Dal “locale” al “Crimine”: al processo “Geenna” un ex “Padrino” racconta la ‘ndrangheta

L’operazione “Geenna” dei Carabinieri e della Dda di Torino, sull’infiltrazione della Valle d’Aosta da parte della ‘ndrangheta, ha proiettato la regione in un universo, quello della criminalità organizzata calabrese, retto da regole, codici ed equilibri non scritti e ad oggi non completamente decifrato dagli apparati dello Stato. Un aspetto che ha reso più complesso, per i valdostani, abituati a leggere di fatti criminali “ordinari”, percepire concretamente alcuni riferimenti ed episodi finiti nell’inchiesta. 

Anche il solo concetto di “locale”, cioè la cellula dell’associazione criminale che sarebbe stata promossa, creata e gestita ad Aosta da sette persone finite a processo, ha trovato per molti una definizione a forza di leggerne e sentirne sui media, ma non risulta ancora del tutto chiaro. In soccorso giunge la testimonianza di un collaboratore di giustizia citato dal pm Stefano Castellani nell’udienza di sabato 11 luglio, nell’aula bunker del carcere delle Vallette. 

Il “locale” da “battezzare”

Classe 1988, Stefano Agresta, detto “Micu McDonald” (per la “volumetria fisica”, osservano alcune cronache), pentitosi nel 2016 dopo otto anni di affiliazione alla ‘ndrangheta e pluri-condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso, droga, armi, estorsione e tentata rapina è partito dal fatto che il “locale”, considerabile l’articolazione territoriale di base della ‘ndrangheta, non è “una cosa in sé stesso materiale”, è “un luogo che si battezza come inizio”, cioè “viene iniziato un luogo, conosciuto solo dagli appartenenti a quella onorata società”. 

Il “Crimine” e le cariche

Il “via libera” all’apertura lo “deve dare il Crimine”, capitanato dal “capo di tutti i locali” esistenti. Lui, che “sta giù in Calabria” (“può essere di qualsiasi paese”), ha la facoltà di “autorizzare o chiudere tutti i locali”. L’ordine di abbassare la serranda arriva, “per esempio, quando c’è una guerra in corso”. Il potere del “capo Crimine” è assoluto, perché “tutti i capi dei locali di ‘ndrangheta” rispondono a lui. Esiste, tuttavia, un’eccezione, rappresentata dalla “Provincia”, che “cammina a parte”.

Rappresenta una sorta di “livello superiore”, giacché “è fatta da più società” e chi ne fa parte “può essere in tutti i locali”. Tornando però all’organizzazione della cellula di base, essa si caratterizza per i due piani, dovendo il “locale” essere “formato da una società minore, formata da picciotti, un puntaiolo e un mastro di giornata, e una società maggiore”, che “include il capo locale, il capo società e il contabile”. Quest’ultimo “si occupa di raccogliere il denaro, anche per il mantenimento dei detenuti”. Per comporre un “locale”, “come regola” esisterebbe un numero minimo di persone, ma “negli ultimi anni, tra arresti e altro, non ci sono le condizioni per rispettare tutte le regole”. 

La “dote” individuale

Comunque, “ci devono essere tutte le cariche che tengono in piedi il banco del locale”, che è “il punto di incontro ove vengono istruite le cariche” stesse, oppure vengono “cambiate e modificate”. Fondamentale, ai fini dell’accesso agli “incarichi” interni, è la “dote” di cui l’affiliato gode, che potrebbe essere vista come la “qualifica funzionale” per un dipendente pubblico. Alla richiesta di elencarle, Agresta ha risposto: “quelle che io conosco sono Picciotto, Camorrista, Sgarro, la Santa, Trequartino, Quartino, Padrino, poi la Crociata, la Stella, la Mamma, la Corona” e “i Templari ho sentito pure”.

