Le vie della corruzione nella pandemia da Coronavirus: l’analisi completa dei rischi

“Come accaduto in passato in occasione di eventi di particolare importanza, assistiamo anche oggi, durante questa emergenza sanitaria, sociale ed economica così straordinaria, al moltiplicarsi dei rischi di corruzione e di altri comportamenti contrari all’interesse collettivo, perpetrati proprio a causa dell’urgenza richiesta”. A scriverlo sono Transparency International Italia (organizzazione no-profit attiva dal 1996 contro la corruttela) e Re-Act (ente senza scopo di lucro che offre servizi di ricerca criminologica), nell’analisi – completata e pubblicata da pochi giorni – sui rischi di corruzione per il settore della sanità durante l’emergenza Covid-19.

Uno studio che parte da un presupposto importante (quanto inquietante): “Le strategie di prevenzione della corruzione in ambito sanitario descritte nei Piani Triennali (PTPC) 2019-2022 non hanno previsto come i rischi di corruzione possano mutare durante le fasi emergenziali, come quella attuale”. Da qui, la volontà delle due realtà di “dare il proprio contributo affinché gli enti sanitari possano identificare e gestire meglio i rischi che stanno emergendo, attraverso un primo catalogo” sugli scenari corruttivi “in tempo di Coronavirus”. Il “Policy paper” di Transparency e Re-Act individua, in particolare, quattro profili da sorvegliare per le possibili criticità.

Attenzione alle procedure d’urgenza

Il primo è quello degli appalti e contratti pubblici. Considerando che “l’approvvigionamento nei sistemi sanitari è una delle attività più colpite dalla corruzione”, con la necessità di “nuove forniture di dispositivi medici e di medicinali si registrerà un ulteriore stress per gli appalti”. Come in altri casi in passato, “l’uso delle procedure d’urgenza, giustificato in questo momento, espone a una serie di nuovi rischi”. Sono legati “alla riduzione dei tempi, alla concentrazione di poteri decisionali, all’asimmetria informativa nella scelta dei beni da acquistare (es quali mascherine, quali macchinari per le analisi…)”.

Siccome la loro analisi non vuole solo mettere in guardia, ma contribuire concretamente alla limitazione degli episodi corruttivi, Transparency e Re-Act, per ogni possibile distorsione, suggeriscono anche delle contromisure. Nella fattispecie, parliamo di “procedure contrattuali aperte e rese trasparenti in modo tempestivo (ad esempio, il portale Consip)”, che “consentono di individuare più facilmente e rapidamente i casi che meritano controlli più approfonditi, lasciando a corrotti e corruttori meno spazio di manovra”. Eppoi, il “Whistleblowing”, cioè “efficaci sistemi di segnalazione interna”, in grado “di mitgare il rischio di corruzione, ampliando la sfera del monitoraggio dei processi ai dipendenti delle strutture a rischio”.

I dispositivi di protezione: il nuovo “tesoro”

Subito dopo gli appalti, viene – in ordine di criticità – la gestione delle entrate, delle spese e del patrimonio. “La gestione e la distribuzione di materiali e dispositivi clinici di protezione, in tempi normali, – si legge nel ‘paper’ – non sono particolarmente a rischio di corruzione”. Tuttavia, “la cura delle persone colpite dal virus richiede particolari misure di sicurezza per il personale sanitario” e in questo periodo “la rilevanza (non solo commerciale) di beni come mascherine, occhiali protettivi e gel disinfettante è aumentata incredibilmente”. Di conseguenza, “è cresciuto il rischio che il personale abusi dell’accesso a tali beni per appropriarsene indebitamente o – peggio ancora – per trarne profitto”.

In questo caso, oltre al già citato Whistleblowing (ancora più rilevante in questo caso), le soluzioni possibili passano per la previsione di procedure di emergenza (“anche per riscontrare eventuali anomalie relative alla disponibilità dei materiali”), per la protezione dei dispositivi (conservandoli “in luoghi accessibili solo da un responsabile della distribuzione che risponda delle eventuali mancanze”) e per il rendere riconoscibili i beni (con il nome dell’ente proprietario o un marchio indelebile) al fine di “evidenziare la non commerciabilità all’esterno”, che renderebbe più rischioso sottrarli.

