Dossier Pompiod: tutte le accuse della Procura per la discarica dalle deroghe “uniche in Italia”

Finché il Corpo forestale e la Guardia di finanza l’hanno posta sotto sequestro, nello scorso novembre, è stata un discreto Eden per gli smaltitori di rifiuti. Difficile convincersi del contrario, leggendo le carte dell’inchiesta della Procura di Aosta sulla discarica a Pompiod di Aymavilles. In questo lembo di nord-ovest, a pochi passi dalle abitazioni dell’“Envers” e dai vigneti dove nasce il rosso che in Valle d’Aosta non può mancare in tavola nelle occasioni importanti, il “Torrette”, era possibile depositare 128 tipologie di rifiuti (pari ad altrettanti codici del relativo Catalogo europeo), 19 delle quali oltretutto in totale deroga alle concentrazioni previste dalle norme in vigore.

Numeri da primato nazionale, per ampiezza del conferimento ammesso. Conquistato oltretutto a mani basse, se si pensa che sul secondo gradino dell’ipotetico podio sale un sito di smaltimento in Veneto, che accoglie materiali rientranti in non più di 64 codici, l’esatta metà. Risulta esserne derivato un “appeal” tale da aver attratto ai piedi della Pointe de la Pierre carichi di rifiuti da Lombardia, Toscana, Piemonte e Liguria, ove pure esistono discariche (e con molta meno strada da fare che per raggiungere Pompiod). Eppure, sono arrivati fino ad Aymavilles, tanto che la Dda di Torino si sta chiedendo, ed ha avviato accertamenti, se non si tratti di un caso di “new economy” del crimine organizzato.

L’esito dell’inchiesta

Anche perché le conclusioni dell’indagine aostana – avviata da un esposto dei residenti che a ridosso della riapertura dell’impianto, nel giugno 2018, avevano segnalato l’arrivo di mezzi ad ogni ora (anche di notte) – dicono che, nonostante le “maglie larghe” generosamente imbastite dalla Regione nel rilascio dell’autorizzazione d’esercizio, i gestori (la società “Ulisse 2007 Srl”, che ha affittato il sito dall’azienda proprietaria del terreno su cui sorge, la “Monte Bianco Spurghi sas”) sono riusciti ad andare addirittura oltre. Il pm Eugenia Menichetti, titolare del fascicolo, scrive negli atti di un quadro “afferente alla presenza di metalli (tra cui amianto crisotilo) e idrocarburi nei rifiuti conferiti in discarica in concentrazione superiore ai limiti autorizzativi”.

In sostanza, stando all’inchiesta, i titolari di Pompiod “profittando delle amplissime deroghe concesse dalle autorizzazioni (uniche in Italia)” hanno, di fatto, “realizzato una discarica per rifiuti non pericolosi in luogo di quella autorizzata”, esclusivamente per inerti. Per questo, la Procura ha chiesto al Gip del Tribunale l’emissione di un decreto penale di condanna – ad un’ammenda complessiva da 38.500 euro – nei confronti del legale rappresentante di “Ulisse 2007”, Umberto Cucchetti, 41enne di Gattinara (Vercelli), e del direttore tecnico dell’impianto per conto dell’azienda, Maria Antonietta Delllisanti, 54enne di Torino.

Entrambi sono imputati per l’attività di gestione di rifiuti non autorizzata (abbandono illecito di rifiuti e discarica abusiva). La richiesta di decreto chiama anche in causa, quale ente responsabile dell’illecito amministrativo dipendente dai reati commessi dal legale rappresentante e dal Direttore tecnico, proponendo al giudice una sanzione da 64.500 euro. L’invocazione di condanna indica pure quanti (e quali) rifiuti “eterogenei tra loro e non compatibili con la classe di appartenenza della discarica, nonché con l’autorizzazione rilasciata” siano stati “ripetutamente ed in maniera sistematica” conferiti a Pompiod dal 2018 all’agosto 2019 (durante le indagini, è stata effettuata anche una consulenza tecnica, tesa alla campionatura del suolo e alla caratterizzazione dei rifiuti).

