Facchineri vs. Sangiorgesi: i tentacoli della Piovra sulla Valle già nel 2011. Il processo “Altanum” prossimo a riprendere (e la Cassazione non scarcera un imputato)

Dopo il Tribunale del Riesame, che si era pronunciato poco più di un mese dopo il blitz scattato il 17 luglio 2019, anche la Cassazione concorda: Vincenzo Facchinieri, 53enne di Cittanova (Reggio Calabria), arrestato nell’operazione “Altanum” di Carabinieri e Dda reggina ed a processo per associazione a delinquere di stampo mafioso, deve restare in carcere. La Suprema Corte ha discusso il caso nell’udienza dello scorso 3 aprile, dichiarando inammissibile il ricorso dell’uomo e confermando pertanto la misura cautelare che lo ha condotto in cella.

Secondo i due avvocati che si sono succeduti sinora nel difenderlo, depositari dell’impugnazione iniziale e di nuovi motivi successivi, Facchinieri non doveva finire in manette e quindi andava liberato. Anzitutto perché nell’inchiesta sarebbero stati “indebitamente valorizzati atti di un diverso procedimento penale, riguardanti una vicenda estorsiva del 2011, già giudicata alla quale il ricorrente è rimasto estraneo”. Inoltre, il Gip che ha ordinato l’arresto non avrebbe tenuto conto della “notevole distanza temporale tra i fatti” ritenuti “indicativi di appartenenza associativa” alla ‘ndrangheta e “l’attualità, caratterizzata da completo distacco dalle relazioni” di Facchinieri con i suoi familiari colpiti dalla stessa imputazione.

Di avviso opposto la seconda Sezione della Cassazione, che nella sentenza pubblicata da alcuni giorni ricorda, in primo luogo, come alla Corte non competa “alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi”. Valutando l’ordinanza del Riesame, agli “ermellini” risulta poi “ampiamente valorizzata la messe di risultanze indiziarie” a carico di Facchinieri, a partire dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Ieranò Rocco Francesco”, fino “ad una serie di intercettazioni (che il ricorso non menziona mai)”. Il provvedimento di custodia cautelare appare infine “specificamente motivato quanto al contributo asseritamente fornito dal ricorrente” alla tentata estorsione.

I lavori in Valle al centro del taglieggiamento

Al di là degli aspetti tecnici (Facchinieri è stato, visto l’esito del ricorso, condannato a pagare le spese processuali e 2.000 euro a favore della Cassa delle ammende), l’episodio menzionato, per quanto noto alle cronache, merita rilettura, perché affonda le sue radici in Calabria, ma ha avuto la Valle d’Aosta come teatro. Parliamo della richiesta di denaro avanzata nel maggio 2011 agli imprenditori valdostani di origine calabrese, Giuseppe Tropiano (“Edilsud”) e Luigi Monteleone (“Archeos”), impegnati al tempo in opere edili nella regione (in particolare, il parcheggio pluripiano dell’ospedale “Parini”).

La pretesa avanzata è di un milione di euro, cioè – si legge nella lettera recapitata inizialmente a Tropiano – “il 3% su tutto l’affare”, perché “voi vi fate i vostri guadagni con le vostre amicizie politiche locali e anche noi ci guadagniamo qualche cosina, come si suol dire quando ce ne, ce ne per tutti, per voi e per noi”. La missiva contiene pure il “consiglio” a “Lei e soci” di “non fare l’infame”, perché “è bene che ci mettiamo d’accordo tra nobis senza coinvolgere la legge o terze persone tipo i suoi compaesani”. Attenzione che “noi siamo in tanti siamo dappertutto abbiamo moltissimo tempo e vogliamo i soldi altrimenti vi facciamo andare in pensione con anticipo”.

Sulla vicenda hanno indagato la Procura di Aosta e la Dda di Torino, con le investigazioni affidate al Reparto Operativo dei Carabinieri, dando vita al fascicolo “Tempus Venit”, chiusosi con tre condanne definitive (e con le assoluzioni di Tropiano, e dei suoi fratelli Salvatore e Romeo, dall’accusa di favoreggiamento). Gli inquirenti calabresi hanno ripreso le evidenze probatorie acquisite all’epoca, arrivando a collocare la vicenda in un contesto mafioso più ampio, fatto dello scontro tra due clan, entrambi con la disponibilità “di armi e munizioni, funzionali all’imposizione” della loro volontà.

Facchineri contro Sangiorgesi: sale la tensione

A promuovere la tentata estorsione, nella ricostruzione dell’Arma, è la ‘ndrina Facchineri basata a Cittanova, di cui Vincenzo è accusato di aver fatto parte. A capeggiarla, suo fratello Giuseppe, detto “Il professore”, 59 anni, anch’egli catturato l’estate scorsa. La partecipazione alla cellula ‘ndranghetista è contestata anche a Giuseppe Chemi (59), Roberto Raffa (44), Giuseppe Facchineri (50, pressoché omonimo del capoclan, ma noto come “Scarpina”) e Salvatore Facchineri (46). Sono finiti, a loro volta, in manette l’estate scorsa e tutti attendono la ripresa del processo a loro carico, sospeso per l’emergenza Covid-19 dopo la prima udienza a febbraio, con la prossima fissata il 22 maggio.

