Droga ad Aosta, tre blitz in ventun giorni: le domande da non procrastinare

Che un’intera famiglia (madre, padre e due figli) finisca in manette in un colpo solo, com’è accaduto oggi nell’operazione antidroga “Sunshine” della Squadra Mobile della Questura, non è usuale ad Aosta. Tuttavia, nella geografia delinquenziale del quartiere Cogne – ove la strutturazione operaia dell’agglomerato, nato per accogliere la forza lavoro dell’omonima acciaieria, ha passato il testimone al livellamento orizzontale dell’edilizia residenziale pubblica – non si può certo sostenere che i Lombardi fossero una presenza mai rilevata prima.

Chi è più attento alle cronache cittadine ricorderà infatti che nel giugno 2019, allo scattare di un altro blitz su smercio di cocaina, armi ed episodi estorsivi con epicentro quella stessa area del capoluogo – cioè “malAosta”, condotto dalla Guardia di finanza – ad alimentare le indagini era stato un episodio definito “inquietante” dagli inquirenti. Parliamo di una violenta rissa scoppiata, nella notte tra venerdì 15 e sabato 16 marzo di quell’anno, in via Gran Paradiso, cuore del quartiere a due passi dal centro.

Nella ricostruzione delle “Fiamme gialle” si era trattato di un regolamento di conti tra “esponenti della famiglia D’Agostino (cui faceva capo il principale arrestato in quell’inchiesta, Raffaele, che a gennaio di quest’anno ha patteggiato 3 anni e 6 mesi per traffico di droga e estorsione, ndr.) e alcuni soggetti appartenenti alla famiglia Lombardi”, in conflitto da tempo. Le urla avevano svegliato diversi residenti, in parte concordi nel riferire anche di colpi di arma da fuoco, ma queste (per quanto la tesi investigativa iniziale del loro utilizzo fosse corroborata da alcune intercettazioni) non erano state ritrovate, facendo scivolare via dal procedimento le relative contestazioni.

Andando poi a ritroso nel tempo, Angelo Lombardi era stato processato per aver colpito due poliziotti, intervenuti per un controllo al Pronto Soccorso del “Parini” nel 2014, ed era stato arrestato nel 2012 nell’operazione antidroga “Aosta Est”, sempre della Guardia di finanza, assieme al fratello Simone (per entrambi il giudice aveva pronunciato condanna nel successivo processo). Il loro “modus operandi”, da allora ad oggi, risulta rimasto praticamente immutato: “viaggi” a Torino e Milano per approvvigionarsi della “roba” (proprio al ritorno da uno di questi, il maggiore tra i due era stato inseguito e poi individuato, finendo agli arresti, meno di un mese fa) e le cessioni ad Aosta, nel “rettangolo” a due passi dal centro (nonostante Simone ora abitasse fuori città).

Investigando in vista di “Sunshine”, gli agenti guidati dal commissario capo Francesco Filograno (nella foto) hanno anche determinato, oltre ad altre ipotesi di reato come ricettazione e rapina impropria, il “ricarico” applicato (compravano la “neve” a 30 euro al grammo, per rivenderla a 100) e ricavato elementi probatori di un reato addebitato a loro padre Giuseppe, l’usura, tanto più inquietante perché non legato esclusivamente a debiti di droga (una persona si era rivolta a lui, chiedendo denaro per la gestione di un’attività commerciale propria, quasi come si fa con una banca, eccezion fatta per il tasso d’interesse praticato, calcolato dagli agenti in un rotondo 71%).

A dar da pensare è che il racconto degli inquirenti offerto oggi in conferenza stampa ha restituito una “convinzione di essere immuni” dei due fratelli, data tra l’altro dal ripetuto accedere ad istituti come gli arresti domiciliari. La domanda, a questo punto, diventa soprattutto una: dove e quando il garantismo, che è (giustamente) uno dei pilastri costituzionali, smette di assolvere alla sua funzione originaria e diventa un alibi, se non uno strumento, o peggio ancora un espediente, per continuare a delinquere? La risposta non è semplice, né immediata, ma l’interrogativo va posto, anche per sottrarlo alla strumentalizzazione di certa politica.

