‘Ndrangheta in Valle d’Aosta: storia e atlante di un’infiltrazione

Il processo nato dall’operazione “Geenna” – della quale proprio ieri su Aostasera.it abbiamo riepilogato tutte le fasi, a beneficio dei lettori che possano aver smarrito il bandolo della matassa – dirà se la “locale” di ‘ndrangheta su cui si sono concentrati gli sforzi dei Carabinieri del Reparto operativo sin dal 2014 è tale anche per la magistratura. Seppur ribadito a più riprese, è però sempre bene precisare che l’attività investigativa che ha fatto finire in manette sedici persone, compresi tre politici valdostani, va considerata come il traguardo tagliato grazie ad una serie di inchieste susseguitesi nel tempo.

Anni ’90: i primi tentativi di infiltrare la politica

Quali? Alla domanda offrono un’interessante risposta gli atti dell’accesso antimafia scattato nell’aprile 2019 al Comune di Saint-Pierre, proprio sulla base delle risultanze di “Geenna” e chiusosi con il commissariamento dell’ente. I “primi tentativi di infiltrazione nella vita politica sono degli anni ’90”. Peculiare è, in quel frangente, l’operazione “D-Day” della Dda di Reggio Calabria, che accerta “inconfutabili relazioni di politici valdostani con la ‘ndrangheta”, tanto che nell’agosto 1994 viene tratto in arresto Salvatore Martino, uno dei “padri fondatori” del Movimento Immigrati Valdostani, accusato di essere affiliato alla cosca Jamonte.

Tale formazione politica, nata nel marzo 1990 con la fuoriuscita del suo creatore Pasquale Tripodi dal Psi, viene considerata dagli inquirenti come il primo cavallo di Troia del crimine organizzato sullo scacchiere politico locale. Vi aderirono infatti anche coloro che dalle inchieste sul fenomeno emergono come “appartenenti all’allora ‘locale’” di Aosta: Santo Pansera, il cugino Bruno Melito e lo stesso Martino. Lo scarso successo elettorale ottenuto dal Miv, tuttavia, convince la compagine criminale ad introdurre sodali e persone attigue in formazioni politiche dal maggior seguito.

Una “locale” attiva già nel 2000

A un’epoca precedente, però, risalgono i primi riscontri della presenza ‘ndranghetista nella nostra regione, che “possono essere fatti risalire agli anni ’70 e ’80”, quando furono commessi estorsioni e omicidi “maturati con modalità e nell’ambito di contesti tipici” della criminalità organizzata calabrese. Tuttavia, anche se da quei fatti scaturiscono alcune sentenze, non si va oltre le tracce, perché non vi è (ancora) accertamento giudiziale del fenomeno in Valle d’Aosta. Arriverà almeno vent’anni dopo, con una serie di vicende processuali e attività investigative, secondo le quali già nel 2000 e 2001 ad Aosta era operativa una “locale”.

L’“iniziazione” in un bar a San Rocco

La più lontana nel tempo è “Lenzuolo”, durante la quale il Nucleo Investigativo dei Carabinieri testimoniò anche una cerimonia di “iniziazione”, in un bar nella zona del Ponte Romano, nel 2000 (ne ha parlato ancora di recente, al processo “Geenna”, l’ex capo del Nucleo Investigativo dell’Arma, Cesare Neroni). Pur non essendo sfociata in un processo (il Gip di Reggio Calabria si dichiarò territorialmente incompetente e il Tribunale di Torino, cui passò il fascicolo, lo archiviò), fotografò il fenomeno, “confermando l’esistenza di un substrato culturale/ambientale della ‘ndrangheta”.

