Family redefined: i Nirta, quel lembo di San Luca radicato in Valle d’Aosta

Covid-19 sarà maledetto a lungo dal 68enne Giuseppe Nirta di San Luca (Reggio Calabria), c’è da scommetterci. E’ infatti svolgendo un posto di controllo per verificare gli spostamenti ammessi durante l’epidemia in corso che venerdì 27 marzo scorso i finanzieri del Gruppo Aosta (anche con il supporto di un’unità in borghese, verosimilmente dalla presenza già meno “virale”) lo hanno “pizzicato” in giro in auto. Fermarlo (nonostante il tentativo di ignorare l’“alt” dei militari) ha dato il via ad un’operazione chiusasi con il suo arresto (e del 40enne che era con lui, Daniele Ferrari di Aosta) e con il sequestro di un chilo di eroina, di 59 zaffiri (dal valore tra i 24mila e i 42mila euro) e tre orologi preziosi, inclusi un Omega in oro e un Rolex Daytona (che, se originale, fa 35mila euro).

Al di là della “contabilità” del blitz, che i militari comandati dal tenente colonnello Francesco Caracciolo saranno stati ben contenti di redigere con precisione e meticolosità da polizia economico-finanziaria (uno sforzo investigativo che trova compimento è gratificazione che solo chi ha provato può descrivere), l’azione delle “Fiamme Gialle” ci dice soprattutto una cosa: arresti, misure di prevenzione severe, condanne e detenzione, da lui vissute a più riprese, non hanno fiaccato l’istinto criminale del 68enne finito in manette (in foto alla fine degli anni 2000), radicato da molto in Valle ed esponente di una famiglia calabrese storicamente organica alle cronache di ‘ndrangheta: i Nirta di San Luca, appunto, della ‘ndrina nota come “Scalzone” o “La Maggiore” (considerata tra i clan più influenti dell’organizzazione). Attenzione, esiste un altro “ceppo” di omonimi, alias i “Versu”, in cui si annoverano alcuni protagonisti della faida nel paese della provincia reggina, che non ha però a che vedere con queste righe.

Mai indagato per ‘ndrangheta

Un dato va però subito precisato: Giuseppe, classe 1952 (in seguito apparirà chiaro perché sia importante indicarlo con l’anno di nascita), è stato protagonista di vari procedimenti penali, ma non è mai stato indagato per 416-bis, cioè per associazione a delinquere di stampo mafioso. Neanche è stato interessato dalle indagini recenti, in fatto di infiltrazione del crimine organizzato in Valle, condotte dai Carabinieri del Reparto operativo del Gruppo Aosta. Parlando di retroterra familiare, serve però dire che è cugino di Bruno Nirta, 62enne detto “La Belva”, arrestato in Calabria dall’Arma nel blitz di “Geenna” del gennaio 2019, a processo con rito abbreviato a Torino. Il pm Stefano Castellani ha chiesto per lui la pena più alta di tutti gli imputati alla sbarra: 20 anni di carcere, considerato che oltre all’attività ‘ndranghetista tra le cime valligiane gli si contesta anche un giro di droga tra Spagna e Italia, perno del “filone piemontese” del fascicolo.

Il cugino omonimo assassinato in Spagna

Fratello di Bruno (quindi altro cugino dell’arrestato dai finanzieri la settimana scorsa) era un’ulteriore figura chiave delle investigazioni sulla “locale” aostana: anch’egli si chiamava Giuseppe, e a sua volta aveva San Luca come luogo di nascita, ma era più giovane: 52 anni. L’uso dell’imperfetto è dovuto al fatto che è stato ucciso, a colpi di arma da fuoco, l’11 giugno 2017 in Spagna, mentre rientrava assieme ad una donna in auto in una villa nella comunità di Murcia. Un delitto rimasto, ad oggi, irrisolto.

