Processo Geenna – Day 11: “La ‘ndrangheta è la cosa più schifosa”

L’esame dei cinque imputati del processo “Geenna” al Tribunale di Aosta, anche per il sopraggiungere nel frattempo delle condanne comminate dal Gup di Torino a chi ha scelto il rito abbreviato nello stesso procedimento, si era caricato di importanza. Non che, alla prova dei fatti, sentiti in aula il ristoratore Antonio Raso e l’ex assessore comunale Monica Carcea (cui la Dda contesta, rispettivamente, l’associazione a delinquere di stampo mafioso e il concorso esterno in essa), si possa parlare di aspettativa disattesa. Tuttavia, leggendo la situazione con il realismo che essa richiede, non apparivano verosimili dei gran colpi di scena. Impensabile, in fondo, che un imputato si presenti spontaneamente per armare con munizioni letali la mano di chi lo accusa.

Per cui, “Tonino” della “Rotonda” (nella foto), ha mantenuto il cammino imboccato sin dall’udienza preliminare dello scorso 10 gennaio, quando disse: “Non so nulla della ‘ndrangheta”. Concetto che oggi ha ampliato, trasformandolo stamane – dopo la premessa di non essere affiliato alla criminalità organizzata calabrese – in “col senno di oggi e di quello che ho visto posso dire che è la cosa più schifosa, col senno di due anni fa non lo sapevo”. Da un punto di vista della chiarezza, l’“evoluzione” è suonata più criptica della prima versione (soprattutto nel dubbio lasciato su una consapevolezza antimafia meno nitida prima di finire in carcere), ma la risposta ad una domanda resta quella che dà l’imputato, non la scelgono i cronisti.

L’altra parte del ragionamento, invece, non è cambiata molto dall’inizio dell’anno. Al Gup di Torino, Raso dichiarò: “nella mia pizzeria venivano a mangiare tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine e politici di ogni colore e schieramento”. Un concetto che, nel mentre, era stato rafforzato da sua moglie, Maria Elia, che testimoniando il 2 luglio lo aveva definito “un bravo venditore”, perché ai politici che frequentavano “La Rotonda” in prossimità delle elezioni “diceva a tutti ‘sì’”, dal momento che “doveva lavorare, mantenere i rapporti con tutti”. Oggi, Raso ha spiegato al pm Valerio Longi che, “ringraziando Dio, il lavoro c’era” e “da me a mangiare venivano tutti, tutti, tutti, dal M5S a Forza Italia”.

Ovviamente, tra quei “tutti”, “qualcuno chiedeva una mano” e “io mi prestavo a tutti, ma mi sono sempre prestato a tutti, anche perché io ho un ristorante”. La sua logica era schematica: “loro promettono mari e monti, perché io non devo promettere?”. Tra i destinatari di “questo discorso”, oltre a Marco Sorbara (anch’egli a processo ad Aosta per concorso esterno nella “locale” e definito dal ristoratore “una brava persona”), anche “Zucchi, Ego Perron, l’avvocato Paolo Sammaritani” della Lega, che “è pure interista”. Beninteso, “io non sono di alcun partito”.

Monica Carcea, invece, ha scelto un registro fatto dell’ammettere di essere stata “ingenua e inopportuna”, a causa del “manco di esperienza in politica”, ma niente più di questo. Dagli esponenti della consorteria con cui secondo l’accusa avrebbe dialogato, rivelando loro informazioni riservate sui servizi del comune di Saint-Pierre, cioè Marco Fabrizio Di Donato e Antonio Raso, “non sono stata appoggiata politicamente”, in “alcun modo”. Anzi, quest’ultimo sarebbe stato “il tramite per la politica”, visto che “il primo anno avevo tutte le porte sbarrate” (e tutti i politici “andavano a mangiare in pizzeria”), mentre al primo “ho parlato solo una volta”, perché “ero amica della moglie”.

Una visione che ha convinto fin lì il presidente Eugenio Gramola, almeno nel caso delle presunte “pressioni” per mantenere l’affidamento del servizio di “taxibus” comunale al cugino del ristoratore, Salvatore Addario, affidatario uscente (cui sono andate due proroghe prima dell’indizione di un nuovo appalto). Sentita la versione della donna, il magistrato ha esclamato: “in quel caso non è mica stata tanto ingenua”. L’imputata, però, ha ribattuto che “non avevo alcun potere sull’appalto e il fatto che Addario sapesse prima cose che comunque venivano decise da altri non mi sembrava così grave”.

Anche il pm Valerio Longi, ad un certo punto, non è riuscito a trattenersi dal rammentare a Carcea che il motivo per cui è stata arrestata, ed è oggi a processo, è rappresentato dall’ipotesi di aver concorso in una “locale” di ‘ndrangheta, non da eventuali ingenuità, o inesperienze politico-amministrative. Dinanzi alla contestazione di aver reso, nella fase delle indagini preliminari, dichiarazioni parzialmente discrepanti da quelle odierne, l’imputata ha ribattuto che “questo arresto per me è stato devastante e improvviso. Mi ha creato un trauma che mi porterò dentro per tutta la vita. Mi avete interrogato dieci giorni dopo l’arresto, non mangiavo e non bevevo. Mi mancavano mio marito e i miei figli. Può essere che non sono stata precisa”.

Alla donna hanno riservato alcune domande anche due degli avvocati di parte civile, Giulio Calosso (per il comune di Saint-Pierre) e Riccardo Jans (dell’avvocatura regionale). Il secondo, in particolare, ha voluto capire dall’imputata se l’idea di rivolgersi ad “intermediari che con la politica non c’entravano nulla” fosse stata sua, le fosse stata suggerita, o se fosse stato Raso a proporsi per “farle avere un appuntamento che poteva avere anche da sola” (poi sfumato, con l’ex assessore Ego Perron). “E’ stato casuale. – ha risposto Carcea – Io andavo lì a mangiare, parlavo dei problemi che attanagliavano il comune di Saint-Pierre ed ho preso al balzo il fatto che lui potesse farmi conoscere qualcuno”.

Si vedrà domani, venerdì 24, quale cammino prenderanno i tre imputati ancora da esaminare, vale a dire i due presunti partecipi Nicola Prettico e Alessandro Giachino, entrambi dipendenti della Casa da gioco, e il consigliere regionale sospeso Marco Sorbara (presunto concorrente esterno, in qualità di allora assessore alle politiche sociali del comune di Aosta). Agli occhi, oggi, oltre alle parole degli auditi è balzato pure il comune basso profilo di tutti i difensori, specie negli esami dei rispettivi assistiti. Alcune posizioni, in fondo, sconfinano in altre e il “tutti contro tutti” in aula non sarebbe producente per nessuno, a maggior ragione dopo le condanne torinesi.

Durante la giornata, come di consueto, Aostasera ha cercato di accompagnare i lettori attraverso l’udienza. Alle 13.45 si è rinnovato, su Facebook, Youtube e sul sito web del giornale, l’abituale appuntamento del videocollegamento in diretta da Palazzo di Giustizia (il decimo da quando è iniziato il procedimento). Dopodiché, finite le quattro ore dell’esame di “Tonino” Raso è andato online il pezzo che lo riguarda. Infine, verso sera, spazio al racconto della versione di Monica Carcea. Domani, per chi vorrà esserci, si replica. Poi, arrivederci a settembre.

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