Un fiume di cocaina con base in Valle

Tra il 2006 e il 2009, l’indagine “Gerbera” del Reparto anticrimine dei Carabinieri di Torino permise di “disarticolare un’organizzazione dedita al traffico internazionale di cocaina”, con base operativa in Valle d’Aosta. Gli attori principali furono individuati nei fratelli Domenico e Giuseppe Nirta (il secondo, sottoposto a sequestro di beni, a varie misure di prevenzione e arrestato nuovamente lo scorso marzo dalla Guardia di finanza nell’operazione “FeuDora”), coadiuvati dai loro nipoti Franco Aldo Di Donato, Roberto Alex Di Donato e Pietro Tirasso. Lo stupefacente importato dai Nirta aveva quali acquirenti nel nord Italia, e in particolare nel milanese, la famiglia Mammoliti di San Luca (Reggio Calabria), con il latitante Rocco Mammoliti quale interlocutore principale (il suo nome tornerà in evidenza pochi anni dopo).

Le “confidenze” di un boss

Pure alcuni atti del processo “Minotauro”, sull’infiltrazione della ‘ndrangheta nel vicino Piemonte, in particolare alcune intercettazioni ambientali sull’auto di Bruno Iaria, ritenuto il capo della cellula ‘ndranghetista di Cuorgné (Torino), corroborano la tesi dell’esistenza di una “locale” ad Aosta. In una conversazione del 12 maggio 2010, l’uomo e il suo interlocutore, discutendo di “cariche, locali e capo società” nominano “anche la maggiore, caratterizzandola come entità diversa dalle minori” e fanno un elenco “delle locali presenti in Piemonte”, includendo anche quella aostana. La pista non venne battuta a livello inquirente, ma quella conversazione “per l’autorevolezza del dichiarante e la sincerità del contesto colloquiale” in cui fu resa viene considerata “una ulteriore fonte probatoria”.

La “quota” sui guadagni degli appalti

Quindi “Tempus Venit”, sempre dei Carabinieri del Gruppo Aosta, sul tentativo di estorsione a danno della “Edilsud” e della “Archeos”, ditte di imprenditori dalle origini calabresi impegnate rispettivamente nella costruzione del parcheggio pluripiano a servizio dell’ospedale “Parini” e in altre opere, da parte della famiglia Facchineri di Cittanova (Reggio Calabria) nel 2011. La richiesta di denaro, però, “altro non era che una manovra” del capo cosca in persona, Giuseppe Facchinieri (detto “Il professore”), per “imporre la sua leadership sugli appalti in Valle d’Aosta”, a scapito dei fratelli Vincenzo, Michele e Salvatore Raso (l’ultimo verrà ucciso in Calabria), ritenuti “proiezione” in Valle della “locale” di San Giorgio Morgeto, facente capo alle famiglie Agostino e Raso “Zuccaro”.

Hybris”, in Calabria si parla di Valle d’Aosta

Un anno dopo, siamo a giugno 2012, l’inchiesta “Hybris” approfondì una serie di episodi d’intimidazione (l’incendio di autovetture, minacce e lesioni gravi), a danno di persone ritenute vicine alla famiglia Facchineri. L’attività condotta dall’Arma dei Carabinieri ha permesso di risalire ai responsabili (in Appello vennero confermate le condanne a tre componenti della famiglia Taccone, assieme a Domenico e Santo Mammoliti, pur escludendo l’aggravante del metodo mafioso), ma soprattutto di evidenziare che per la risoluzione della controversia vennero “organizzate due riunioni in Calabria (a San Ferdinando e a San Giorgio Morgeto) tra le cosche Facchineri e Pesce“, per “raggiungere un accordo” ed evitare l’innescarsi di una guerra tra i due sodalizi.

Caccia Grossa”, l’origine di “Geenna”

Avviata a dicembre del 2014, l’indagine “Caccia Grossa” era finalizzata alla localizzazione e cattura del latitante Rocco Mammoliti, preso ad Amsterdam nel giugno 2016, e del fratello Stefano, appartenenti all’omonima cosca di San Luca (Reggio Calabria), detta “Fischiante”. L’attività investigativa ha messo in evidenza “i forti legami tra il latitante ed alcuni membri della famiglia, residenti in Valle d’Aosta”. E’ proprio da alcune intercettazioni disposte per individuare il fuggiasco che è scaturita l’inchiesta “Geenna”, alimentata inoltre dagli incontri e dalle riunioni accertati nel frattempo tra esponenti della famiglia Nirta “Scalzone” e soggetti valdostani di origine calabrese contigui all’associazione mafiosa (alcuni, in particolare, “avevano dato prova” di essere vicini ai Facchineri).