I conferimenti incompatibili

Parliamo, per essere precisi, di: 346,48 tonnellate di terra e rocce da scavo, contaminate da mercurio; 193,49 tonnellate di scorte di fusione, conferite da una ditta di Orbassano, con valori di concentrazione superiori ai limiti autorizzati per antimonio e fenolo; 659,2 tonnellate di pietrisco per massicciate ferroviarie, provenienti dal cantiere della stazione di Ivrea (Torino) e contenenti fibre di amianto crisotilo; 312,76 tonnellate di scorie non trattate, provenienti dal cantiere delle ex Fornaci Beretta di Garbagnate Milanese, presentanti valori di ph tali da rendere il rifiuto pericoloso (e quindi incompatibile con la discarica per inerti).

Ed ancora: 1.765,5 tonnellate di rifiuti da desabbiamento (giungenti dal cantiere Ricotti di Liscate, nel milanese), con idrocarburi pesanti e oli minerali superiori ai limiti autorizzativi; 205,08 tonnellate di pietrisco per massicciate ferroviarie, dal cantiere della tratta ferroviaria Trofarello-Carmagnola, contenenti fibre di amianto (la prima caratterizzazione di tale rifiuto effettuata dal produttore segnalava il superamento del valore di concentrazione limite di 1.000 mg/kg). Sostanze pericolose che, per quanto non dovessero arrivare ad Aymavilles, non sono state rinvenute – a quanto si apprende – in quantitativi nocivi per la salute umana.

Due richieste di archiviazione

Per due richieste di condanna, c’è da registrare anche la chiusura della vicenda giudiziaria senza conseguenze per altrettanti implicati nelle indagini. Si tratta di Silvio Cuneaz (ex gestore, cui fa capo la “Monte Bianco Spurghi sas”) e del già assessore alla sanità al Comune di Coiro (Torino) Fabrizio Zandonatti, legale rappresentante dell’azienda piemontese “Agrigarden Ambiente Srl” e che aveva in passato interloquito con il Comitato “Discarica sicura” costituito dagli abitanti di Pompiod. Dalle indagini non sono emersi profili di loro responsabilità nel deposito di rifiuti incompatibili, quindi il pm ha chiesto al Tribunale l’archiviazione delle rispettive posizioni. E’ caduta anche l’ipotesi, formulata inizialmente, di inquinamento ambientale.

Un abuso d’ufficio per “aiutare” i gestori

Le indagini dei forestali e dei finanzieri si sono concentrate anche sul perché Pompiod fosse divenuta l’oasi dello smaltimento e la risposta è nella contestazione di abuso d’ufficio mossa all’ex dirigente della Struttura attività estrattive, tutela delle acque e gestione rifiuti della Regione Valle d’Aosta, Ines Mancuso, 60 anni, di Aosta. Per la Procura è lei ad aver “procurato intenzionalmente” alle due società che si sono succedute nel sito “un ingiusto vantaggio patrimoniale”, avendo consentito loro di “gestire, di fatto, una discarica per rifiuti speciali non pericolosi”, anziché una per meri inerti, “percependo i conseguenti maggiori profitti”.

Gli inquirenti hanno fatto anche un po’ di conti, a tal proposito. Per la “Monte Bianco Spurghi sas” (proprietaria del sito e primo gestore fino al 2012) li ritengono costituiti dal canone d’affitto del ramo d’azienda ceduto a “Ulisse 2007 srl”, stimato in circa 57.315 euro, e, per l’azienda che ha raccolto il testimone dalla precedente, dai proventi della gestione, calcolati in almeno 74.089 euro. Non delle cifre per cui una vita possa svoltare, ma il punto con i soldi è sempre quanta fatica fai a guadagnarli. In questo caso, agli inquirenti non sembra essercene voluta troppa.

