Processo Geenna – Day 9: “Mio marito era un bravo venditore”

La pattuglia di cronisti giudiziari che segue il processo “Geenna” è uscita dall’udienza di oggi, la nona, con un orizzonte della conclusione del procedimento percettibile ad occhio nudo. Il Collegio giudicante presieduto da Eugenio Gramola ha infatti calendarizzato, comunicandole stamane alle parti, le udienze dedicate alla discussione, cioè la requisitoria del pubblico ministero e le arringhe difensive (più le repliche e le eventuali contro-repliche): l’ultima è fissata, ad oggi, per il 17 settembre.

La previsione va confermata cammin facendo, ma per quel giorno è atteso che i giudici entrino in camera di consiglio, per poi uscirne e dire alla Valle d’Aosta, leggendo la sentenza, se Carabinieri e Dda di Torino hanno visto bene nel ritenere quella su cui hanno indagato dal 2014 una “locale” di ‘ndrangheta, o meno. Oltre a questo, con oggi si è sostanzialmente completato (manca solo un’udienza) l’esame dei testimoni citati prima dal pm Stefano Castellani, poi dai difensori dei cinque imputati. In aula, tra mattina e pomeriggio, sono stati sentiti quelli relativi alla posizione del ristoratore Antonio Raso, accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

A raccogliere maggior interesse mediatico è stata Maria Elia, moglie dell’imputato. Il contenuto della sua deposizione nel dettaglio è nell’articolo andato sull’udienza andato online su Aostasera.it (ed anche nell’abituale videocollegamento delle 13.30). Sintetizzando, ha dipinto il coniuge come un imprenditore che, per la natura del suo lavoro, “diceva ‘sì’” a tutti i politici che in periodo elettorale tenevano cene a “La Rotonda” e gli chiedevano sostegno. Quella di “Tonino”, nelle parole di Elia, è la storia di un immigrato “venuto su in Valle come tanti ragazzi”, che per lei ha rappresentato “la persona più importante, dopo nostro padre”.

Senza che significhi dubitare della sincerità della testimone, era oggettivamente difficile aspettarsi qualcosa di portata diversa dalla consorte di un imputato, a lui sentimentalmente legata e che con lui ha percorso decenni di vita (sulla sua smentita del contenuto di un’intercettazione presente negli atti si potrà parlare dopo il deposito delle trascrizioni). Rispondendo al difensore Pasquale Siciliano, la donna ha anche dettagliato le condizioni economiche familiari dall’arresto di Raso in poi, spiegando che “finché non ci hanno sequestrato i beni andava bene. Ora, faccio un po’ fatica”. Il riferimento è, ovviamente, al provvedimento della Dia scattato nel dicembre 2019.

Ecco, lungi da queste righe buonismi, pietismi, moralismi spiccioli o indulgenze (così come qualsiasi cosa che gli vada anche solo lontanamente vicino), ma sono proprio queste parole, per quanto di una parte in causa, a portare con loro una riflessione sul processo e, più in generale, sul sistema giudiziario italiano. Antonio Raso è in carcere dal 23 gennaio 2019: significa, ad oggi, 549 giorni. Per la legge, la sua detenzione preventiva è legittima e, per la Costituzione, sino ad una sentenza definitiva non va considerato colpevole.

Non v’è dubbio (e lo si è percepito oggi, nelle pieghe della deposizione di Elia) che, a chi ha investito in un progetto di vita con lui, manchi come marito, come imprenditore e come uomo. Sarebbe strano e poco comprensibile il contrario. A questo punto, la domanda diventa: quale variabile è in grado di “fare sintesi” tra i diritti fondamentali dell’imputato, i sentimenti di chi non lo vede in casa da un anno e mezzo e l’esigenza di garantire sicurezza alla comunità tutta, bloccando e punendo i reati eventualmente commessi?

La risposta è invero piuttosto semplice: una definizione del processo in tempi rapidi. Certo, facendo attenzione a non comprimere le prerogative delle difese, nonché assicurando all’accusa le possibilità che le sono proprie, ma comunque senza i dilungamenti che hanno caratterizzato tante, troppe, vicende giudiziarie in Italia. E, a guardare la tabella di marcia impostata dal Collegio giudicante, tutto indica essersi trattato della variabile presa a riferimento nella gestione processuale.

Lo dicono diversi fattori. Nell’ordine: il fatto che l’inizio risale al 3 giugno scorso (oltretutto, in presenza a Palazzo di giustizia, con una sonora lezione a tutte quelle Istituzioni che soltanto da pochi giorni hanno abbandonato lo streaming scoperto nel lockdown per Covid-19), che c’erano da sentire una novantina di testimoni, che le udienze per l’esame degli imputati in aula sono già fissate per l’ultima settimana di luglio e che quelle dell’“ultimo miglio” processuale sono andate in agenda oggi. Parliamo all’incirca di tre mesi per l’intero ciclo del primo grado di giudizio (in realtà, due visto che la sospensione feriale di agosto è inevitabile). E, in fondo, poco cambierebbe se ci si dovesse allungare (perché è su una previsione che stiamo ragionando) fino ad ottobre.

I giudici del Tribunale di Aosta s’incaricheranno della sentenza. Di qualunque segno sia, aprirà la porta ad un ricorso, cui ne seguirà un altro ancora (ogni legale impegnato nella causa sa bene che è destinata ad arrivare fino alla Cassazione), a discussioni nell’opinione pubblica, nonché a sentimenti contrapposti nei coinvolti (peraltro, la Dda di Torino guarda all’esito anche in prospettiva dello sviluppo dei fascicoli ancora aperti, come “Egomnia”). Di qualunque segno sia, non cancellerà alcuni dati oggettivi (e non opinioni) emersi dall’inchiesta, perché è noto che in un procedimento può affermarsi una “verità dibattimentale”, non raramente diversa da quella fattuale.

Tutto questo, anche se non v’è da dubitarne sin d’ora, è però successivo ai tempi con cui ci si arriverà. Sono quelli a fare la differenza tra un paese moderno, o meno. Tra uno Stato di Diritto e uno dalle regole a geometria variabile. Tra una Giustizia degna del suo nome ed un surrogato di essa, che nel 2020 non è semplicemente accettabile. Non da chi è alla sbarra. Non da chi indaga. Non dai cittadini. Senza, in questo caso, possibilità di appello alcuno.

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