Essere Capaci (a chiamare ogni cosa con il suo nome)

“La Mafia si combatte con la cultura” si leggeva sullo striscione scritto ed esposto dai ragazzi di un istituto scolastico aostano, in occasione dell’ultimo anniversario della strage di Capaci. Nulla di più vero (e ci sarà speranza finché esisteranno degli studenti desiderosi di affiggere il loro pensiero alla facciata di una scuola), ma non può esistere cultura degna di tal nome senza onestà intellettuale. Così, nel celebrare i ventotto anni dell’attentato in cui morirono il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, diventa basilare mettere in guardia dalla retorica, quale peggior nemica della memoria lucida.

La celebrazione finalmente degna

Falcone, prima di perdere la vita per mano di “Cosa nostra”, non ebbe diritto a un trattamento riguardoso dalla sua stessa categoria. I colleghi, a più riprese, gli voltarono le spalle, senza risparmiarsi il ricorso a delegittimazione e calunnia. E’ storia fatta di episodi precisi e cristallizzati, per quanto non più vicinissimi nel tempo (elemento che purtroppo ne facilita la rimozione, soprattutto agli occhi di chi non li ha visti accadere). Eppure, per sentirla in termini fedeli nell’aula del Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ci sono voluti, appunto, ventott’anni.

E se, durante la cerimonia tenutasi due giorni fa, non fossero intervenute due toghe che il crimine organizzato l’hanno combattuto in prima linea – come l’ex pm di Palermo Nino Di Matteo, che ha retto l’accusa nel processo sulla Trattativa tra pezzi di Stato e la mafia, e il già procuratore aggiunto a Catania e Messina Sebastiano Ardita, esperto di legami tra associazioni malavitose e alta finanza – forse nemmeno quest’anno sarebbe andata tanto diversamente dal passato. Capaci come “uno dei momenti di massima violenza eversiva dell’attacco della mafia allo Stato” e Falcone “presente nella vita di ognuno di noi” erano infatti state le parole del vicepresidente David Ermini e del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi.

Piene di verità, per carità, ma mancanti di una faccia della medaglia, quella più delicata per le persone che siedono in quel consesso. Sicché Di Matteo, prendendo la parola, ha sottolineato che: “A coloro che hanno perduto la loro vita per gli ideali di libertà e giustizia ai quali avevano improntato tutta la loro esistenza, dobbiamo il rispetto della memoria e della verità”. Sulla stessa lunghezza d’onda Ardita, membro togato del Consiglio per Autonomia e Indipendenza (come Di Matteo), che ha ammonito i colleghi poco dopo: “Dobbiamo essere coerenti e non ipocriti ricordando Falcone”.

“Memoria – ha aggiunto Di Matteo, assurto di recente alle cronache per la polemica con il ministro Alfonso Bonafede – significa anche conoscenza e consapevolezza di un dato di fatto incontestabile: Giovanni Falcone, prima di essere ucciso dal tritolo mafioso, venne più volte delegittimato, umiliato e così di fatto isolato anche da una parte rilevante della Magistratura e del Consiglio Superiore”. Ardita, invece, è entrato nel merito di come “quella di Giovanni Falcone fu una storia di solitudine, di sconfitte, di tradimenti subiti dentro e fuori la magistratura. Dovette difendersi dal Csm. Venne isolato, calunniato, accusato di costruire teoremi, mentre svelava i rapporti tra Cosa nostra ed il potere. Gli venne contestato protagonismo, presenza sui media, di collaborare col governo, non fu eletto al Csm”.

L’episodio simbolo delle difficoltà incontrate dal magistrato palermitano risale al 1988. Dopo il “maxiprocesso”, Antonino Caponnetto scelse di tornare a Firenze e l’Ufficio istruzione (rimasto negli annali come il “pool antimafia”) divenne posto vacante. Falcone sarebbe stato il successore naturale, ma l’organo di autogoverno delle toghe bocciò la sua candidatura, scegliendo Antonino Mieli, dalla maggior anzianità di servizio, ma digiuno di indagini antimafia. Del fatto raccontò anche, nel suo ultimo intervento pubblico, il 25 giugno 1992, Paolo Borsellino, l’altra figura illustre che viene ricordata oggi, per essere stato ucciso nella strage di via D’Amelio: “Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Csm ci fece questo regalo”.

Di Matteo ha un’idea precisa del perché: “questo avvenne in ragione non solo di meschini sentimenti di invidia ma, ancor di più, di patologiche trame di potere connesse a fenomeni ancora attuali di collateralismo politico e di evidente degenerazione del sistema correntizio”. Parole sulle quali l’ex pm di Palermo non ha potuto evitare un riferimento alla situazione attuale della magistratura italiana, squassata dal “Caso Palamara”, che ha portato a diverse dimissioni a Palazzo dei Marescialli: “Anche per questo oggi questa istituzione consiliare deve finalmente reagire, dimostrarsi in grado di sapersi mettere per sempre alle spalle pagine oscure, anche recenti, della sua storia”.