Gli atti ritenuti privi di interesse pubblico

La tesi accusatoria è che Mancuso abbia sottoscritto diversi provvedimenti autorizzativi (o curato la loro istruttoria ed approvazione dai competenti organi) “in contrasto con i pareri tecnici formulati da Arpa Valle d’Aosta ed in assenza di un interesse pubblico idoneo a giustificarli, carenti della necessaria imparzialità e volti a soddisfare meri interessi privatistici dei destinatari”. Di che atti si parla? L’informazione di garanzia notificata all’indagata (che dispone ora dei 20 giorni per chiedere di essere sentita, oppure depositare memorie, o documentazione utile a chiarire la sua posizione) li elenca nel dettaglio, soffermandosi pure su come sarebbero stati favoriti i gestori.

Il provvedimento dirigenziale 4225 del 15 settembre 2010, di autorizzazione alla “Monte Bianco Spurghi sas” all’esercizio della discarica (poi volturata alla “Ulisse 2007”), è quello che ha stabilito il conferimento di 128 tipologie di rifiuti, in luogo degli 8 precedenti, di cui 45 polverizzati. Agli occhi degli inquirenti si pone in evidente contrasto con la previsione di una deliberazione della Giunta regionale del 1998 (relativa all’autorizzazione originaria), che vietava il conferimento “di qualsiasi altra tipologia di rifiuto, nonché di materiali polverulenti soggetti al trasporto eolico”.

Attuando l’ampliamento del conferimento, nella ricostruzione inquirente Mancuso avrebbe accolto in toto le richieste di Cunéaz, “così realizzando un impianto del tutto nuovo”, in violazione del decreto legislativo del 2003 con cui l’Italia ha recepito la direttiva europea in materia di discariche di rifiuti (visto che “il richiedente non aveva allegato la necessaria documentazione, indispensabile per il rilascio dell’autorizzazione”), nonché di una legge regionale del 2009 (dal momento che il provvedimento “è stato emanato in assenza della procedura finalizzata alla Valutazione d’Impatto Ambientale”).

Si arriva poi alla deliberazione della Giunta regionale 909 del 2016 – di cui la dirigente oggi in pensione, annotano gli inquirenti, ha curato “la redazione materiale del testo e l’istruttoria”, in qualità di responsabile unico del procedimento – avente per oggetto l’approvazione del progetto definitivo presentato dalla “Monte Bianco Spurghi sas” per l’adeguamento tecnico della discarica e con la quale “veniva apportata una modifica sostanziale” all’impianto, concedendo al gestore di smaltire 19 tipologie di rifiuti in deroga ai limiti nell’eulato di cui alla legislazione nazionale. L’addebito all’indagata è di aver omesso di procurare, prima della delibera, la necessaria Valutazione d’Impatto Ambientale.

Rigore crono-narrativo (anche se non risultano essere stati chiamati in causa, al momento, per eventuali elementi di responsabilità) esige che si menzioni come l’Esecutivo che ha adottato l’atto fosse presieduto da Augusto Rollandin (Union Valdôtaine) e composto dagli assessori Aurelio Marguerettaz (Union Valdôtaine), Mauro Baccega (allora ancora in Stella Alpina), Luca Bianchi (Union Valdôtaine), Raimondo Donzel (Partito Democratico), Ego Perron (Union Valdôtaine), Emily Rini (al tempo nell’ Union Valdôtaine), Renzo Testolin (Union Valdôtaine) e Laurent Viérin (Union Valdôtaine Progressiste).

Infine, attraverso il provvedimento dirigenziale 3242 del 12 giugno 2018 (periodo della riapertura), Mancuso “accoglieva, nuovamente, le richieste di ‘Ulisse 2007 srl’, relativamente alla ulteriore possibilità di smaltire rifiuti in deroga”, ma così facendo – si legge nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari – contravveniva “ancora una volta al parere tecnico in senso contrario espresso da Arpa” ed agiva in violazione delle norme di legge perché l’atto risulta emesso “in assenza della prescritta valutazione di impatto ambientale e volto a soddisfare unicamente interessi di natura privata”.