L’elencazione è in ordine di importanza “fino alla Crociata”, che “so che è dopo il Padrino, perché me la dovevano dare, poi io ho collaborato”, ma le altre “non le ho indicate in modo crescente”. Pur essendo stato affiliato, il pentito ha sostenuto di non conoscerne l’entità. La “società minore” di una “locale” è “fatta da Picciotti”, poi “una volta che ti viene data la dote di Camorrista entri nella società maggiore”. Dalla “dote di Sgarro puoi fare già anche il capo locale”. Nella famiglia di Agresta, “la Corona so che ce l’ha mio papà” Saverio (ma “non so se è la” dote “più alta che ha”), mentre il nonno Domenico “era un referente del Crimine”, cercava “di far rispettare le regole qui in Piemonte”.

Il “taglio della coda”

Rispondendo alle domande del pm Castellani in videoconferenza, dalla località segreta in cui è sottoposto a protezione, il collaboratore ha confermato l’uso dell’espressione “taglio della coda” che emerge dalle carte dell’indagine “Geenna”, ad indicare il rito di introduzione nei ranghi della malavita calabrese. “Si dice che il Cardone, colui che non sarà mai affiliato, ha la coda. – è stata la spiegazione – Chi ha la coda ‘fa polvere’, crea comunque una brutta visione da parte di chi è affiliato”. L’aspirante ‘ndranghetista, “colui che ha tutti i presupposti per poter essere affiliato in futuro”, è noto come “Contrasto onorato”, ma anche “Giovane d’onore”.

In cerca di “sangue e onore”

Attingendo all’album dei ricordi personali, Agresta ha inoltre ripercorso il suo “battesimo” da componente della “locale” di Volpiano, quando era solo 19enne: “ci siamo recati in un orto, di Giuseppe Romeo, che era mastro di giornata. Eravamo io, lui e mio zio Ciccio Agresta all’esterno”. Lì, “mi hanno raccontato come dovevo rispondere una volta entrato nella casetta” vicina al giardino. “Mio cugino mi avrebbe chiesto ‘giovanotto, di cosa vai in cerca?’ – è proseguito il racconto – e io dovevo rispondere: ‘sangue e onore’. Alla risposta, mi hanno chiesto ‘onore non ne hai?’ e io ho detto ‘voglio quello della società’”. Quindi, “ho stretto la mano a tutti. Stavo per dare un bacio, mi hanno detto ‘no’. Il bacio si può dare solo da Camorrista in su”. Anche l’entusiasmo, tra uomini d’onore, ha i suoi confini.

La scelta di entrare nelle truppe piemontesi dell’organizzazione criminale che ha scalato il mondo non fu senza sussulti. “Ci furono un po’ di problemi – ha precisato il testimone – perché mio cugino Pasquale Barbaro mi voleva affiliare a Buccinasco (Milano). Io ero organico con loro, lui mi teneva con loro, con Pasqualino Papalia che all’epoca era capo società”. Con quei parenti “ci andavo d’accordo, c’era un feeling”. “Franco Perre, che era capo locale a Volpiano, temporeggiava per questo”, ma “tutto poi si è risolto” perché “mio papà ha preferito” l’area del torinese. Quando l’oggi pentito vi entrò, quella cellula “già c’era da molti anni”, a testimonianza di un infiltrazione del nord tutt’altro che recente.

Tagli, pugnali e Santi

Alcuni rituali corporei in occasione dei “passaggi di grado”, raccontati da inchieste e altre testimonianze susseguitesi nel tempo, secondo il pentito sono previsti, ma “più che altro basta l’autorizzazione”. Comunque, “per la dote di sgarro mi hanno fatto una croce sul pollice destro”, per la Santa “m’hanno punto la parte interna di un polpastrello del dito”, mentre “per il camorrista non mi hanno tagliato, però per il giusto ti dovrebbero tagliare, ma in quel momento lì abbiamo evitato, perché c’era gente in giro”. Rituali sì, ma non se possono diventare causa d’individuazione, insomma. E, se si viene arrestati, una volta fuori “si chiama il posto”, cioè si “entra temporaneamente a far parte” del “locale” del luogo in cui ci si trasferisce.

