Covid-19, l’“ora zero” della Valle: quando le autorità invitarono i turisti nella regione “ideale e sicura”

Ve la ricordate la fine di febbraio? Sembra passata un’era geologica, ma sono poco più di tre mesi. Il 21 – è un venerdì – Mattia, il “paziente uno” Covid-19 di Codogno (Lodi), viene ricoverato con una polmonite d’intensità mai vista e a Vo’ Euganeo, nel padovano, emergono altri due casi, uno dei quali muore prima della fine della giornata. Fino a quel momento, nonostante i 1.000 decessi fatti registrare in Cina da dicembre, il nuovo Coronavirus non aveva destato particolari preoccupazioni alle nostre latitudini (per quanto la dichiarazione dello stato d’emergenza, da parte del Governo, risalisse al 1° febbraio 2020) e la vita del Paese se n’era andata nell’italica routine, con Renzi a minacciare battaglia sulla prescrizione del processo penale.

Divampa il rogo del contagio

Dal giorno dopo, l’incubo si palesa, repentino come un terremoto, rapido come una fiamma che incontra benzina: i contagiati salgono a 76. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte istituisce le “zone rosse” nei due focolai e, nel giro di ventiquattr’ore, le scuole chiudono in sei regioni del nord. In Valle d’Aosta, la stagione dello sci è nel vivo, sospinta da un innevamento come non si vedeva da tempo, ma soprattutto impazza (anche se non è ancora aperta formalmente) la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Valle. L’appuntamento con le urne è per il 19 aprile. Anche qui, però, si presentano dei casi sospetti di Covid-19: il 23 febbraio le autorità regionali ne comunicano quattro, sottoposti a test, “che provengono, o hanno avuto contatto con la zona del focolaio”.

Tre sono in ospedale, in isolamento, uno a casa. Nei giorni prima, si apprende, altri due tamponi erano stati effettuati con esito negativo. Viene costituita un’Unità di Crisi e istituiti due appuntamenti quotidiani con la stampa sull’andamento epidemiologico. Ad aggiornare i giornalisti sono soprattutto il presidente della Regione Renzo Testolin e il direttore del Dipartimento emergenza, rianimazione ed anestesia dell’Usl (che poi diverrà Coordinatore sanitario per l’emergenza) Luca Montagnani. Dall’inizio, il loro approccio è: “la situazione è sotto controllo”. Parole corroborate, nel giro di poco, dagli esiti negativi di tutti i tamponi effettuati.

Paura? E’ l’“impatto mediatico”

Montagnani, all’incontro stampa alle 13 del giorno seguente, lunedì 24, spiega che “il coronavirus è una patologia che nella maggior parte dei casi ha una risoluzione benigna […] che ha una letalità molto bassa rispetto a virus che ci sono stati in passato, pensate solo all’H1N1 con una letalità del 19%, quindi molto alta”. Certo, “la popolazione ha paura perché c’è un grande impatto mediatico di questa vicenda”, ma “attualmente in Valle mi sento con le opportune limitazioni del caso in base all’evoluzione che sta avendo in tutta l’Italia la patologia di tranquillizzare le persone che vengono qua sia per fare turismo, sia che ci vivono o che ci lavorano”.

Salvaguardare le opportunità di venire in Valle”

In quel momento, nel resto d’Italia sono confermati 229 contagiati e si registrano 6 vittime. I media parlano ininterrottamente del virus di cui poco, o nulla, si sa. Una cosa, però, per la politica regionale, è certa: qui il contagio è zero e i giornalisti contribuiscono a spaventare la gente. Testolin, alle ore 18 del 25, chiarisce il concetto dicendo che “è giusto che le informazioni vengano date per quello che devono essere date, con la giusta celerità, due volte al giorno è un tempo corretto”. Poi, però, “bisogna, diciamo, salvaguardare quello che sono le opportunità di venire in Valle d’Aosta in questo momento assolutamente sicura…”.

Montagnani, allo stesso tavolo, gli fa eco: “se io fossi un turista e adesso dovessi scegliere un posto dove andare in vacanza verrei proprio in Vale d’Aosta perché un sistema così strutturato, che mi garantisca di entrare in Pronto Soccorso senza entrare in contatto con un paziente possibile sospetto di Coronavirus, non so quante regioni l’hanno messo in piedi in così poco tempo”. “Lockdown” è ancora una parola inglese sconosciuta e, di fronte ai numeri di quel momento, malgrado oltre il 50% dei contagi nazionali sia in Lombardia (a meno di due ore di auto dalla Valle), le autorità regionali appaiono preoccupate soprattutto dalle ricadute sull’economia locale, in particolare la perdita di presenze nei comprensori turistici.