Autorizzazioni straordinarie, anfratti pericolosi

Terzo ambito da sorvegliare, in questo periodo emergenziale, è secondo Transparency e Re-Act, quello della Farmaceutica, dei dispositivi e delle altre tecnologie. La “madre” di tutte le considerazioni è che “nell’ambito delle sperimentazioni, le regole ordinarie sono derogate”. I promotori (incluse le aziende farmaceutiche) possono pagare direttamente spese straordinarie a chi partecipa. I responsabili del trattamento dati possono autorizzare le condivisioni via internet di dati, riprese video e documenti per il monitoraggio delle sperimentazioni. I direttori delle farmacie ospedaliere possono autorizzare iperprescrizioni per coprire intervalli più lunghi e disporre consegne tramite corrieri, mentre gli esami possono avvenire in strutture private non riconosciute.

La prima contromisura individuata al rigaurdo è la “Discloscure dei clinical trials”, cioè “pubblicare in modo immediato, aperto e gratuito tutti i dati sulle sperimentazioni e gli studi clinici in possesso della pubblica amministrazione, togliendo qualsiasi incentivo a corrompere chi può avere accesso ai dati”. Inoltre, parliamo di trasparenza sulla spesa pubblica, che sarà “necessaria per quanto riguarda le misure adottate dallo Stato per avviare la ripresa economica dopo questa crisi”. “E’ essenziale – scrivono le due organizzazioni – che i meccanismi che regolano la scelta di questo o quell’investimento siano comprensibili e rispettino i principi applicabili in questo settore, entro i termini previsti dall’emergenza”.

Smart-working e accesso moltiplicato ai dati

Quarto ed ultimo rischio corruttivo, riconosciuto dal documento, riguarda il traffico di dati clinici. Nel gruppo di esperti che affianca il Governo nell’analisi di tutte le informazioni sul Covid-19 siedono docenti universitari, funzionari delle istituzioni, amministratori di start-up, consulenti, manager di multinazionali e di fondazioni private. “Devono gestire il proprio ruolo evitando i conflitti di interessi e i rischi di trarre vantaggio (magari per il proprio ente) dalla propria posizione”, si raccomandano Transparency Italia e Re-Act. Attenzione, “i dati sul Covid-19 sono raccolti e gestiti dal personale delle strutture sanitarie pubbliche e private, ma il lavoro a distanza ha moltiplicato gli accessi a questi dati dall’esterno”, nonché “la possibilità di copiarli, memorizzarli e trasferirli dal salotto di casa”.

Tra i provvedimenti risolutivi ritorna la “Disclosure dei clinical trails”, menzionata nello scenario precedente, accompagnata dall’aumento della sicurezza informatica (individuando “le misure di sicurezza tecnologiche per aumentare la tracciabilità dei dati, il controllo degli accessi e monitorare le attività dei dipendenti che hanno accesso ai dati”) e dalla predisposizione di un codice di comportamento ad hoc (giacché “i codici di condotta e le dichiarazioni di assenza di conflitto di interessi sono strumenti poco efficaci”, chi “ha la possibilità di accedere a informazioni che possono dare vantaggi importanti deve sottoscrivere” un documento specifico che “preveda sanzioni severe in caso di violazioni e adeguata pubblicità agli interessi personali”).

Le minacce globali di Covid-19 alla legalità

Oltre alle minacce che gravano in particolare il sistema sanitario nazionale, Transparency Italia e Re-Act mettono poi in luce, nella loro analisi, anche alcuni rischi a livello globale “in questa fase delicatissima, in cui la collaborazione internazionale è decisiva per uscire dalla cirsi”. Sono due e riguardano la ricerca di un vaccino efficace contro il nuovo Coronavirus e i trattamenti temporanei.