Nella penisola iberica, gli inquirenti gli avevano ricondotto la titolarità di un’azienda di alimentari (ortaggi, tra l’altro), che risultava aver intrapreso rapporti commerciali con il “Caseificio Valdostano” di Gerardo Cuomo. Giuseppe Nirta (classe 1965) si era così affacciato al filone investigativo che aveva portato in manette l’ex pm Pasquale Longarini, nell’inchiesta milanese da cui è uscito assolto in primo grado (l’ipotesi accusatoria era che il magistrato avesse avvisato l’imprenditore alimentare dell’essere sottoposto ad intercettazione, conducendolo ad interrompere repentinamente ogni rapporto con Nirta).

Non che il 52enne Giuseppe fosse nuovo alle cronache: anni fa era stato implicato nell’operazione “Minotauro” della Dda di Torino, sulla presunta presenza di alcune “locali” nel torinese. Una sentenza definitiva a suo carico non si è però raggiunta, in quel caso, perché la Cassazione, nell’ottobre 2016, aveva disposto l’annullamento della condanna di Appello, con rinvio ad un nuovo processo, interrotto dalla sua morte. Tuttavia, fu proprio l’averlo notato in Valle nel 2014 (i Carabinieri scrivono in un’annotazione di aver documentato incontri e riunioni con “soggetti valdostani di origine calabrese” ritenuti “contigui alla ‘ndrangheta”), a convincere i militari del Nucleo Investigativo dell’esistenza di una “locale” rossonera, dando impulso a “Geenna”.

2009, i primi guai con la droga

Chiarito il contesto parentale, torniamo quindi a Giuseppe Nirta (1952), che – va ripetuto – non compare in questi atti giudiziari, ma fa tempo prima la sua prima apparizione in grande stile, nell’inchiesta “Gerbera”, chiusa dal Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma nel 2009 (ed inziata nel 2007). All’epoca finisce in manette perché ritenuto attore principale, assieme al fratello Domenico, di un’organizzazione “dedita al traffico internazionale di cocaina, con base operativa in Valle d’Aosta” (arrivava dalla Colombia e dal Venezuela, passando per Spagna e Olanda). In quell’operazione, sotto l’egida della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino, finiscono in carcere anche i nipoti dei due fratelli: Franco Aldo Di Donato e Roberto Alex Di Donato.

Il nipote presunto “gestore” della “locale” aostana

Quest’ultimo nome non può che accendere una “spia” nella mente di chi ha seguito le cronache sulle inchieste più recenti. Roberto Alex, è infatti il fratello di Marco Fabrizio, individuato dalla Dda torinese qualel capo della “locale” di ‘ndrangheta di Aosta. Entrambi sono in carcere da gennaio dell’anno scorso e, per loro, al processo torinese dinanzi al Gup Alessandria Danieli (che non era lontano dalle battute finali, visto il completamento delle arringhe difensive, ma l’emergenza Coronavirus rende difficile desumerne il futuro corso, mentre quello ad Aosta – per altri cinque imputati – è in calendario per il 3 giugno), l’accusa ha chiesto rispettivamente 10 e 14 anni di reclusione.

Se la differenza di pena invocata fa pensare a un ruolo, seppur da “gestore”, comunque meno di primo piano per Roberto Alex, leggendo gli atti di “Egomnia” (l’indagine, non ancora chiusa, sul condizionamento ‘ndranghetista delle elezioni regionali valdostane 2018, sempre in capo alla Dda al tempo coordinata dall’oggi procuratore capo di Torino Anna Maria Loreto) si ricava che a tirare le fila delle “attività elettorali” della “locale” aostana fosse proprio lui. E’ lui ad incontrare il 4 maggio 2018, sedici giorni prima dell’appuntamento con le urne, l’allora presidente della Giunta in carica Laurent Viérin (che in Valle, per la specialità sancita dallo Statuto, è investito anche di funzioni prefettizie), secondo i militari al fine di accordarsi sul convogliamento di voti gestiti dal sodalizio criminale.