Quanto ad altre simbologie, “per il Camorrista vanno messi cinque pugnali, che rappresentano le cariche del locale”. Per “la Santa” ci “sono eroi politici del Risorgimento: Mazzini, Garibaldi e La Marmora”. Infine, sul terreno sdrucciolevole del volto religioso talvolta mostrato dai boss, “come santi, quello che può essere utilizzato è San Michele Arcangelo”. Un santino che lo raffigura è stato trovato tra gli oggetti sequestrati al ristoratore aostano Antonio Raso e quindi il pm Castellani ha chiesto se venisse utilizzato per i riti, ma “a me non è successo, nemmeno quando ero fuori” dal carcere. Però, “ne ho sentito parlare”.

“Nessuno vuole uscire” dalla ‘ndrangheta

Ovviamente, la “società” non prevede di essere abbandonata volontariamente. “Il Picciotto può essere trascurato, da Sgarro in su si può essere ammazzati”, ha sottolineato Agresta, per poi aggiungere che “nessuno vuole uscire”, perché “uno ndranghetista è orgoglioso”. Quindi, come si arriva a dire “basta”? “Ho trovato le condizioni favorevoli nel carcere di Saluzzo per cominciare un percorso di crescita interiore, la scuola, gli psicologi, ecc… – ha raccontato – fino ad arrivare nel 2016 alla scelta di collaborare, perché non mi ritrovavo più negli ideali della famiglia e di altri soggetti affiliati”. 

Una scelta che ne ha fatto automaticamente un “reietto” agli occhi di tutti i parenti, anche perché oltre al padre e al nonno, pure i fratelli del genitore, “Antonio, Ciccio, Francesco e Natale” erano “affiliati alla ‘ndrangheta’”, così come gli zii di parte materna Rosario, Domenico, Pasqualino, Francesco, Nicola e Rocco Marando. “Però, io manifestavo già con mio papà, con mio zio Mimmo, – ha dichiarato il pentito – l’avversità verso alcune cose che avevo fatto, come i sequestri di persona. Sono stato sincero con loro”. Il padre però l’ha presa “malissimo” (ce n’è, effettivamente, prova in un’intercettazione) e “gli altri tutti male”.

Il pentitismo, dossier controverso

Da allora, i contatti con i genitori si sono interrotti . Non li ha più sentiti e, essendo sotto protezione, “per incontrarmi” non sarebbe semplice, “dovrei fare tutte le richieste”. Fin qui la testimonianza, che ha riguardato anche alcuni aspetti delle vicende esplorate in “Geenna” (se ne può leggere sul resoconto per Aostasera.it). Chi ricorda il processo “Minotauro” sulle ‘ndrine in Piemonte, dal 2011, sa che Agresta (condannato definitivamente per quei fatti) propose già in tale sede un articolata ricostruzione del genere (ne dà conto, tra l’altro, il “Corsera” del tempo). Il pentitismo, anche per il clamore suscitato dalle rivelazioni, è dossier complesso e controverso. Quanto pesano, sulla scelta di chi collabora, protezione e benefici (anche economici) accordati in cambio delle confessioni?

La convinzione di parlare sarebbe stata genuinamente maturata se in cambio non fosse arrivato nulla? Soprattutto, quali possibilità ha lo Stato di verificare se un pentito sta rivelando tutto, o solo la parte “sacrificabile” di ciò che ha visto e vissuto in ambienti criminali? Sono interrogativi pesanti, da porsi, ma da non banalizzare, perché in fondo dai collaboratori è giunta effettivamente buona parte del patrimonio d’informazioni che gli inquirenti hanno cristallizzato su ‘ndrangheta e dintorni. E serve indubbiamente a meglio definire a quali interessi e scenari i Carabinieri e la Dda di Torino facciano riferimento quando scrivono di “locale” e “taglio della coda” in Valle d’Aosta.

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