Processo Geenna – Day 10: “Fa un po’ di confusione, dottore”

Il processo “Geenna” in corso al Tribunale di Aosta, per i cinque imputati a giudizio con dibattimento ordinario, incrocia uno dei luoghi simbolo della giustizia italiana – quell’aula bunker del carcere di Torino che ospitò il processo alle Brigate Rosse nel 1978, oltre alle innumerevoli udienze seguite all’inchiesta “Minotauro” sull’assalto della ‘ndrangheta al Piemonte nel 2011 – e il protagonista della giornata di sabato 11 luglio diventa colui che, per i Carabinieri del Reparto operativo del Gruppo Aosta, era in cima alla piramide del crimine organizzato in Valle, Marco Fabrizio Di Donato.

Per lui, che ha scelto un altro percorso, cioè di essere giudicato con il rito abbreviato dinanzi al Gup di Torino Alessandra Danieli, il pm Stefano Castellani ha chiesto 14 anni di carcere. Oggi, però, il sostituto procuratore della Dda se lo è trovato davanti quale testimone, citato dalle difese del presunto “partecipe” della “locale” aostana Alessandro Giachino e dell’ex assessore di Saint-Pierre Monica Carcea, accusata di concorso esterno nel sodalizio criminale E ha sentito un “approfondimento” della versione offerta dal presunto boss al processo torinese lo scorso 22 febbraio, quando si definì un “capro espiatorio”.

I dettagli sono nel pezzo andato online oggi per Aostasera.it. L’artigiano, in cella ormai da un anno e mezzo, ne ha avuto comunque un po’ per tutti, andando anche oltre le domande postegli dai legali, da personaggio complesso quale ha mostrato ancora una volta di essere. Al presidente del collegio Eugenio Gramola, dopo aver esclamato di essersi assunto le responsabilità per i suoi precedenti, ha detto “lei lo sa”, riferendosi ai giudizi pregressi. Il magistrato ha ribadito “lo so” e Di Donato ha aggiunto: “abbiamo condiviso qualcosa. Lei ha dato, io ho preso”. Una visione un po’ audace del vedersi infliggere una sentenza di colpevolezza, ma questa è.

Niente, comunque, in confronto a quando ha redarguito il pm Castellani (che gli voleva chiedere di Bruno Nirta, ma sbaglia cognome), dicendogli: “Fa un po’ di confusione, dottore”. Il rappresentante dell’accusa si giustifica (ma non troppo): “Eh, ne ho fatti tanti [processi]” e Di Donato: “Lo so. Sono qui per questo”. E poi, via in ordine sparso. Il contenuto di un’intercettazione? “Leggende metropolitane”. Il dialogo in cui gli dicono “che si vende a 70/80”? “Può darsi che stavo parlando, quel prezzo lì è il prezzo del termocappotto”.

E ancora, Bruno Nirta soprannominato “la Belva”? “Una volta ha sgridato il suo nipotino. E lui è corso dalla mamma e gli ha detto ‘lo zio mi ha sgridato, sembrava una belva’”. L’incontro con l’ex presidente della Regione, Augusto Rollandin? “Tutta una chiacchiera”. L’“ambasciata”? “Non è una parola ‘ndranghetista, è di uso comune”. E, si badi bene, “se avete qualche pensiero, io non ho trafficato in droga, né in armi, né in nulla. Io ero monitorato 24 ore su 24…”. Peraltro, ore ed ore in cantiere ogni giorno, poi “cinque anni di indagini, sembra che ero un fancazzista”.

Alla fine, “ho già pagato per gli errori commessi in passato. Adesso devo essere condannato per la mia inflessione dialettale? Per le mie parentele (con i Nirta, ndr.)?”. No, grazie. Soprattutto, però, “che non mi venga cucito addosso qualcosa che non è la mia misura”. Insomma, un fiume di smentite e negazioni che, essendo indifferente alla sua posizione da imputato, perché oggi la veste di Di Donato era un’altra, spinge a chiedersi quale fosse la “ratio” difensiva nel citarlo come teste, ma tant’è.

Anche perché, in mattinata, due collaboratori di giustizia sui tre sentiti avevano ribadito che, da quanto da loro appreso nelle rispettive frequentazioni ‘ndranghetiste, una “locale” ad Aosta esisteva, pure “da una vita”, e ad avere voce in capitolo erano proprio i Nirta. Ora, l’audizione dei testimoni convocati dalle parti è finita ed è tardi, per le parti, per rimuginare o chiedersi com’è andata. Il processo entrerà tra due settimane (il 23 e 24 luglio) nella fase che i difensori considerano cruciale: l’esame in aula dei cinque imputati.

Questi ultimi, tramite gli avvocati che li assistono, hanno fatto sapere che non risponderanno a domande riguardanti l’inchiesta “Egomnia”, sul ruolo della presunta “locale” aostana nelle elezioni regionali 2018, di cui l’accusa ha depositato le intercettazioni telefoniche in questo procedimento. Al presidente Gramola non è rimasto che annunciare una verifica sulla legittimità della condotta annunciata e l’udienza è stata tolta.

Se il dato di oggi è che al processo sulla ‘ndrangheta in Valle si è infine parlato di ‘ndrangheta (parola mai echeggiata nelle precedenti udienze, nemmeno incidentalmente), da ora si apre la fase in cui alcuni imputati si giocheranno il loro destino processuale. Saranno udienze fiume (il Collegio ha già fatto sapere che si procederà e “non importa quando si finirà” nei due giorni previsti) e la prossima settimana (venerdì 17 luglio, per la precisione) è attesa la sentenza del processo torinese, per i quattordici imputati che hanno chiesto riti alternativi.

Tra i due procedimenti – con gli imputati di aver organizzato, dato vita e gestito la “locale” equamente suddivisi (tre ad Aosta ed altrettanti a Torino) – non c’è interdipendenza, ma il verdetto del Gup Danieli potrà rendere il cammino molto più irto, o in discesa, per chi è alla sbarra in via Ollietti. Perché allontanerà, o avvicinerà, ulteriormente la parola ‘ndrangheta dal processo aostano.

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