Una “Gerbera” di condanne

In “Gerbera” – come spiega Roberto Mancini in una delle puntate della “Storia della ‘Ndrangheta in Valle d’Aosta” – Giuseppe Nirta finisce in carcere a Bologna. In primo grado viene condannato a 15 anni e 4 mesi, ridotti in appello a 7 anni e 8 mesi, facendo sì che torni in libertà il 12 dicembre 2014. La stessa riduzione – e quindi la stessa irrogazione di pena – avviene anche per il fratello Domenico e per i nipoti Franco e Roberto Di Donato. Tutti gli imputati vengono assolti dall’accusa di associazione per delinquere. La notizia dell’arresto e l’emergere dei dettagli dell’accaduto (tutto inizia ai primi di giugno, fermando un “corriere” al traforo del Monte Bianco, con un quantitativo iniziale di stupefacente) scuote la comunità valdostana, perché – prendendo ancora in prestito le parole di Mancini – “perfettamente inserita nel tessuto cittadino aostano, la famiglia Nirta si è servita dei meccanisni di integrazione sociale descritti nei libri di Nicola Gratteri e Raffaele Cantone: la religione lo sport”.

Nello specifico, il ramo locale del nucleo familiare “ha infatti donato alla parrocchia del quartiere Dora di Aosta una statua della madonna di Polsi, chiedendo l’organizzazione di una processione il 2 settembre di ogni anno, in assoluta sintonia con quanto avviene in Calabria”. Il parroco, “lungi dall’informarsi sul significato ambiguo di tale devozione”, ha “accettato il dono”. Quanto al calcio, Franco Aldo è “stimato allenatore” di squadre giovanili, in una società alle porte di Aosta.

700mila euro di maxi-sequestro

Il processo cui sono andati incontro gli arrestati in “Gerbera” non ha però esaurito le conseguenze nei confronti di Giuseppe Nirta (1952). In applicazione di misure di prevenzione personale e patrimoniale seguite all’arresto (che hanno iter autonomo e sono svincolate dall’esito del procedimento penale, perché basate su una valutazione di “pericolosità” del soggetto coinvolto, che include anche altri parametri, oltre a quello processuale), il Tribunale di Aosta – con una decisione miliare nella lotta al crimine organizzato – applica la sorveglianza speciale al capofamiglia e decreta un maxi-sequestro di beni, dal valore complessivo superiore ai 700mila euro, per un totale di sedici immobili, tra la Valle e la Calabria.

Dalle indagini era infatti stata accertata una sproporzione tra i redditi dichiarati da Nirta e l’ingente patrimonio a lui riconducibile, conducendo ad ipotizzare che lo stesso fosse frutto di attività illecite. La misura era scattata, inoltre, in virtù “della facile dispersione e occultamento” dei beni. I diretti interessati hanno sempre ribattuto che quel patrimonio fosse frutto di una vita di lavoro (Giuseppe si accredita quale artigiano decoratore), e non del crimine, ma il decreto aostano (parzialmente rivisto, con l’eliminazione di alcuni beni, dalla Corte d’Appello di Torino) ha sostanzialmente resistito fino alla Cassazione, che nel marzo 2015 ha respinto tutti i ricorsi dei familiari.

Gli alloggi liberati nel 2017

Del sequestro, divenuto esecutivo, si è però continuato a parlare fino al marzo 2017, perché due alloggi nel comune di Quart, in frazione Villair, seppur confiscati da tempo, erano rimasti occupati dai Nirta almeno fino all’estate precedente. Quando tutto era pronto per uno sgombero forzoso (presenti anche Vigili del fuoco e forze dell’ordine), uno dei componenti del nucleo si è presentato spontaneamente ed ha consegnato le chiavi, permettendo di procedere – anche con il supporto dell’amministrazione comunale – all’accesso ai luoghi, alla constatazione della loro condizione e alla relativa verbalizzazione.