Anche perché “la verità – ha continuato – è quella che è faticosamente emersa dalla storia dei processi celebratisi a Caltanissetta e a Palermo; quella che ha consentito di individuare i profili di molti dei responsabili mafiosi dell’attentato di Capaci. Ma è proprio da quegli atti processuali, dal lavoro di valorosi colleghi e coraggiosi investigatori, che emerge la necessità di proseguire in quel percorso di verità. Senza cedere alla tentazione dell’oblio, della rimozione, del timore delle conseguenze di quella ricerca”.

Per Ardita, Falcone “subì le stesse critiche che oggi si contestano ai magistrati più esposti” e “se vogliamo indicarlo come esempio ai giovani, dobbiamo ricordare la sua vita come realmente si è svolta e prenderlo ad esempio essenzialmente per il suo coraggio. E poi ancora oggi dobbiamo difendere coloro che agiscono con coraggio, anche andando incontro a rischi, per affermare la verità”.Il già procuratore aggiunto di Catania ha poi mostrato la direzione: “dovremmo fare in modo che, se rinascesse, Falcone non si ritrovasse in quelle stesse condizioni. Ma ho motivo di temere che oggi, con la gerarchia del nuovo ordinamento, Falcone non potrebbe neppure essere quello che è stato”.

Peraltro, all’elenco dei tradimenti dei colleghi, dopo la bocciatura a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo si aggiunse, nel 1990, la mancata elezione al Csm (dove, invece, entrò un anno dopo, ma da accusato, a seguito di un esposto in cui Leoluca Orlando lo accusava di “insabbiamenti” di alcuni delitti politici degli anni ’80). E poi, il culmine degli attacchi, quando andò a lavorare al Ministero della giustizia come direttore degli Affari penali (posto che Di Matteo ha raccontato di essergli stato offerto da Bonafede, dopo aver “cambiato idea” sulla designazione dell’ex pm palermitano al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria).

In quella parentesi, il magistrato ideò il modello della Procura nazionale antimafia, quale ufficio centrale deputato a coordinare le indagini sulla criminalità organizzata. Essendone l’“architetto”, sarebbe stato il più indicato a guidarla. Eppure, anche in quel caso, nel Csm ci fu chi si mise in moto per non fargli tagliare quel traguardo. Non ebbe bisogno di impegnarsi troppo, però, perché arrivò prima “Cosa Nostra”, sventrando letteralmente lo svincolo autostradale di Capaci, attraversato dalle tre Fiat Croma blindate su cui viaggiavano Falcone, la sua consorte e la scorta.

Fatti che rendono ancora più chiaro il senso delle parole di Ardita quando, riprendendo la necessità di un ricordo fedele (e non annacquato dalla mitizzazione che è sempre troppo facile riservare a chi non c’è più) di Giovanni Falcone, dice: “Questo dobbiamo dire e fare, se vogliamo rimanere distanti dall’ipocrisia di certe commemorazioni ufficiali, alle quali oramai alcuni di noi preferiscono non andare più”. Fatti che fanno sorgere tanti dubbi, sovrastati da uno in particolare: la lotta alla mafia è sempre stata una priorità per tutte le Istituzioni dello Stato e i loro componenti?

La legalità in salsa valdostana

Vari dubbi, per la verità, è difficile non averne anche ad oltre mille chilometri di distanza dalla Sicilia, tra le montagne della Valle d’Aosta, dopo aver letto le parole della principale carica pubblica locale, il presidente della Regione Renzo Testolin, in occasione della “Giornata della Legalità”, istituita per commemorare le vittime di Capaci e di via D’Amelio. “Il pensiero di legalità – ha detto – ci riconduce, in questo particolare momento storico, al comportamento rispettoso delle regole e del prossimo che ha caratterizzato l’atteggiamento delle valdostane e dei valdostani che in questi mesi hanno dato un bell’esempio di senso civico e di attenzione alle norme”.

Ora, detto con la stessa franchezza mostrata da Di Matteo e Ardita al Csm, accostare il “pensiero di legalità” alla supposta maturità mostrata dai valdostani nel rispettare le prescrizioni di salute pubblica, statali e regionali, sulla pandemia da Covid-19 è, ad essere generosi, riduttivo. E’ vero, di virus si muore, e il conto in Italia ha raggiunto quota 32.616 vittime (spesso anziane), facendo versare lacrime a migliaia di famiglie, ma le mafie hanno iniziato a uccidere decenni prima della pandemia e, soprattutto, hanno scelto accuratamente i loro nemici, eliminandoli perché vicini (o, comunque, troppo decisi) a bloccare il loro progetto di espansione, fatto di un’“economia” a base di riciclaggio, estorsioni, spaccio di stupefacenti e, soprattutto, atti intimidatori.