La “destinazione sicura e ideale”

Tant’è che il 27 febbraio, quando i contagiati nel resto d’Italia sono diventati 650 (e le vittime 17), un comunicato stampa del Governo regionale informa “gli ospiti presenti in Valle e quelli che hanno intenzione di raggiungere la regione” che “la Valle d’Aosta è una destinazione sicura e ideale per trascorrere una vacanza di divertimento e di relax”. La scheda informativa, trilingue, viene inviata a tutti gli operatori del turismo, con l’invito dell’amministrazione di piazza Deffeyes a “condividere sui propri siti internet e sui canali social, affinché possa raggiungere la massima diffusione”.

Testolin torna sul tema alla conferenza stampa delle 18, sottolineando che “è il momento di fare, come dire, gruppo, per riuscire a sfangare questo momento che è evidentemente un po’ difficile”. Non lo è “per colpa delle scelte che sono state adottate” – anzi, quelle “sul nostro territorio sono state sempre di attenzione nel non creare delle situazioni, diciamo, di enfasi o di preoccupazione” – quanto “per una situazione che è sfuggita di mano, diciamo, a livello nazionale, che ha dato adito a preoccupazioni importanti nell’opinione pubblica in generale, soprattutto quella estera”.

L’assalto agli impianti sciistici

Insomma, nel lembo di nord-ovest senza casi le mani di chi è al timone sono salde sulla barra, quindi bando agli allarmismi. La settimana successiva però, il 5 marzo, la Valle d’Aosta conta i primi tamponi positivi. Qualche crepa inizia ad aprirsi nel muro delle certezze. Non solo, nel week-end arriva la dimostrazione pratica che il messaggio mandato al resto del Paese (dove il virus fa paura eccome e la gente coglie al balzo l’opportunità di “scappare”) è stato ricevuto forte e chiaro. Sabato 7 il cielo è terso e la temperatura è gradevole. I social si popolano con le foto delle stazioni sciistiche della regione prese letteralmente d’assalto (come quella in apertura, da Facebook), con code infinite agli impianti e le seconde case che si riempiono.

Eppure, tra le poche cose note sul Covid-19 ci sono sia la subdola pericolosità dei contagiati asintomatici, sia la trasmissione del virus tramite i “droplet” del respiro, quindi le chances di infezione s’impennano a distanza ravvicinata. A sera, gli addetti in turno alle biglietterie raccontano di sciatori pronti a ridere in faccia a chi gli faceva notare il rischio. I numeri del contagio, intanto, decollano anche in Valle. La meta “ideale e sicura” evapora. Le autorità cambiano registro: gli impianti di sci abbassano la serranda dall’8 e i turisti, tanto agognati appena prima, vengono invitati il 10 marzo “a tornare al proprio domicilio”, per dare respiro ad un sistema sanitario composto da un solo ospedale, il “Parini” di Aosta.

Da quel momento la cifra dei contagiati sarà in costante ascesa: ad oggi ha raggiunto quota 1.191, con 1.011 guariti e 144 decessi. Nelle settimane più “calde” per la sanità valdostana si è arrivati a oltre 20 ricoverati in terapia intensiva e i reparti dedicati ad altre patologie sono stati chiusi in serie, per ricavare unità Covid-19. A lungo, il numero di contagiati in rapporto alla popolazione è stato secondo solo a quello della Lombardia. Decine di famiglie valdostane hanno tragicamente familiarizzato con l’impossibilità di salutare per l’ultima volta i loro cari scomparsi. Non riuscendo ad essere accolte tutte contemporaneamente dal forno crematorio del cimitero di Aosta, tanto sostenuto era il ritmo dei decessi, le salme sono state ricoverate in un hangar dell’aeroporto “Corrado Gex”, a Saint-Christophe.

Presidente e Coordinatore indagati

Il resto è cronaca, dal “lockdown” nazionale del 10 marzo, con il blocco della mobilità interregionale quale “trave portante”, alla “riapertura” del 18 maggio, quando i dati hanno iniziato a dare respiro al Paese. In un contesto del genere, quanto hanno influito quegli inviti iniziali a venire in Valle, nonostante la pandemia stesse scoppiando in altre regioni? Se lo è chiesto la Procura di Aosta, che ha iscritto il presidente Testolin e il dottor Montagnani nel registro degli indagati per quelle frasi, con l’ipotesi di “diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose” (art. 656 del Codice penale). Gli accertamenti condotti dal pm Francesco Pizzato si sono chiusi, il 3 giugno scorso, con la richiesta al Gip del Tribunale di archiviare il procedimento. Tuttavia, la sua analisi è degna di nota per motivi che oltrepassano la sfera penale.

