“Geenna”, storia dell’inchiesta iniziata dando la “Caccia grossa” ad un latitante

Il processo “Geenna” al Tribunale di Aosta riprende domani, giovedì 23 luglio. Concluso l’esame dell’abbondante centinaio di testimoni convocati da pm e difesa (tra i quali tre collaboratori di giustizia), si riparte dall’esame in aula dei cinque imputati (i tre presunti “partecipi” della locale di ‘ndrangheta scoperchiata dall’inchiesta, Antonio Raso, Nicola Prettico e Alessandro Giachino, nonché i due ex assessori comunali accusati di concorso esterno, Marco Sorbara e Monica Carcea). Saranno quindi udienze cruciali, considerato pure che – la settimana scorsa – il Gup di Torino Alessandra Danieli ha emesso la sentenza per gli imputati dello stesso procedimento che hanno scelto il rito abbreviato.

Quel verdetto include quattro condanne per associazione a delinquere di stampo mafioso, che riguardano figure ritenute dagli inquirenti di vertice della cellula criminale promossa ed attivata ad Aosta: Bruno Nirta (12 anni e 8 mesi di carcere), Marco Fabrizio Di Donato (9 anni), il fratello Roberto Alex Di Donato (5 anni e 4 mesi) e Francesco Mammoliti (5 anni e 4 mesi). Per la Dda di Torino e i Carabinieri del Reparto operativo, il primo “tirava le fila” della “locale” (e di un traffico di stupefacenti radicato in Piemonte), il secondo ne era a capo, mentre gli altri erano coinvolti nelle attività criminali.

Ogni giudice può effettuare la sua valutazione dei fatti, e al Tribunale di Aosta alla formazione della prova si arriverà attraverso un ventaglio più ampio di fonti (visto che si tratta di dibattimento ordinario, con la possibilità di chiamare in causa dei testimoni, facoltà ampiamente sfruttata dalle parti), quindi il pronunciamento torinese non si può considerare implicitamente un’ipoteca sull’esito di quello in Valle, ma sicuramente non ha messo di buon umore i difensori degli imputati alla sbarra in via Ollietti (per lo meno, dei tre considerati direttamente complici dei quattro “sodali” condannati in Piemonte).

Gli sviluppi restano tutti da vedere (dopo i prossimi due giorni, si andrà in sospensione agostana, per riprendere con la discussione tra le parti in settembre), ma – nell’attesa – può essere interessante chiedersi come sia nata l’inchiesta sfociata nella sentenza di venerdì 17 luglio scorso. La risposta è nell’annotazione del 1° settembre 2017, con cui il Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri Aosta riassumeva alla Dda di Torino le risultanze parziali dell’attività investigativa, intrapresa dal dicembre 2014, “nei confronti di alcuni soggetti ritenuti partecipi ad un sodalizio criminoso di matrice ‘ndranghetista operante in Valle d’Aosta”.

I militari spiegano, nel preambolo alle 1.539 pagine del documento, che “Geenna” prende le mosse dall’indagine “Caccia Grossa”, coordinata dalla Procura generale di Bologna, con cui nel 2014 puntavano alla localizzazione e cattura del latitante Rocco Mammoliti (51 anni, di Locri, poi preso nel 2016 ad Amsterdam) e del fratello Stefano Mammoliti (34, di Siderno), “appartenenti alla cosca di ‘ndrangheta dei Mammoliti di San Luca (Reggio Calabria) detta ‘Fischiante’”. Perché gli uomini del Reparto operativo di via Clavalité? Perché i due ricercati in Valle d’Aosta “hanno diversi parenti”.

Oltretutto, per l’Arma, Rocco Mammoliti rappresentava “l’interlocutore principale”, su Milano, del traffico internazionale di cocaina, con base operativa in Valle d’Aosta, di cui erano accusati tra il 2006 e il 2009, nell’operazione “Gerbera”, i fratelli Domenico (attualmente residente in Colombia) e Giuseppe Nirta (68 anni, oggi in carcere a seguito dell’inchiesta “FeuDora” della Guardia di finanza) e i loro nipoti Franco Di Donato e Roberto Di Donato (quest’ultimo, appunto, condannato nel processo torinese “Geenna”).

Durante “Caccia grossa”, i Carabinieri sottolineano di aver osservato e documentato “una serie di incontri e riunioni tra esponenti della famiglia ‘ndranghetista dei Nirta, alias ‘Scalzone’ o ‘La Maggiore’ (che più fonti accreditano come la ndrina più influente di tutti i tempi, ndr.), e soggetti valdostani di origine calabrese contigui alla” organizzazione criminale più potente al mondo, “alcuni dei quali avevano dato prova di essere vicini alle famiglie dei Facchineri di San Giorgio Morgeto” (Reggio Calabria).