L’induzione indebita sulla discarica di Brissogne

I grattacapi giudiziari, per la ex dirigente regionale, non si limitano però a Pompiod. Indagando (documentazione era stata acquisita sia negli uffici di piazza Deffeyes, sia in società fuori dalla Valle d’Aosta), Forestali e “Fiamme gialle” si sono imbattuti in un episodio che le è valso l’accusa di induzione a dare e promettere utilità, in concorso con Antonio Romei, 64 anni di Lucca, legale rappresentante della “Enval Srl”, società che dal 1° gennaio di quest’anno gestisce la discarica di Brissogne. La Procura ritiene che la donna, abusando “del potere di revocare o far revocare l’autorizzazione all’esercizio” dell’impianto, avrebbe spinto il titolare dell’azienda ad assumere due suoi conoscenti.

La discarica resta sotto sequestro

Tornando ad Aymavilles, per chiudere il quadro dell’inchiesta resta da dire che la discarica rimane bloccata. Il sequestro scattato alla fine dell’anno scorso (che aveva resistito all’impugnazione di due indagati) era di natura probatoria, finalizzato cioè ad avere a disposizione il sito per procedere agli accertamenti tecnici mirati a capire cosa si trovasse nel suolo. Conclusa la consulenza, ritenendo sussistere i reati contestati, il pm Menichetti ha disposto il 24 maggio di quest’anno un sequestro d’urgenza, mirato ad impedire le conseguenze degli addebiti mossi agli indagati (considerato soprattutto l’aspetto ambientale della vicenda), nonché la loro reiterazione.

Il Gip del Tribunale, Giuseppe Colazingari, lo ha convalidato il 5 giugno scorso, considerando che “ricorre il ‘fumus’ del reato per cui si procede, sussistendo concreti e persuasivi elementi di fatto, quantomeno indiziari che consentono di ricondurre l’evento punito dalla norma penale alla condotta degli indagati”. Dalla consulenza tecnica svolta emerge “che sono stati effettivamente riscontrati rifiuti incompatibili con una discarica per inerti, in particolare per la presenza di amianto, antimonio e fenoli”, così come il fatto che “i rifiuti contenenti amianto non possono essere smaltiti nella discarica in questione, dove tuttavia sono state trovate tracce diffuse di amianto”.

Concludendo…

A chiusura di questo dossier restano da dire poche cose. La prima è che si tratta di procedimenti penali, la cui evoluzione è da seguire e, fino al pronunciamento di una sentenza definitiva, vige la presunzione di non colpevolezza per tutti gli implicati. Altrettanto importante sarà vedere se dal lavoro della Procura distrettuale emergesse uno scenario tale da andare oltre le accuse sinora emerse. L’inchiesta di via Ollietti ha evidenziato la movimentazione di partite di rifiuti significative e l’ipotesi di attività organizzate per lo smaltimento illecito (introdotta nel Codice penale dal marzo 2018, con una logica intermedia tra il concorso di persone in un reato e l’associazione per delinquere) è tanto inquietante quanto rispondente alla moderna fisionomia delle consorterie criminali.

Dopodiché, andando oltre l’aspetto delle eventuali responsabilità (circoscritto agli indagati), della vicenda non si può non ribadire, come fatto alcuni mesi fa su queste stesse colonne, l’aspetto che tocca le istituzioni regionali. Se non si può che essere soddisfatti che le domande poste dal Comitato, a nome di 1.200 valdostani, abbiano trovato una prima serie di risposte nell’esito delle investigazioni, non vi è però dubbio che buona parte di esse dovesse giungere a suo tempo dalla politica, che ancora una volta (eccezion fatta per una risoluzione approvata in Consiglio Valle e la conseguente diffusione di alcune campionature nel novembre 2019, ma tardiva come alcune vendemmie nei dintorni della discarica) ha brillato per “distrazione”. Se colpevole o ingenua, purtroppo, non ci sarà inchiesta in grado di stabilirlo.

2 pensieri su “Dossier Pompiod: tutte le accuse della Procura per la discarica dalle deroghe “uniche in Italia”

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