Per il sostituto del procuratore capo Paolo Fortuna, dalla lettura delle dichiarazioni delle due figure “emerge come le informazioni da loro comunicate all’opinione pubblica fossero erronee e addirittura potenzialmente pericolose per la salute pubblica”. Esse “hanno senza dubbio condotto all’adozione di comportamenti poco prudenti” e “favorito l’afflusso in Valle d’Aosta di turisti provenienti da zone d’Italia in cui vi era, già nel periodo fine febbraio 2020/inizio marzo 2020, una significativa presenza del virus”. Con ciò, “forse – in termini di astratta ipostatizzazione concettuale – se non agevolando, non pare potersi dire efficacemente inibendo l’arrivo nel territorio regionale di soggetti già affetti dal coronavirus Covid-19”.

In questa prospettiva, “le condotte tenute dagli indagati si appalesano senza dubbio connotate da un apprezzabile grado di negligenza e imprudenza”, specie considerando che “esse sono state tenute da un soggetto che riveste la carica apicale nel governo regionale e la qualifica di Prefetto”, nonché “da un professionista che ha una specializzazione nel settore medico”. Oltretutto, quelle dichiarazioni “sono state rese dopo che il Governo italiano aveva già dichiarato lo stato di emergenza sanitaria per l’epidemia da Coronavirus”. La richiesta di archiviazione è motivata dal fatto che, ad avviso della Procura, non sono ravvisabili gli estremi del reato ipotizzato, “giacché le informazioni rese dagli indagati, seppure erronee, non hanno determinato un turbamento dell’ordine pubblico”.

Legittimità è sempre opportunità?

Conclusioni che fanno della vicenda un caso di scuola sulla differenza tra responsabilità penali ed etica dell’azione, o – per essere più chiari – tra illegittimità conclamata e senso dell’opportunità. Il Capo dell’Esecutivo e il Coordinatore sanitario dell’emergenza non andranno a processo, perché non hanno violato la legge. Tuttavia, l’ufficio inquirente certifica, dopo le sue valutazioni, che hanno veicolato alla popolazione messaggi errati, addirittura non privi di pericoli per chi li ha ricevuti. Basterebbe già, ma il Pubblico ministero aggiunge perfino che lo hanno fatto con “negligenza e imprudenza”. È accettabile da chi riveste ruoli del genere?

La risposta è no, considerando oltretutto che il Presidente della Regione (incaricato anche di funzioni prefettizie) ha nella salute pubblica il massimo bene da tutelare e che da un medico con la responsabilità dei reparti ospedalieri di “prima linea” ci si aspetterebbe un approccio cauto alla diffusione di una patologia poi dichiarata “pandemia” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’assegnazione, per mano di un organo giudiziario, di una tale “patente”basterebbe, in un Paese dal sentire etico concreto, per uno spontaneo passo indietro da parte degli interessati. Questione di riconoscere di aver tenuto condotte non all’altezza della situazione e del profilo rivestito, benché non illegittime, scusarsi, ringraziare e salutare, firmando una lettera di dimissioni.

Manuale di autodifesa del cittadino

Non accadrà, perché non è nel dna dell’Italia (vedi anche gli “aperitivi” di Sala e Zingaretti nella “Milano che non si ferma”) e meno ancora fa parte di quello della Valle d’Aosta. È vergognoso, ma rappresenta dato ormai acquisito, nel Paese di chi si ritrova case con vista sul Colosseo “a sua insaputa”. A questo punto, al cittadino che già ha visto aumentare i rischi di contagio, perché favorito nell’“adozione di comportamenti poco prudenti” dalle parole dei massimi esponenti dell’emergenza Covid-19 nella regione (che avrebbero dovuto proteggerlo), quale arma resta per difendersi? Solo una. Ricordare tutto. Ogni parola di esponenti pubblici, sull’epidemia e non (le vicende giudiziarie più recenti, vedi “Geenna” ed “Egomnia”, pongono con prepotenza un tema di qualità della classe dirigente locale).

Dopodiché, essere conseguente non appena la parola passerà a lui. Le elezioni regionali, slittate per la pandemia, non sono ancora state (ri)fissate, se non individuando un arco temporale tra settembre e ottobre prossimi. Molti dei mali della Valle d’Aosta derivano dalla “memoria corta” dei suoi elettori, favorita anche dalla “campagna elettorale permanente” degli eletti, o da un’espressione di voto inerziale nel tempo (premiando fideisticamente l’appartenenza alla lista “à la page”, anziché le qualità personali). Il momento storico e la preferenza unica, che entrerà in vigore nell’imminente tornata, rappresentano antidoti strutturali ad entrambi i fenomeni, ma prima di tutto viene la volontà di chi vota. Scegliere, oltre ad essere assai gratificante, resta il modo più efficace per ribadire che la Valle d’Aosta merita una guida dotata di senso delle istituzioni maggiore di quella attuale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...