In particolare, “dopo un lungo periodo di assenza”, dal 18 gennaio 2014 ai militari “è stato possibile accertare” la presenza in Valle di Giuseppe Nirta (pluripregiudicato classe 1965, da non confondere con l’omonimo cugino stabilitosi ad Aosta, nato nel 1952, menzionato poc’anzi) e verificare “il legame tra questi e Francesco Mammoliti” (altro condannato del processo torinese). In particolare, nel giro di pochi giorni viene controllato a Saint-Vincent e notato in un ristorante di Montjovet. Inoltre, il portale video della Statale 26, a Pont-Saint-Martin, registra il passaggio del veicolo a lui ricondotto in tre occasioni nel giro di cinque giorni successivi.

Sempre nel 2014, ma a maggio, spunta tra i monti dell’estremo nord-ovest anche Bruno Nirta, fratello di Giuseppe (classe 1965). I Carabinieri lo monitorano ad una riunione in un bar di Aosta, cui partecipano anche Francesco Mammoliti e l’uomo che la sentenza del Gup Danieli riconosce capo della “locale” del capoluogo, Marco Fabrizio Di Donato. Verso sera, l’auto su cui Nirta sale, lasciando il locale, viene “rintracciata nei pressi del ristorante ‘La Rotonda’”, ove all’esterno “è stato notato il titolare, Antonio Raso (a giudizio ad Aosta), dialogare con” Di Donato.

Nel giro di qualche momento, “è giunto Nicola Prettico (altro imputato del filone aostano di “Geenna” e – stando all’annotazione dei Carabinieri – emerso già in “Gerbera” come “persona molto vicina ai Nirta”), il quale, dopo aver salutato Marco Fabrizio Di Donato, si è intrattenuto a parlare in maniera molto confidenziale con Bruno Nirta. Poco dopo, gli intervenuti sono entrati nella pizzeria”.

Gli accertamenti proseguono e da essi emerge che il luogo di momentanea dimora di Giuseppe Nirta (classe 1965), tra marzo e agosto 2014, è nel comune di Chiaverano (Torino). I militari trovano anche ulteriori riscontri al “ruolo di persona di fiducia ricoperto da Francesco Mammoliti nei confronti del Nirta”, preoccupandosi di organizzare pranzi e momenti conviviali tra questi e “soggetti legati, per vincoli di parentela”, alla consorteria ‘Scalzone’ di San Luca, ad esempio cercando del “capicollo” e pianificando una cena a base di capra.

Nell’insieme, annotano gli uomini dell’Arma, “dall’analisi dei precedenti penali, nonché dall’esito delle risultanze investigative derivanti principalmente dalle attività tecniche di intercettazione telefonica, è emerso che Giuseppe Nirta (classe 1965) ha creato o è comunque inserito, in Valle d’Aosta, in un gruppo criminale dedito a traffici vari, nonché al traffico di sostanze stupefacenti, ambito questo nel quale si destreggia agevolmente, così come documentato dalle attività investigative che lo hanno visto protagonista”.

“Contestualmente – scrivono i Carabinieri ai pm Stefano Castellani e Valerio Longi, coordinatori dell’inchiesta – è emerso che il gruppo individuato, formato principalmente da soggetti di origine calabrese, è riuscito nel tempo a creare una notevole influenza sulle scelte politiche della Valle d’Aosta, soprattutto nel comune di Aosta”. Quando i militari del Reparto operativo mettono nero su bianco i fotogrammi dell’infiltrazione della Valle, uno dei protagonisti, Giuseppe Nirta (classe 1965), è morto da alcune settimane: una mano a tutt’oggi ignota lo ha freddato l’11 giugno 2017, a Murcia (in Spagna, dove si era stabilito, ufficialmente come esercente), mentre tornava a casa.

Il resto, per i sedici mesi successivi, è la storia di appostamenti, osservazioni, pedinamenti ed ascolto di conversazioni (ambientali e telefoniche) che portano, nell’ordine: al “blitz” del 23 gennaio 2019, in cui finiscono in cella praticamente tutti i protagonisti dei due processi, accusati di compartecipazione nel sodalizio criminale cittadino (Bruno Nirta viene catturato dai “Cacciatori di Calabria” dei Carabinieri, nella sua terra d’origine); allo scioglimento per infiltrazione mafiosa del comune di Saint-Pierre; alla sentenza del Tribunale di Torino (la prima a dare riscontro giudiziario all’esistenza di una “locale” ad Aosta); alle udienze che continueranno da domani ad Aosta. Una storia di cui è noto l’oggi, ma non il punto di origine, circostanza cui in Valle non sembra mai essere dato il peso che merita.

Un pensiero su ““Geenna”, storia dell’inchiesta iniziata dando la “Caccia grossa” ad un latitante

  1. Pingback: Omicidio Nirta, perché è un male che (ad oggi) resti irrisolto | GiustiziAndO

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...