Il “modello Valdostano

Si arriva così all’oggi, con la già menzionata “Geenna” e i due procedimenti avviati ad Aosta e Torino, ma anche con “Altanum” – per cui è in corso, dalla fine del 2019, il processo al Tribunale di Reggio Calabria, a carico di diciotto imputati – imperniata sullo scontro tra la cosca Facchineri di Cittanova e la “locale” di San Giorgio Morgeto, entrambe con consolidate propaggini in Valle (entrate in rotta di collisione, come nel caso dell’episodio al centro di “Tempus Venit”, che vide anche l’omicidio di Salvatore Raso). Un’insieme di attività investigative che permettono non solo di tracciare un “atlante” dell’infiltrazione mafiosa nell’estremo nord-ovest, ma anche di declinare i caratteri del fenomeno ‘ndranghetista tra le montagne.

Esso, “pur riproducendo alcune caratteristiche tipiche dell’associazione mafiosa calabrese”, si contraddistingue all’esterno “per il basso profilo con cui si manifesta, necessitato dall’esigenza di rendersi sempre meno visibile, sia per una certa resistenza da parte della popolazione locale ad accettare facilmente imposizioni di carattere estorsivo, sia soprattutto per evitare di attirare l’attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura”. Insomma, non è errato ritenere che in Valle d’Aosta, la ‘ndrangheta abbia sposato integralmente il modello della “Mafia silente”, già definito da varie pronunce della Corte di Cassazione, tra il 2013 e il 2015.

In sostanza, non c’è bisogno dell’uso “esplicito e concreto di mezzi violenti o di intimidazione da parte degli associati”, in quanto è sufficiente, “per la sua sussistenza, che il timore causato dalla potenzialità offensiva dell’associazione nella generalità dei soggetti che vengono in contatto con questa li abbia indotti ad assoggettarsi all’attività mafiosa ed a subire la condizione omertosa”. In questo senso, con metodo intimidatorio va intesa la “capacità di mutuare il modello organizzativo e la fama criminale dell’associazione da cui il gruppo promana e cioè, nel caso di specie, dai collegamenti strutturali con la ‘ndrangheta calabrese”.

Una “ricetta” che cambia, perché al nord cambiano anche gli obiettivi della ‘ndrangheta, che mira non a conseguire “un vantaggio immediato e rilevante”, ma ad “insinuarsi nel tessuto economico-produttivo e politico sociale, stabilendo una fitta rete di legami e di relazioni con tutte le espressioni della realtà locale nelle sue varie componenti: culturale, economica, imprenditoriale, politica e sociale”. Un potere che “non si ottiene in poco” e che presuppone una strategia “in due tempi” da parte degli affiliati.

Inizialmente, “mirando a costruire una rete di contatti che possa svolgersi su un piano di normalità, caratterizzato da un susseguirsi di ordinari momenti ed occasioni di vita sociale e relazionale”. Questi ultimi, in una fase successiva, vengono poi “orientati verso il perseguimento delle finalità tipiche dell’associazione mafiosa”, quindi “il controllo del territorio, l’infiltrazione nell’economia legale e l’ingerenza nei processi decisionali pubblici”.

I tentacoli di quattro cosche sulla Valle

Una dinamica per cui non è errato sostenere che, quando il corpo sociale si rende conto del problema, è già tardi. Come in una malattia oncologica, a quel punto la metastasi è ad uno stadio avanzato del suo sinistro lavorio. L’ultimo aspetto che l’excursus storico sui cammini infiltrativi in Valle d’Aosta consente di mettere a fuoco è quello relativo alle presenze di soggetti contigui, anche per vincoli di parentela, alle associazioni criminali calabresi. In particolare, secondo chi indaga e ha indagato sul fenomeno, sono presenti in Valle persone riconducibili a quattro cosche.