Le unità (come avevano già fatto gli altri beni elencati nel provvedimento) sono così passate nella proprietà dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Il Codice delle leggi antimafia prevede che sia quest’ente a disporre della loro utilizzazione futura, ma allo scorso luglio – quando il tema era stato sollevato da un’interpellanza in Consiglio regionale – a parte un terreno e uno stabile su tre piani, a Challand-Saint-Victor (non riferiti al sequestro Nirta ed assegnati all’amministrazione comunale), per nessun altro dei trentun beni confiscati in Valle erano state rese note determinazioni dell’Agenzia.

La visita ad un “Signore della coca”

Al di là della destinazione delle sue ex-proprietà, il nome di Giuseppe Nirta torna ad echeggiare in un’aula di Tribunale appena prima, nel gennaio 2017. Sullo scranno c’è il giudice monocratico Marco Tornatore, che (raddoppiando la richiesta della Procura) gli infligge un anno di reclusione per la violazione degli obblighi inerenti la sorveglianza speciale. Cos’era accaduto? Secondo quanto emerso in aula, il 23 gennaio 2016, mentre i Carabinieri perquisivano l’abitazione di Albert Bushaj – “Signore della coca” albanese della media Valle, già al centro di varie operazioni antidroga, l’ultima delle quali malAosta della Guardia di finanza – si sente suonare alla porta. I militari aprono e, non senza sorpresa, si trovano dinanzi Nirta. A quel tempo, il padrone di casa era ai domiciliari, con sentenze all’attivo, e al visitatore viene contestato di aver violato la misura applicatagli, che gli impediva di accompagnarsi a pregiudicati. La sensazione di alcuni investigatori è che, al tempo, il calabrese di San Luca stesse cercando di rimettersi in pista sull’approvvigionamento di cocaina.

L’ultimo arresto

Probabilmente, visto l’esito del tentativo (e il clamore suscitato dalle inchieste che hanno coinvolto, nel mentre, cugini e nipoti), desiste, ma non troppo. Giuseppe (1952) sparisce infatti dai radar, ma riappare due settimane fa, quando finisce nella rete Covid-19 dei finanzieri con guanti e mascherina oltre al mitra. Ferrari, con lui in auto, era stato coinvolto (venendo però assolto al termine della relativa udienza) nell’operazione “White Shuttle” della Squadra Mobile, condotta nel 2014, su un traffico tra la Valle e Milano e legata ad ambienti e personaggi storici dello spaccio e del consumo in Valle, come il Quartiere Cogne di Aosta.

Dopo averlo fermato con il pluripregiudicato calabrese, i “baschi verdi” gli trovano mezzo chilo di eroina in tasca. Il resto dello stupefacente, i gioielli e gli orologi preziosi erano invece “presso i locali in uso” a Nirta, perquisiti durante gli accertamenti. Un rinvenimento che induce una lettura precisa. Giuseppe Nirta non è mai stato uno spacciatore “di quartiere”, non è un balordo che si è pagato un vizio personale smerciando droga. Tutto orienta (per quanto mai condannato al riguardo) al suo essere imbevuto, per contesto di provenienza ed altri elementi (vedi la disponibilità di zaffiri e Rolex e non solo di contanti), di un humus culturale, riferimenti, contatti e modelli propri del malaffare calabrese, che vede nella droga una delle sue fonti di finanziamento primarie.

E, per quanto non sia da considerare colpevole fino a sentenza definitiva, non sembra aver smesso di essere tutto ciò nemmeno a 68 anni, nella stagione della vita in cui ci si aspetterebbe che qualche segno processi, tribolazioni e la privazione coatta di ricchezza e agiatezze lo abbiano pure lasciato. Umanamente non lo si può che trovare un quadro triste, ma sul piano della lotta alla criminalità – e, soprattutto, su quello della dinamica infiltrativa della regione Valle d’Aosta – ne esce soltanto un affresco a tinte delle quali preoccuparsi.

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