Inchiesta sul Covid-19 nelle strutture per anziani in Valle d’Aosta: gli inquirenti tirano le prime somme

Sulla scrivania del pubblico ministero Francesco Pizzato c’è, da poco, una prima annotazione dei Carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni sull’inchiesta relativa all’emergenza Covid-19 in diverse strutture valdostane. Quello aperto d’ufficio dalla Procura di Aosta è un fascicolo al momento iscritto a “modello 45”, cioè senza ipotesi di reato, né iscrizione di indagati. L’analisi del documento depositato dai militari, da parte del Sostituto del Procuratore Paolo Fortuna, potrebbe – qualora emergessero profili di responsabilità – far cambiare corso all’indagine, che ad oggi ha avuto carattere sostanzialmente ricognitorio.

L’origine: i morti al “Père Laurent”

Tutto ha avuto inizio al “Refuge Père Laurent” di Aosta, struttura a gestione privata (di proprietà della Diocesi), convenzionata con la Regione. Dal 5 marzo all’avvio dell’indagine, i primi di aprile, si sono riscontrati 36 decessi, sui 120 anziani ospitati (e 57 positività). Preoccupata per la salute della madre, la figlia di un’operatrice sanitaria risultata positiva al virus aveva raccontato ad Aostasera.it che “le visite ai parenti sono state interrotte solo con l’ultimo decreto del 12 marzo” e che gli operatori “avevano solo delle mascherine chirurgiche, i guanti e come camici dei sacchi della spazzatura”.

Parole andate online il 31 marzo, assieme a quelle del coordinatore della struttura, Massimo Liffredo, a confermare che, relativamente alle visite, “abbiamo seguito l’ordinanza del Comune di Aosta e le indicazioni dell’ultimo Dpcm”, con lo stop scattato appunto il 12 marzo. Con un centinaio di utenti e visite possibili dalle 8 alle 20, “la nostra struttura è stata come una piccola città fino a inizio marzo. Sapevamo che poteva succedere”. Oltretutto, “avevamo in quel periodo ancora parenti degli utenti che venivano da Bergamo e Milano in vacanza in Valle d’Aosta e passavano a salutare i propri cari. Non c’erano limitazioni, ma già allora ci chiedevamo se fossero opportune”.

Secondo Liffredo, “soltanto fra il 19 e 20 di marzo abbiamo ricevuto istruzioni su come comportarci, dopo che era scoppiato il caso di Pontey (microcomunità ove, dopo i tamponi effettuati una volta riscontrati alcuni contagi, erano risultati positivi 12 anziani su 25 ospitati, ndr.)”. Anche i “dispositivi di protezione individuali ci sono stati consegnati intorno al 23 di marzo e prima abbiamo dovuto dar fondo ai nostri magazzini, consegnando le mascherine chirurgiche al personale, perché la Protezione civile ci ha informato che tutti i rifornimenti erano stati requisiti e che non avremmo potuto approvigionarci autonomamente. Abbiamo fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità”.

I Nas entrano nella struttura il 3 aprile. Prelevano documentazione (cartelle cliniche incluse), definiscono con esattezza il numero degli ospiti che hanno perso la vita dallo scorso febbraio e ascoltano alcuni testimoni. L’aspetto su cui gli inquirenti si concentrano è il rapporto tra la casa di riposo, l’Unità Sanitaria Locale e la Protezione civile regionale. In particolare, la volontà è di capire se dall’ente pubblico sono state fornite (e, nel caso, quali) indicazioni all’ospizio per contenere il diffondersi del Covid-19.

L’estensione alle altre strutture

In termini più ampi, guardando anche alle altre microcomunità della Valle (ove le segnalazioni di positività avevano iniziato a susseguirsi), il “focus” della Procura è capire se degenti e dipendenti siano stati sufficientemente tutelati. Per verificarlo sul campo, i militari si recano, in sequenza, alla “Piccola Casa della Divina Provvidenza Cottolengo” di Saint-Vincent (dove, ad una visita dell’Usl dagli esiti comunicati il 10 aprile dall’amministrazione regionale, erano stati trovati 17 ospiti positivi su 18), al “Foyer de vie” di Doues (erano stati segnalati due infetti), alla casa di riposo “Saint-Leger” di Aymavilles e in vari centri anziani e strutture di Aosta, gestiti dalla società “KCS Caregiver”.

Ad ogni accesso, la richiesta dei militari è di ottenere le cartelle dei contagiati (e non mancano altri accertamenti, come la verifica dello stato dei luoghi). Dove non vanno direttamente, i Carabinieri acquisiscono la documentazione all’Usl. Si scopre così che, al 14 di aprile, su 759 ricoverati nelle strutture della Valle sottoposti a tampone (dopo l’emergere delle prime positività), 118 hanno Covid-19. Ognuno dei casi viene studiato, nell’ottica di richiedere ulteriore documentazione qualora palesasse criticità.