Se contro una malattia si vince grazie alle conoscenze scientifiche (che, purtroppo, su Covid-19 ancora mancano in parte), il crimine organizzato combatte, attaccandolo alle radici, il sistema valoriale della legalità, che può prevalere solo se è patrimonio unanime e condiviso, non soltanto delle autorità, ma anche della popolazione. La differenza è tutta nella volontà: la legalità è una scelta di campo, al virus non vi è per ora scampo, rendendo solo conveniente (e non rispondente a chissà quale sussulto d’orgoglio interiore) adempiere alle prescrizioni pandemiche.

A meno di voler diventare malevoli e pensare che l’accostamento sia stato dettato dalla volontà di spostare l’obiettivo dal merito reale della legalità, perché la politica valdostana, in questo momento storico, non può permettersi di guardarla troppo negli occhi. Dimenticando per un attimo la condanna per corruzione riportata dal “dominus” degli ultimi trent’anni di Giunte targate Union Valdôtaine, Augusto Rollandin, siamo alla vigilia dell’inizio del processo al Tribunale di Aosta sull’“Operazione Geenna” dei Carabinieri, il primo in cui viene contestata giudiziariamente l’esistenza di una “locale” di ‘ndrangheta ad Aosta e che vede alla sbarra il consigliere regionale Marco Sorbara e quello comunale di Aosta Nicola Prettico (entrambi sospesi per effetto della legge “Severino”).

Per non dire poi dell’inchiesta nata dallo sviluppo di “Geenna” e non ancora chiusa, cioè “Egomnia”, relativa al condizionamento delle elezioni regionali 2018 da parte del sodalizio criminale capeggiato, secondo la Dda di Torino, dai fratelli Di Donato. E sono proprio queste investigazioni ad aver dato i maggiori grattacapi ai vertici politico-amministrativi della regione. Dopo l’emergere degli avvisi di garanzia recapitatigli dai pm Valerio Longi e Stefano Castellani, i quattro politici indagati (l’allora presidente della Regione Antonio Fosson, gli assessori Luca Bianchi e Laurent Viérin e il consigliere Stefano Borrello) si sono dimessi.

Però, nelle carte dell’inchiesta, anche se ad oggi non è nota la sua condizione di persona sottoposta ad indagini, compare pure il nome dell’attuale capo dell’Esecutivo Testolin (che, per effetto dello Statuto d’Autonomia, è anche incaricato delle funzioni prefettizie). Secondo i Carabinieri del Reparto operativo del Gruppo Aosta è stato uno dei “cavalli” su cui la locale ha scommesso, nell’ambito di “una nuova strategia elettorale”, imperniata sul “sostenere più candidati di diversi partiti politici”, così da “ottenere un parterre più ampio di eleggibili fra le liste dei partiti”. Di lui il dipendente del Casinò Alessandro Giachino, intercettato dall’Arma ed accusato di essere partecipe della locale, dice ad un amico, cui stava spiegando di essersi mosso per “blindare” preferenze all’interno della Casa da gioco, “Noi abbiamo il jolly… con Renzo abbiamo il jolly”.

In molti, negli ultimi tempi, osservano che l’unionista Testolin – trovatosi sullo scranno più alto di piazza Deffeyes suo malgrado, a seguito del precipitoso abbandono di Fosson – sia in posizione tutt’altro che invidiabile, per l’essere chiamato a governare eventi tra i più problematici dal secondo dopoguerra, oltretutto in condizioni di debolezza senza pari (a partire da una maggioranza in perenne fibrillazione, per passare ad un Consiglio in carica solo per l’ordinaria amministrazione, vista l’incapacità di risolvere in 90 giorni la crisi aperta dalle dimissioni post-Egomnia).

Sicuramente è così, ma sentirlo auspicare che “questo senso di responsabilità e di osservanza delle regole continui in tutti gli ambiti nel prossimo futuro in modo che le nostre azioni possano così onorare concretamente l’esempio lasciatoci dai giudici Falcone e Borsellino” non appare proposito, per quanto condivisibile nei termini, dotato di gambe tanto robuste da allontanarlo dall’ipocrita retorica di quelle celebrazioni per cui Di Matteo e Ardita hanno manifestato pubblicamente fastidio.

Per dimostrare di aver compreso e raccolto l’eredità ideale di Falcone e Borsellino, oltre all’esempio (rispetto al quale, con altre inchieste come quella sugli appalti in Valtournenche, e sulle frodi nell’appalto delle piscine regionali, la Valle non sembra davvero in grado di dare lezioni), occorre mostrare la capacità di chiamare le cose, anche quelle che ci piacciono meno (perché delle altre parliamo più volentieri), con il loro nome. A partire da oggi, per quanto siamo in ritardo di ventotto anni.

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