giachino, Di Donato “era una brava persona, ma ogni tanto faceva delle banfate”. Oltretutto, “era un gran lavoratore e non ho mai avuto sentore che potesse commettere illeciti o far parte di qualche associazione”. Certo, quando l’ha sentito vantarsi (contestazione del pm rispetto ad un’intercettazione) “dei lestofanti conosciuti in carcere e dei suoi parenti, anche latitanti”, l’ha trovato “brutto”, ma “lui faceva un po’ il banfone”. In fondo, “non mi ha mai chiesto di commettere reati e io non ne ho mai commessi”.

Sorbara, infine (nella foto), imputato più mediatico dell’intero processo (soprattutto per la sua posizione di consigliere regionale, anche se è a giudizio per i trascorsi al comune di Aosta), non si è trovato a dover spiegare rapporti diretti con Di Donato, ma con il ristoratore Antonio Raso, co-imputato ad Aosta come supposto componente della “locale”. Per la Dda torinese, tra i due vigeva un “do ut des” (voti in cambio di informazioni e interventi su questioni prospettate al titolare della “Rotonda” dalla comunità calabrese), ma l’ex assessore – giunto oggi a 549 giorni di detenzione (ai domiciliari dopo 214 in cella) – ha smentito di aver mai ricevuto appoggio elettorale da Raso, anche se “ha promesso voti a tutti, compreso il sottoscritto”, ma la sua attività di commerciante era tale per cui “diceva a tutti sì”.

Il suo avvocato Corrado Bellora ha provato a dar gambe al concetto, leggendo una intercettazione in cui Raso consiglia una persona di votare, a due giorni dalle comunali 2015, tre candidati della lista dell’Union Valdôtaine, “dimenticandosi” di Sorbara. Lui, peraltro, spiega il suo “boom” di voti in quella tornata elettorale con il fatto che “il mio appoggio è stato quello degli anziani”, a seguito del “lavoro che ho fatto per loro dal 2010 al 2015”, nella prima legislatura da assessore comunale alle politiche sociali”. Oltretutto “ero odiato, in quel momento, dalla mia parte politica e da una parte di calabresi”.

Perché? La risposta di Sorbara è “perché facevo quello che gli altri politici non facevano”, vale a dire “poter dare una risposta ai problemi delle persone”, giacché molte volte “le persone non sono informate delle opportunità che ci sono”. Per la Dda, questo ha significato “segnalazioni” a cooperative affidatarie di servizi comunali di persone da assumere e “interferenze” in procedimenti amministrativi, come l’assegnazione di alloggi di emergenza abitativa. Il candidato però ha tenuto a dire “non ho mai detto a qualcuno ‘assumimi quella persona’, non è mai successo” e a ricordare che in fatto di casa “l’assessore non decide alcunché”.

Insomma, in otto anni da assessore “ho fatto solo quello che ho deciso io”, senza consigli di terzi, e cercavo di trasmettere il messaggio che “il politico non ti può dare nulla”. Una teoria corretta sul piano della separazione dei poteri d’indirizzo e gestionali, che rende però difficile spiegarsi perché, soprattutto in quegli anni, ci fosse così tanta competizione per un seggio in Municipio, ma non era questa la spiegazione più attesa oggi da Sorbara.

I contenuti prodotti durante il giorno da Aostasera.it hanno visto un articolo per ognuno degli esami dei tre imputati sentiti in aula (Nicola Prettico, Alessandro Giachino e Marco Sorbara), oltre all’abituale videocollegamento delle 13.30. Il processo “Geenna” si appresta così a percorrere l’ultimo miglio prima della sentenza. Nelle prossime udienze (la prima sarà il 9 settembre) l’accusa avanzerà le sue richieste di pena e i difensori spiegheranno perché vanno respinte. Quindi, i giudici si ritireranno in camera di consiglio per la sentenza.

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