I Nas alla Clinica di Saint-Pierre

Nell’annotazione consegnata al pm Pizzato ci sono le prime risultanze di questo lavoro, ma l’inchiesta non si ferma. Oggi, venerdì 24 aprile, il Nucleo Antisofisticazioni ha sottoposto a sopralluogo l’Istituto Clinico Valle d’Aosta di Saint-Pierre. La struttura, dallo scorso 1° aprile, in accordo con l’Usl, ha iniziato ad ospitare degenti Covid, per un totale di 35 posti letto, al primo piano della struttura.

Secondo quanto dichiarato dalle autorità sanitarie in conferenza stampa, si tratta di pazienti “meno gravi”, perché “giudicati in via di guarigione, ma non possono tornare a casa”. Eppure, nei primi giorni di aprile, si verificano alcuni decessi tra i ricoverati. E c’è anche un’altra situazione, ad emergere, nella struttura. Si ammalano infatti alcuni pazienti del secondo piano, che, nell’assetto iniziale, ospitava lungodegenti provenienti dalla Geriatria dell’ospedale “Beauregard” e utenti della riabilitazione, quindi era considerato spazio “Covid-free”.

La conversione sfumata in ospedale Covid

Quei degenti vengono sottoposti a tampone, i negativi dimessi (non senza qualche difficoltà per i parenti, che all’improvviso si trovano a casa persone che non hanno completato il percorso riabilitativo e magari non camminano) e il piano sottoposto alle precauzioni di un’area Covid-19. Prende quindi corpo – nelle valutazioni dell’azienda sanitaria regionale e della direzione Isavl’idea di convertire la struttura, per 55 posti letto, ad ospedale interamente dedicato al nuovo Coronavirus, nell’ottica di liberare posti all’ospedale “Parini”, così da riaprire i reparti non Covid, che hanno “fagocitato” il nosocomio.

Il progetto, tuttavia, sfuma: alcuni degli operatori hanno contratto il virus (la gestione ne comunica, inizialmente, cinque), altri presentano i sintomi ed altri ancora si assentano dal lavoro per ulteriori motivi di salute. In sostanza, sulla trentina di dipendenti in organico, quelli rimasti in servizio non sono sufficienti a consentire l’adeguata continuità assistenziale (per i soli posti del primo piano, tre infermieri ed un operatore socio-sanitario per volta coprono turni di dodici ore).

A dar conto dell’abbandono dell’idea è il 20 aprile lo stesso assessore alla Sanità, Mauro Baccega, dopo una videoconferenza con la proprietà dell’Isav. “Credo che con loro non si possa più fare e che non sia intenzione della proprietà andare in quella direzione”, dichiara all’Ansa. Resta tuttavia lo scenario di un’emergenza tutt’altro che chiusa, unita alla vulnerabilità di un sistema sanitario regionale imperniato su un unico ospedale, che se non “alleggerito” dal carico dei pazienti Covid (ad oggi, i ricoverati in viale Ginevra sono 53 e 7 in terapia intensiva) non può assolvere la sua missione originaria.

Per questo Baccega aggiunge: “stiamo lavorando alle alternative, metteremo in campo un paio di ipotesi, quella più concretizzabile dal punto di vista tecnico e strutturale ci vedrà subito all’opera; francamente io privilegio la struttura pubblica rispetto a quella privata”. Di avviso diverso, segno di una politica non ancora unanime in Valle, è il medico (e consigliere regionale) Flavio Peinetti, che – commentando oggi, sempre con l’Ansa, gli scenari futuri del contagio – ha affermato: “Fondamentale sarà il ruolo della clinica di Saint-Pierre, l’unica che può consentirci di far fronte alla situazione”.

Il quadro investigativo si delinea

Al di là degli sviluppi della gestione dell’emergenza, nel caso di Saint-Pierre, le attenzioni del Nas durante l’accesso hanno riguardato anche la suddivisione degli spazi, le modalità di isolamento dei pazienti positivi, i dispositivi forniti al personale e, relativamente al contagio tra gli operatori, l’accertamento del reparto al quale fossero destinati inizialmente. Informazioni destinate ad integrare quelle già nelle mani del pm Pizzato, per ancora meglio delineare il quadro investigativo e permettere di sviscerare se chi doveva proteggere gli anziani ed altri degenti dal virus, oltre alle persone chiamate ad assisterli, abbiano agito correttamente, o meno.

Nel mentre, la Valle d’Aosta fa i conti con un tasso di contagiati rispetto alla popolazione pari allo 0.87% (1104 casi oggi, su 125.666 abitanti), cioè tra i più alti in Italia (a ieri, 23 aprile, quello della Lombardia era dello 0,69%), nonché con 129 deceduti (in sostanziale parità tra i generi, a dispetto di quanto teorizzato da alcuni, con 65 uomini e 64 donne). Cifre che danno la sensazione di un lavoro per gli inquirenti tutt’altro che concluso.

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