Ndrangheta in Valle, inizia il processo “Geenna”: le risposte arrivate dall’inchiesta e quelle che non giungeranno dall’aula

Processo “Geenna” sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Valle, domani si inizia. Alla sbarra al Tribunale di Aosta ci saranno i cinque imputati che hanno scelto il cammino più complesso, il dibattimento ordinario, sia perché destinato a protrarsi per svariate udienze (il cammino dei quattordici che hanno optato per riti alternativi, iniziato nel dicembre 2019, è agli sgoccioli, ma senza oltre due mesi di “lockdown” sarebbe finito a marzo), sia perché avendo carattere pubblico vedrà fatti, circostanze e persone, quindi intere pagine di vite, finire “in piazza”.

Strategia, quella di difendersi nel procedimento, propria di chi è profondamente animato dalla non illiceità delle proprie condotte, tanto da ritenere di convincerne il collegio giudicante. Il Tribunale di Aosta, per l’occasione, schiera tre dei suoi magistrati più “navigati”: il presidente Eugenio Gramola con i giudici Marco Tornatore (addetto di “lungo corso” al dibattimento monocratico) e Maurizio D’Abrusco (Gip/Gup per diversi anni, con vari procedimenti delicati atterrati sulla sua scrivania). Chi li ha visti in azione in passato sa quanto li spinga il non lasciare trascinare in eterno una causa, senza però comprimere oltre il dovuto esami e controesami delle parti.

Sa anche che parliamo del trittico autore delle sentenze di condanna dalle pene più alte viste in Valle negli ultimi anni, relative soprattutto a casi di violenze e maltrattamenti familiari, o nei confronti dell’ex au del Casinò Luca Frigerio per i finanziamenti erogati dalla Regione alla Casa da gioco, con tanto di maxi-risarcimento di 120 milioni di euro a carico dell’imputato. Ovviamente, nelle udienze da domani sarà parecchio diverso: si parlerà di aver costituito e gestito una “locale” di ‘ndrangheta ad Aosta, fattispecie che si regge su elementi molto più fluidi e cangianti rispetto a reati in cui possono essere portati a prova referti medici ed accertamenti contabili.

Per parte sua, il pm Stefano Castellani della Dda di Torino non mancherà di dare battaglia – con lo stile asciutto e preciso già visto ad Aosta nel processo in cui ha “portato a casa” oltre sessant’anni di carcere per cinque imputati di un traffico internazionale di stupefacenti – valorizzando ogni elemento probatorio offertogli dai Carabinieri del Reparto Operativo del Gruppo Aosta. I militari del Nucleo Investigativo hanno lavorato per oltre quattro anni (il blitz con gli arresti era scattato il 23 gennaio 2019), incrociando centinaia di intercettazioni telefoniche, approntando appostamenti e pedinamenti in tempo praticamente reale e cercando di non lasciare nulla d’intentato, incluso il frugare nei rifiuti depositati da un indagato, alla ricerca di una prova.

Nella fisionomia che emerge dal lavoro inquirente, la #ndranghetaVdA era diversa nelle manifestazioni esteriori, ma non nel merito, da quella in azione in Calabria. La “locale” di chez nous (alla sbarra, con l’accusa di esserne sodali, ci sono il ristoratore Antonio Raso, il dipendente del Casinò Alessandro Giachino e il suo collega e consigliere comunale sospeso ad Aosta Nicola Prettico, tutti e tre ancora in carcere) non poteva permettersi la violenza (celebre il “qui se fai cinquanta estorsioni ti denunciano in cinquantuno” sentito dai Carabinieri in una vecchia indagine sul fenomeno), ma riuscita comunque ad imporre professionisti ed artigiani ad essa vicini per lavori. E, soprattutto, “parlava” con la politica. Nella stessa accezione che il termine presenta nel patois valdostano, quella per cui Romeo parlava con Giulietta.

E’ il capitolo dell’inchiesta che coinvolge il consigliere regionale sospeso Marco Sorbara (a giudizio per fatti relativi a quando era assessore alle politiche sociali al comune di Aosta) e l’ex assessore alle finanze del comune di Saint-Pierre Monica Carcea, imputati per concorso esterno nel sodalizio criminale ed entrambi ai “domiciliari” (anche se per il primo ci sono volute sei istanze, con valutazioni della Corte di Cassazione e della Sezione del Riesame che costitusicono scogli non da poco sul suo cammino processuale). Per la Dda, incassato il sostegno elettorale della “locale” nella tornata elettorale del 2015, si “sdebitavano” perseguendone gli interessi nell’attività amministrativa e offrendo agli affiliati informazioni sull’attività degli organi in cui sedevano.

E’ anche il filone d’indagine che, malgrado manchi ancora una sentenza, ha avuto sinora conseguenze deflagranti. Nei due Municipi sono sbarcate le commissioni d’accesso antimafia del Ministero dell’Interno e il Consiglio comunale di Saint-Pierre è stato sciolto (e si costituirà parte civile, assieme a quello di Aosta, alla Regione e all’associazione “Libera Valle d’Aosta”). In piazza Deffeyes, l’evoluzione dell’inchiesta “Geenna”, cioè “Egomnia”, relativa al condizionamento ndranghetista delle elezioni regionali 2018, ha portato alle dimissioni dei quattro politici indagati (l’ex presidente della Regione Antonio Fosson, gli allora assessori Laurent Viérin e Stefano Borrello e il già consigliere Luca Bianchi), facendo precipitare il Consiglio Valle in una crisi irrisolta, tale da decretare il ritorno alle urne, posticipato per l’emergenza Covid-19 (affrontata quindi con organi istituzionali depotenziati nello spirito e nella sostanza).