Al momento, esistono oltre trenta vaccini candidati già sottoposti a test rigorosi con la speranza che possano passare agli studi clinici sull’uomo. Tuttavia, “i tassi di pubblicazione dei risultati degli studi clinici sono notoriamente bassi, in particolare per gli istituti di ricerca finanziati con fondi pubblici”. Meglio va per le ricerche sostenute da finanziatori privati, ma in questi casi il testo viene “redatto in modo da proteggere i dati commercialmente sensibili”. Inoltre, “i dati stessi possono essere manipolati per produrre risultati favorevoli”.

Entrambi i casi “minano notevolmente la trasparenza e la salute pubblica. Secondo le due organizzazioni, “per affrontare una pandemia così violenta” è “indispensabile che gli studi clinici siano pubblicati nella loro interezza per sostenere l’innovazione scientifica”. La logica è che “lo sviluppo di un vaccino deve essere uno sforzo trasparente e collaborativo, non una competizione segreta”.

Imparare dalle “lezioni” di suina e aviaria

Nell’attesa dello sviluppo di una vaccinazione efficace, “è necessario identificare dei regimi di trattamento affidabile” per i malati. Tuttavia, una lezione può essere tratta “dai casi di influenza suina e aviaria che hanno visto il mondo spendere oltre 18 miliardi di dollari per accumulare Tamiflu”, farmaco usato in quei due casi. Ed è che “nel 2014, una revisione scientificamente rigorosa di Cochrane di tutti i dati clinici (che ha comportato quattro anni di sforzi prolungati per ottenere anche tutte le informazioni dal produttore farmaceutico, Roche) ha suggerito che Tamiflu non era più utile del paracetamolo nel trattamento delle epidemie”.

Quindi, “poiché il bisogno di un trattamento per Covid-19 è innegabile, bisogna fare in modo che vi sia la massima trasparenza di tutti gli studi e che le analisi sull’efficacia siano assolutamente rigorose, per prevenire che i soldi di centinaia di milioni di contribuenti vengano nuovamente sprecati”. “E’ inconcepibile – concludono Transparency Italia e Re-Act – che i fondi destinati sia alla lotta contro il virus, sia alla ripresa economica possano essere utilizzati in modo improprio”.

Gli altri allarmi degli “addetti ai lavori”

Un allarme, quello delle due organizzazioni, che si aggiunge ai diversi levatisi negli scorsi giorni da parte di illustri addetti ai lavori. La prima voce ad alzarsi è stata quella del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, che ha spiegato come nei gangli di un’emergenza le mafie siano rapidissime nello scalare interi settori economici. Quindi, i procuratori di Milano (Francesco Greco) e Napoli (Giovanni Melillo) hanno sottolineato i rischi connessi all’immissione di liquidità nel mercato delle imprese, alla luce del “Decreto Credito” dello Stato. Infine, in audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera, il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha parlato di “margini di inserimento della criminalità organizzata nella fase di riavvio delle attività economiche”.

Insomma, se per molta gente Covid-19 sarà fonte di dolore eterno, per la perdita di un caro, per tanta, troppa altra rischia di rappresentare una ghiotta opportunità. Parliamo di coloro i cui affari e bilanci criminali (a partire dalle estorsioni sulle attività commerciali, serrate per decreto) hanno trovato una battuta d’arresto (repentina, quanto decisa) nel “lockdown” in cui il Paese è stato calato dall’8 marzo. Se in questa prima fase del confinamento hanno “preso le misure” del nuovo scenario nuovo (facendo magari breccia sui ritardi dello Stato nel dare risposte ai disagi di parte della popolazione), nella seconda rischiano di passare all’azione, affondando i denti nella carne.

E siccome – malgrado non sia così chiaro ad ancora troppa gente in Italia (che ci vede un “così fan tutti” se non perdonabile, quantomeno spiegabile, il che è già un male) – di corruzione si muore, perché questo “servizio” – tra i principali che figurano nei “menù” delle mafie di ogni latitudine – devia su percorsi particolari risorse destinate all’interesse collettivo, è bene fare tutto ciò che è possibile (allo Stato, ma anche da parte dei singoli cittadini) affinché il conto (purtroppo già elevato ed ancora quotidianamente in salita) delle vittime del Covid-19 non conosca ulteriori incrementi di matrice delinquenziale.

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