I Nirta sono la famiglia più importante e storica della ‘ndrangheta originaria di San Luca e risultano presenti nella nostra regione dagli anni ’60. Se il già menzionato Giuseppe (cugino di Bruno, imputato in “Geenna” quale vertice della “locale” di Aosta) è l’esponente di maggior significato residente in Valle, nel corso del 2015 “è stata registrata la comparsa di nuovi soggetti gravitanti” nell’orbita della famiglia. Parliamo dei fratelli Di Donato, ma anche di due persone sospettate di aver dato ospitalità, in quell’anno, ad un ricercato calabrese.

I Facchineri sono la famiglia di ‘ndrangheta “meglio rappresentata in Valle d’Aosta”. Originaria di Cittanova (Reggio Calabria) ha la sua maggiore influenza nella zona di Taurianova, San Giorgio Morgeto. Per circa 20 anni sono stati in guerra contro le famiglie Raso, Albanese e Gullace, in una faida che ha provocato 81 morti tra le due fazioni, terminata solo dopo l’intervento di altri importanti nuclei dell’organizzazione, come i Pesce, i Nirta e i Morabito. Lavorando per catturare Luigi Facchineri, finito in manette nel 2002 a Cannes dopo quattordici anni di latitanza, gli inquirenti avevano riscontrato “una fitta rete di fiancheggiatori presenti anche in Valle”.

La cosca Furfaro ha imperversato nell’area di San Giorgio Morgeto (Reggio Calabria) fino alla fine degli anni ’90. La famiglia era fuggita dalla Calabria a seguito dell’omicidio del capo cosca Antonio Furfaro, stabilendosi nella provincia di Savona e in Valle d’Aosta. Qui il figlio dell’assassinato, Vincenzo, ha costituito la “Tra.Mo.Ter”, seconda impresa valdostana ad essere stata colpita da interdittiva antimafia del Questore, emessa nell’ottobre 2016.

Infine, i Pesce, tra le più potenti cosche della ‘ndrangheta. Nell’attività investigativa per “Hybris” sono emersi a carico di alcuni indagati “uno stretto legame personale ed una lontana parentela” con i membri di quella famiglia. In conclusione, è doveroso interrogarsi sulle origini e sullo sviluppo di un percorso infiltrativo tanto strutturato nel tempo. In prima battuta, difficile andare lontano dal fatto che “fisiologicamente – come si legge nella documentazione sull’accesso di Saint-Pierre – una così larga rappresentanza (su 126mila abitanti, quasi 25mila hanno origine calabrese, ndr.) non poteva non riproporre anche in Valle” le “gravi problematiche scaturenti dal fenomeno criminale della ‘ndrangheta”, in effetti “radicatissima nel corpo sociale originario”.

Le domande più difficili

Poi, però, arriva la domanda difficile da allontanare e cioè se nel substrato penetrato, quindi la comunità valdostana, non vi sia stato chi, puntando ad alcuni “effetti collaterali” di quelle presenze (vedi l’abilità di influenzare una rilevante quantità di consensi elettorali, com’era stato accertato per l’anziano ebanista Francesco Raso, arrestato nel 1993 assieme ad Augusto Rollandin, nella prima vicenda giudiziaria che toccò l’Imperatore), non abbia finito con l’agevolare il fenomeno. E siccome la risposta è fin troppo facile, la seconda domanda diventa quella che conta: lo ha fatto consapevolmente, o no? In soldoni, c’è stata una volontà di agevolare l’infiltrazione, o meno? Interrogativi complessi e scomodi, ma non si uscirà dalla ‘ndrangheta in Valle finché non si troveranno tempo e voglia di porseli.

2 pensieri su “‘Ndrangheta in Valle d’Aosta: storia e atlante di un’infiltrazione

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