Fatti che i difensori leggono in modo ovviamente diverso, riconducendoli ad una campagna elettorale piena di veleni, con candidati che non facevano altro che il loro mestiere (andare a caccia preferenze) e un coefficiente di millanteria e “cameraderie” da parte dei supposti boss. Improvvidi sì, ‘ndranghetisti no, insomma. Peraltro, se un processo può raggiungere momenti di brillantezza nelle arringhe difensive, l’aspettativa su Geenna è elevata. Tra gli avvocati in pista si annoverano infatti professionisti di fama nazionale, come Raffaele Della Valle (già a fianco del presentatore Enzo Tortora e della modella americana Terry Broome nelle rispettive vicende giudiziarie), e nomi storici del foro di Aosta, come Corrado Bellora, Nilo Rebecchi e Claudio Soro (che potrebbe trovare in queste udienze il culmine di una lunga carriera), assieme a giovani che si cimenteranno con la loro prima causa davvero importante, vedi Ascanio Donadio e Pasquale Siciliano.

Avendo scelto il dibattimento ordinario la loro carta principale per contrastare i colpi del pm saranno i testimoni. La lista supera quota 150, ma l’accusa non ne ha citati più di un terzo. Tutto il resto sono persone chiamate dai difensori a riferire, tra l’altro, di come nelle cene a “La Rotonda” (il locale di Raso), non si discutessero affatto progetti criminali, tanto che buona parte di Aosta ci andava, compresi esponenti delle forze dell’ordine e della politica. Quanto a quest’ultima, nomi di rilievo del presente e del passato sfileranno per entrare nel merito del “clima avvelenato” di quella caccia all’ultimo voto e di come l’interlocuzione con alcuni soggetti non fosse diversa da tanti colloqui che un eletto intrattiene quotidianamente.

Riusciranno a convincere la Corte? Lo si saprà solo quando il collegio entrerà in aula (modificata con plexiglass ed altri accorgimenti per tenere lontana la pandemia) per l’ultima volta, per leggere la sentenza. Fino ad allora vige, per tutti, la presunzione di non colpevolezza. Nell’inchiesta Geenna ed in Egomnia ci sono però – chi scrive lo ha ribadito a più riprese – alcuni elementi che sono dati di fatto, non opinioni, ai quali, in una lettura sociale (che è cosa opportuna e ben diversa dalla materia del processo, ovviamente circoscritto al perimetro degli imputati e dei fatti loro contestati), non si può certo attribuire valore commendevole.

Tra questi il fatto che tre funzionari dello Stato abbiano ritenuto sussistere i presupposti per commissariare un ente locale, valutandone il condizionamento da parte del crimine organizzato, nonché la disponibilità al contatto e al dialogo tra esponenti di primo piano dell’amministrazione regionale (in particolare, un Presidente di Regione, incaricato quindi anche di funzioni prefettizie) e individui di cui era nota la natura di pregiudicati, per spaccio di stupefacenti. Lasciando da parte, perché ci avventuriamo su un campo etico-morale e quindi purtroppo sempre più soggettivo (mentre dovrebbe rappresentare patrimonio comune), l’inclinazione a considerare l’assegnazione di posti di lavoro e l’accesso a misure come le case di edilizia residenziale pubblica quali strumenti per il raggiungimento di consenso elettorale, anziché diritti alla portata di chiunque ne avesse i titoli.

Se ad Aosta c’era una “locale” di ‘ndrangheta – contestata per la prima volta nella storia giudiziaria della Valle, anche grazie a un'”accresciuta sensibilità degli inquirenti”, avevano spiegato i Carabinieri – lo stabilirà il processo (e nel mentre si saprà cosa ne pensa il Gup di Torino, per i presunti sodali a giudizio con l’abbreviato, come Marco Fabrizio Di Donato, suo fratello Roberto Alex, Francesco Mammoliti e Bruno Nirta), ma che ci fosse una politica fuori da ogni controllo di partiti ed apparati tecnici e pronta ad agire senza preoccuparsi di chi le procurassequel consenso più bramato dell’ossigeno da un malato di Covid-19 ce lo ha già detto l’inchiesta.

E su questo una riflessione sarebbe potuta cominciare ben prima dell’inizio del processo, ma non è accaduto. Chi poteva avviarla ha speso qualche parola di circostanza, preso tempo, preferito aspettare. Chissà se è consapevole (o se siamo di fronte all’ennesimo calcolo cinico di una classe dirigente ormai assorbita dal procrastinarsi in eterno) che si tratti dell’unica risposta destinata a non arrivare da quell’aula. Ingenuità o malafede, l’importante, alla fine, è che ne prendano coscienza i valdostani. L’infiltrazione della ‘ndrangheta nei gangli vitali della regione ci riguarda, maledettamente ed indistintamente, tutti.

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