Quel tentativo di estorcere denaro, per i militari, aveva posto la ‘ndrina in contrapposizione frontale con un’altra formazione criminale del territorio calabrese: la locale di San Giorgio Morgeto, sulla fascia tirrenica della provincia reggina. Anche i suoi presunti componenti sono stati tutti raggiunti da misura cautelare in “Altanum”, dall’anziano boss Mario Gaetano Agostino (76), a coloro ritenuti suoi sodali: Michele Raso (57), Vincenzo Raso (67), Vincenzo Raffa (43), Giorgio Raffa (50), Raffaele Sorbara (50), Giuliano Sorbara (47) e Tommaso Fazari (59).

L’”aiuto” chiesto al clan opposto

Dalle indagini era emerso che entrambi i sodalizi avessero “proiezioni”, rappresentate da referenti ed interessi, in Valle (oltre ad altri angoli d’Italia, come l’Emilia e la Toscana): per la ‘ndrina Roberto Raffa, cognato dei Facchineri; per la locale, i fratelli Vincenzo e Michele Raso. Non è un caso che il primo, il secondo e Vincenzo Raffa siano stati arrestati ad Aosta l’estate scorsa, da una trentina di Carabinieri del locale Gruppo.

Che cosa aveva acceso le scintille tra le due fazioni, per quanto appartenenti alla stessa organizzazione criminale? La reazione di uno degli imprenditori taglieggiati. Se Monteleone (cui era stato dato alle fiamme uno scavatore in cantiere) si rivolge alle forze dell’ordine denunciando il fatto, Tropiano incurante del “suggerimento” ricevuto nella lettera (recuperata dagli investigatori perché rinvenuta dalla Guardia di finanza in una verifica fiscale), bussa alla porta dei due Raso e del loro terzo fratello Salvatore, chiedendo “aiuto” per le pretese dei Facchineri.

La reazione, di segno opposto al remissivo pagamento auspicato dalla “regia” dell’operazione, manda su tutte le furie “Il professore”. In ballo c’è non solo il vantaggio economico dell’estorsione, ma anche l’affermazione di un principio. Quello secondo cui – spiega la Dda di Reggio Calabria – “pur operando in altra regione d’Italia, le attività economiche condotte da soggetti originari del sangiorgese (terra degli imprenditori taglieggiati, ndr.) devono dare conto alla famiglia mafiosa predominante nell’area di provenienza”, ritenuta nella fattispecie quella dei Facchineri.

Scorre il sangue…

Posta in gioco troppo alta perché la ‘ndrina possa risparmiarsi l’epilogo tragico: dopo ulteriori minacce (tra le quali, pallettoni esplosi contro case a San Giorgio e altre lettere minatorie, una consegnata anche in occasione della “Festa di San Giorgio e Giacomo”, organizzata da anni dalla comunità calabrese ad Aosta, in estate), il 16 settembre 2011 il fratello dei Raso che vive in Calabria, Salvatore, viene ucciso a colpi di arma da fuoco.

Per Carabinieri e Dda, quella morte è stata ordinata da Giuseppe Facchinieri in persona, con il concorso morale di Chemi e Roberto Raffa (quest’ultimo, artigiano, nell’indagine aostana era stato intercettato, mentre discuteva di ipotesi di lavori da effettuare, con l’allora assessore comunale Marco Sorbara, oggi ai domiciliari per il concorso esterno alla locale attiva nel capoluogo regionale messa a fuoco dall’operazione Geenna della Dda di Torino) e “materiale di soggetti allo stato non identificati”.

Vincenzo, la “guida” in Emilia

In questo scenario di alta tensione, stando alle carte processuali di “Altanum”, si colloca il ruolo di Vincenzo, che fungendo da “punto di riferimento del fratello”, forniva “un costante contributo per la vita dell’associazione”. In particolare, “organizzando e presenziando ad alcune delle riunioni tenute con appartenenti al locale di San Giorgio Morgeto in occasione della mediazione da questi ultimi avviata in favore dei fratelli Tropiano sottoposti ad estorsione” dalla ‘ndrina. Inoltre, “affiancando il Facchinieri Giuseppe nei suoi movimenti in territorio emiliano, mettendo in particolare a disposizione i locali della propria ditta” sita “in Marzabotto (Bologna, ndr.) in occasione degli incontri da quest’ultimo tenuti” con altri esponenti del sodalizio sangiorgese.

‘ndrangheta senza confini

Il processo è alle battute iniziali e si vedrà il suo sviluppo (nella prossima udienza è prevista la costituzione di parte civile della Regione Valle d’Aosta), ma i fatti documentati ed approfonditi dai militari di Aosta e di Taurianova nelle due indagini – oltre a corroborare, non senza inquietudine, le preoccupazioni sullo stato dell’infiltrazione di matrice ‘ndranghetista in Valle (antecedente a ciò che è convinzione comune) – palesano il senso delle parole del procuratore capo della Dda di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, all’indomani degli arresti.

Parlando dell’inchiesta in grado di dimostrare “come siano importanti e varie le proiezioni, a livello nazionale, ma anche internazionale” dell’organizzazione criminale calabrese disse, senza esitazioni, di “Ndrangheta che ha pochi confini”. Valle d’Aosta inclusa. Autonoma (per quanto la sua classe politica, schiacciata dall’inchiesta “Egomnia” sul condizionamento ‘ndranghetista delle elezioni regionali del 2018, ne appaia sempre meno cosciente), ma non extra-territoriale, men che meno in fatto di crimine organizzato.

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