A spingere alla riflessione è pure l’osservazione d’insieme sull’ultimo periodo. Dal 26 maggio ad oggi sono trascorsi ventun giorni, nei quali si sono susseguite tre operazioni antidroga, una ogni sette giorni. Per prima è arrivata “FeuDora” delle “Fiamme Gialle”, che ha visto un sequestro da quasi un chilo di eroina (nella disponibilità di quel Giuseppe Nirta di San Luca, provincia di Reggo Calabria, dove la famiglia dà il nome alla ‘ndrina “Nirta-Scalzone”). Quindi, la settimana scorsa, il 9 giugno, “Pusher street”, ancora dei finanzieri del Gruppo Aosta, sulla vendita “senza alcun pudore” di hashish, cocaina e marijuana in zone centrali del capoluogo come i giardini di via Ollietti o piazza Narbonne. Infine, quest’oggi, “Sunshine” della Polizia di Stato, di cui si è già detto.

Ora, se è verosimile pensare che l’accelerazione delle forze dell’ordine su questo versante sia stata anche indotta (e, in qualche modo, facilitata) dal “lockdown”, che ha portato pusher e clienti a “scoprirsi” maggiormente (in particolare nell’approvvigionamento) vista la loro disperazione per il blocco della mobilità, c’è un aspetto sul quale non è tollerabile sorvolare. In “FeuDora” sono stati individuati un centinaio di consumatori (peraltro, definito dagli inquirenti come “dato che deprime” rispetto a una “recrudescenza di stupefacente di bassa qualità”), in “Pusher Street” il monitoraggio (anche con delle telecamere nascoste) ha riguardato almeno duecento cessioni, menre in “Sunshine” sono stati identificati una quarantina di assuntori.

Una “fotografia” da cui deriva, considerando che ogni cliente ha il suo fornitore di fiducia ed è comunque difficile che acquisti da più di un pusher (specie in contesti ristretti come il quartiere Cogne), che il consumo abbia assunto proporzioni significative sulla piazza di Aosta. Oltretutto, analizzando le risultanze degli inquirenti, in almeno due indagini su tre ritornano degli acquirenti giovani, se non giovanissimi (adolescenti, anche minorenni, in “Pusher Street” e descritti comunque tra i 20 e i 30 anni in “Sunshine”). Sia chiaro, chi scrive è per l’arbitrio, in molti aspetti della vita come in fatto di stupefacenti, quindi nessun approccio di stampo moralistico. Tuttavia, è un dato di fatto che le organizzazioni criminali costruiscano il loro fatturato (e scalino il ranking mondiale del malaffare, conquistando potenza) proprio con i proventi del traffico internazionale (quello che fa sì che ci sia sempre di che fare scorte a Milano e Torino).

Quindi, ammesso si possa tralasciare il fatto che non si è mai visto migliorare qualcuno dopo aver assunto delle droghe (specie a lungo termine, ma questo rientra appunto nell’arbitrio), qualche equilibrio pare essersi rotto in molti contesti familiari, in cui soldi vengono elargiti ai figli senza interrogarsi troppo sull’uso che ne fanno (è oggettivamente difficile pensare che, viste le realtà di cui parliamo e la crisi economica del momento, disponibilità da 100 euro al grammo siano frutto di risparmi, o del lavoro, dei ragazzi), se non addirittura classificando “lo sballo” nel novero dei divertimenti del sabato sera. Il discorso sarebbe ampio e porterebbe molto lontano, ma delle domande al riguardo non sono procrastinabili.

Da parte di chi governa (le condizioni di degrado di talune aree, spesso, sono la conseguenza della latitanza di coloro che dovrebbero esprimere progettualità), ma anche di chi è “semplice” cittadino. Una dipendenza da sostanze tossiche è anzitutto un problema (che spesso sfocia nel dramma) individuale, ma nel momento in cui il numero aumenta, moltiplicando i reati connessi e rafforzando sempre più (per proprietà transitiva dall’ultimo spacciatore della catena all’importatore) il peso contrattuale mondiale di entità come la ‘ndrangheta (che nelle piazze di spaccio ha, oltretutto, una logica di occupazione militare del territorio), allora diventa una questione maledettamente collettiva. E pensare che a doversene occupare siano esclusivamente le forze dell’ordine, per quanto lodevoli nell’azione ripetuta, o l’autorità giudiziaria, è approccio semplicistico, riduttivo e pilatesco. Nel 2020, semplicemente, non ce lo si può più permettere.

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